Stefania Auci.
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I LEONI DI SICILIA.
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LA SAGA DEI FLORIO. 1.
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Parte 2.
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2019. Casa Editrice Nord, MILANO.
Gruppo editoriale Mauri Spagnol.
ISBN 978-88-429-3153-9.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Versione digitale realizzata da: Libero Giacomini, E-mail: libero.giacomini@gmail.com.
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Quattro uomini.
«Immaginate il deserto dell'Africa nera. Arido, desolato,
senza speranza. Ogni tanto compare qualche oasi, con una
pozza d'acqua e due palme in croce. Ecco, qui è la stessa cosa:
quando trovate un'impresa, vi sembra un miracolo». Vincenzo
spalanca la mano sinistra, conta sulle dita: «Ci sono alcune
cotonerie, un paio di fabbriche di archibugi, una di ottone e
una di ferro. Le altre sono putìe, botteghe con un capomastro
e una quindicina di lavoranti, se va bene. Quanto alla mia attività,
Casa Florio non ha fabbriche: commercia. Mettiamo in
contatto produttori e compratori, a nome nostro o per conto
di terzi».
Dall'altra parte della scrivania, Tommaso Portalupi,
commerciante di Milano arrivato a Palermo da pochi mesi, lo
ascolta con attenzione. Ha capelli radi sulle tempie, occhi nocciola
e un naso importante, deturpato da vene scure. Accanto
a lui, il figlio Giovanni, la sua copia fedele con molti anni di
meno.
Portalupi poggia i gomiti sul piano della scrivania. «Signor
Florio, anch'io sono un intermediario e, se mi sono rivolto a
voi, è perché ho chiesto esplicitamente chi fosse il miglior fornitore
sulla piazza di Palermo. Mio compito è trovare materie
prime da lavorare in Lombardia. M'interessano vino, olio, tonno
sotto sale, sommacco e zolfo. Non voglio rivolgermi ai mercanti
inglesi, perché metterebbero in campo la loro produzione,
né m'interessano i prodotti di bassa qualità che certuni
hanno provato a rifilarmi. Quali di queste merci potete procurarci
e a che condizioni?»
Vincenzo scambia un'occhiata con Raffaele, seduto accanto
a lui. Si appoggia allo schienale. «Domandate pure. Posso procurarvi
tutto ciò che viene prodotto in Sicilia. Tutto».
Un tintinnio di vetro contro metallo li interrompe. La porta
si apre. «È permesso?»
Entra una ragazza in un abito marrone, con un piatto di biscotti.
Un delicato aroma di vaniglia si diffonde nella stanza.
«Mamma ha detto di portare questi. Sono appena sfornati».
La giovane fa un passo indietro, osserva gli ospiti. Si sofferma
su Vincenzo.
Vincenzo, che stava accettando un bicchiere di liquore da
Giovanni, si volta. E la vede.
Dev'essere una parente di Portalupi, pensa, forse la nipote o la
figlia. Ne ha i colori, la cadenza nella voce, persino il naso importante.
Si muove con discrezione, quasi trattenendo i gesti.
Non si lascia sedurre spesso dal fascino femminile, e tuttavia
quella ragazza lo impressiona: schiena dritta, viso dolce.
Le donne di Palermo non hanno quello sguardo pulito, senza
timore.
Tommaso Portalupi le regala una carezza. «Grazie, bambina
mia. Ora puoi andare».
Attende che la porta si sia chiusa per riprendere a parlare.
«Zolfo, signor Florio. Vino e zolfo».
Vincenzo incrocia le mani sulle gambe accavallate. «Certo.
Per lo zolfo, che quantità e in che tempi?»

Quella sera, Vincenzo nota che la madre è particolarmente premurosa.
Lo serve personalmente durante la cena, gli fa una carezza,
chiede notizie del suo lavoro.
La guarda con sospetto.
Quanto a lui, è stanco. Ha tolto la giacca e la cravatta; il gilet
è sbottonato, i capelli sono in disordine. Dopo un giorno frenetico,
finalmente può tornare a essere se stesso.
Alla fine, Giuseppina allontana il piatto. «Figlio mio, ascolta.
Ho trovato una ragazza che potrebbe fare al caso nostro».
A Vincenzo non sfugge quel «nostro». Come se pure la madre
dovesse sposarsi. Ma a lui non serve una compagna, né
una padrona di casa: vuole solo una femmina che gli dia eredi
sani e forti. Per il resto, Giuseppina provvederà a tutto, come
sempre. «Dite, mamma».
«Si tratta di una giovane di buona famiglia, cresciuta dalle
suore: ha diciassette anni, è seria e rispettosa. Sono state loro a
indicarmela».
Vincenzo appoggia il viso sui pugni chiusi. «Cosa vi preoccupa,
allora? Perché siete preoccupata, lo vedo».
Dita inquiete strisciano sulla tovaglia. «La sua famiglia ha
una lontana parentela con il principe di Torrebruna. Sarebbe
un matrimonio prestigioso. Mi hanno fatto sapere che sarebbero
lieti di farla sposare con te. Certo, c'è il problema della dote:
non hanno molto altro, oltre al titolo, a un fondaco verso Enna
e a una casa qui in città». Giuseppina sta scegliendo le parole
con attenzione.
Il senso di allarme di Vincenzo cresce. «Nulla d'irrisolvibile.
Ma?» Perché c'è un ma, lo sente, sospeso tra loro.
«Pongono una condizione. Vorrebbero che non gestissi più
gli affari in prima persona, che ti prendessi un attendente e
smettessi di occuparti dell'aromateria. Non lo considerano decoroso
per il titolo che portano». Giuseppina si zittisce, attende
un cenno, una parola.
Lui, invece, non muove un muscolo. Poi si copre il viso con i
palmi. Parla piano, Vincenzo, e sembra non credere a ciò che
ha appena sentito. «Voi vorreste che io abbandonassi il mio lavoro...
per una femmina?»
«Una femmina? È una bambina». Lei minimizza. «Intanto
te la sposi, poi si vede. Dopo che sarai dentro casa, non potranno
più dirti nulla. Sarai tu a tenere i cordoni della borsa».
Ma Vincenzo rovescia il capo all'indietro. Ride forte, batte il
pugno sul tavolo. «Ora! Ora mi dite questo». Nella voce c'è
un'amarezza ruvida che mette in allarme la donna. «Vi ricordate
cos'è successo quando non avevo nemmeno vent'anni?»
Alza la testa. Gli occhi sono pietre di lava. «Ve la ricordate Isabella
Pillitteri? Quando mi avete detto che me la dovevo scordare
perché era una morta di fame? Ve la ricordate, sì?»
Giuseppina tutto si aspettava, ma non quello. Scatta in piedi.
«Che c'entra? Quella era figlia e sorella di debosciati che
miravano ai soldi».
«Perché, questi che vogliono?» Insegue la madre che ha iniziato
a sparecchiare. «Non solo vogliono la mia ricchezza, ma
pure impormi cosa fare!»
«Chi ti può dire niente a te? Lei è un'anima pia, una picciridda
che esce dalle sottane delle suore. Ti obbedirà qualunque
cosa tu le dica: sei il maschio di casa e comandi tu. Sei tu
che hai i soldi!»
Vincenzo le punta il dito contro. «La mia risposta è no, a loro
e a voi. Vi avevo chiesto di trovarmi una moglie, non di farmi
imparentare con dei pezzenti che si sentono ricchi perché
hanno un titolo e si mettono pure a dettare condizioni».
Giuseppina è furiosa. Aveva pensato che la cosa fosse fatta,
e invece... Abbandona i piatti sul tavolo, lo affronta con le mani
sui fianchi. «Non mi perdoni quello che è successo quindici
anni fa, vero? Pure se ti ho fatto aprire gli occhi, e anzi avresti
dovuto dirmi grazie... Invece no, la colpa è mia. Di cosa, poi?
Hai visto come t'ha trattato sua madre? Oh, sì, figlio mio, so
tutto. Me l'hanno raccontata, quella scenata vergognosa in
mezzo alla strada! La verità è che sei vendicativo e senza cuore
come tuo padre. È inutile, certe cose ce l'avete nella razza, voi
Florio». La bocca le si storce in una smorfia. «Continua così e
rimarrai da solo come un cane».
Vincenzo deve fare uno sforzo per trattenersi dallo spaccare
qualcosa. Giuseppina glielo legge in faccia, arretra, ma lui l'afferra
per le braccia e le parla addosso. «Meglio essere un cane
rognoso che andare per tutta la vita dietro una donna che non
ti vuole».
La lascia andare. La madre barcolla, si aggrappa alla sedia.
Guarda Vincenzo e non lo riconosce più. Sbatte le palpebre,
ricaccia indietro le lacrime. Rimane così anche dopo che lui ha
lasciato la stanza. Mai come in quel momento vorrebbe Ignazio
accanto a sé.
La consapevolezza di essere stata crudele con lui le si aggrappa
alle costole.
Aveva pensato di rendere insopportabile la vita di suo marito,
aveva creduto che l'astio che nutriva per i Florio l'avrebbe
tenuta separata da loro. E aveva immaginato di avere un alleato
in suo figlio. Invece quella sera ha scoperto che il latte materno
mischiato all'odio con cui lo ha nutrito è stato veleno.
L'odio gli si è incistato dentro.

Strette di mano.
Tintinnio di calici.
La cameriera serve liquori e biscotti.
«Il vostro zolfo ha il prezzo più competitivo che abbia trovato
sul mercato a parità di qualità». Giovanni Portalupi parla
animatamente con Vincenzo. Tamburella sul contratto. «Ho
sentito in giro che siete proprietario di una cava».
«Ho preso in gestione una miniera del barone Morillo».
Vincenzo beve un sorso di porto. Gli piace parlare con quell'uomo
così diretto. «Il signor barone non vuol sporcarsi le
mani con il lavoro, ma i soldi dell'affitto gli fanno comodo e
quindi...»
Giovanni scrolla le spalle. «Pecunia non olet, dicevano i latini.
Una frase particolarmente calzante a proposito dello
zolfo».
Ridono.
Sta per continuare quando entra una donna di mezza età,
che si avvicina a Portalupi e gli parla in un orecchio. Ha lineamenti
forti e uno sguardo caloroso, una strana combinazione
di forza e delicatezza.
«Mamma!» Giovanni la chiama. «Vi presento don Vincenzo
Florio. Abbiamo appena firmato per una fornitura di zolfo.
Questa è mia madre, Antonia».
«Signora». Vincenzo la saluta in maniera formale. Gli occhi
si spostano di poco, lì dove ha visto balenare un'ombra. La indica
con discrezione. «E lei? Chi è?»
Giovanni sembra non capire subito a chi si stia riferendo;
poi scorge la sorella ferma sulla soglia. Nessuno, di solito, fa
caso a lei. «Ah. Giulia».
Nel sentire il suo nome, la ragazza si volta. Abituata a vedere
la casa invasa da uomini d'affari e sentir parlare di merci e
conteggi, ha imparato presto a stare al suo posto.
«Sì, tu. Vieni». Le tende una mano. Lo raggiunge, gli si
mette accanto. «La mia sorella maggiore, Giulia». Giovanni
inclina la testa. «Lui è don Vincenzo Florio».
Vincenzo lascia scorrere lo sguardo tra i due. «Davvero?
Non immaginavo che foste voi la più grande».
«Solo di due anni. Troppo poco per fargli da mamma, ma
abbastanza per odiarlo in quanto maschio e più piccolo».
Giovanni ride. «Semplicemente io sono il preferito di nostra
madre».
«Non ho preferenze, io». Antonia prende sottobraccio la figlia,
la allontana con delicatezza dai due uomini. «Giulia è
sempre stata testarda e suo fratello uno scavezzacollo. Crescere
due figli così non è stato semplice».
Vincenzo si sofferma su Giulia. «Però dev'essere stato
divertente».
La ragazza studia per un istante la punta delle dita. «Siamo
stati felici, e questo mi basta». Alza la testa, lo fissa con occhi
di raso. «I ricordi di un'infanzia serena sono il dono più bello
che un genitore possa fare a un figlio».
Quando lasciano la stanza, Giulia prova un sollievo dal gusto
dolceamaro. Si guarda indietro mentre la madre la precede in
cucina.
«Un uomo strano, quel Florio, non trovi?» dice Antonia.
«Così giovane e già così ricco. Tuo padre mi accennava che
ha fama di ribelle. Dicono che in pochi anni abbia accumulato
una fortuna comprando a prezzi di svendita terreni da nobili
in difficoltà. Addirittura si vocifera che presti denaro a usura».
«Mon père non farebbe affari con un poco di buono, non
credete?»
«Gli affari sono cose da uomini, figlia mia. Hanno regole
che non possiamo capire...» Un violento accesso di tosse la interrompe,
la costringe a sedersi. L'inverno - per quanto poco
rigido sia quello siciliano - è la stagione più difficile per chi
soffre di petto, come Antonia.
Giulia è subito accanto a lei. «State bene?»
Dal salone arriva il padre, trafelato. «Antonia...»
La donna si massaggia il torace, li rassicura: «Tutto bene».
Accarezza il viso del marito. «Da quando siamo qui a Palermo,
sto meglio. Il medico aveva ragione, il clima mite mi ha
giovato».
Tommaso Portalupi sospira. «Ho invitato don Vincenzo a
fermarsi a cena». La voce si fa sussurro. «Ha molti contatti
commerciali, è ricco ed è ben conosciuto qui in città. La sua benevolenza
ci serve. Ma se tu non ti senti bene...»
Giulia gli posa una mano sul braccio. «Ci penserò io, con
l'aiuto della Antonietta. Non è ancora andata via, vero?»
Il rammarico colora il volto del padre. «Temo di sì, purtroppo.
Dovrai preparare tutto da sola». Le dà un bacio sulla fronte.
«So che sei in grado di fare miracoli. Fanne uno dei tuoi».
Giulia sospira. Quando imparerà a stare zitta? Ha sempre
cercato di essere gentile con tutti. Solo che, troppo spesso, la
sua gentilezza le causa più fastidi che altro.
La madre ha smesso di tossire e, aggrappandosi al braccio
di Giulia, si rialza. Le due donne si dirigono verso la cucina.
Antonia si lascia cadere su una sedia, sospirando.
Giulia indossa il grembiule, apre la madia. Cosa cucinare
per una cena degna del loro ospite?
Cosa potrebbe piacergli? Qualcosa di forte, un sapore nuovo?
Ma cosa?
Si muove veloce, cerca tra i vasi e le ciotole della dispensa.
Poi vede il tegame con il bollito della sera prima.
È allora che le sue mani si fermano.
Ecco. Bollito, pane grattato, uova: ci sono. Le spezie... sì. Foglie di
cavolo al posto della verza... pazienza. Manca pure la mortadella di fegato,
ma qui a Palermo non si trova, nemmeno sanno cosa sia. Userò
del salame tagliato sottile...
Antonia la osserva preparare i mondeghili. È brava, la sua
Giulia. Avverte un vago senso di colpa verso quella figlia che
ha già superato i vent'anni e che non si è potuta fare una famiglia
sua. Nell'ultimo anno, poi, le sue flussioni di petto avevano
richiesto cure ed attenzioni costanti.
Era stato difficile per tutti lasciare Milano, la sicurezza economica
e la loro bella casa a poca distanza dai Navigli. E tutto
a causa sua. Il suo mal sottile era arrivato a un punto tale che
lei non poteva più restare immersa nel freddo e nella nebbia.
Aveva bisogno di luce e di sole per vivere.
Si sente in colpa, Antonia, perché ha costretto tutta la famiglia
a stravolgere la propria vita e a trasferirsi in quella città
che è bella, sì, ma così difficile, dove la miseria convive con
gli sfarzi di nobili degni di una corte europea. E anche a lei
manca Milano, la sua aria tranquilla, le strade piene di botteghe
e la solennità dei grandi palazzi del centro. Le mancano gli
odori e i sapori, le manca persino la bruma del mattino che
cancella i contorni del paesaggio e attutisce i suoni. Era abituata
ad una bellezza più sobria, dai contorni sfumati; non opulenta,
sboccata ed eccessiva come quella di Palermo.
Ma è così che è andata, e i suoi figli si sono dovuti adeguare.
Certo, mentre Giovanni lavora con il padre, Giulia è costretta a
stare con lei in casa e ha poche occasioni per svagarsi. Ma, santa
pace, non è quello che accade alle figlie femmine che restano
in famiglia? Non è loro dovere prendersi cura dei genitori
anziani?
A Palermo, poi, gli affari faticano a ingranare: pochi contatti,
molta diffidenza. È una piazza chiusa, stretta nelle mani di
chi, quel mercato, lo conosce bene. Ecco perché il marito ha invitato
a cena quell'uomo.
A tavola, Florio si rivela un ospite amabile, ma non troppo
loquace. Parla soprattutto di affari con Tommaso e Giovanni.
Poi, d'un tratto, si rivolge a Giulia. «Siete quindi stata voi a
cucinare?»
La ragazza è stupita da quella domanda così diretta. «Sì.
Spero che sia di vostro gradimento...»
«È tutto molto buono. Non dev'esser stato facile allestire
una cena in così poco tempo. Altre donne si sarebbero lasciate
prendere dalla confusione...» Ride piano. «Mia madre, per
esempio. Grazie al cielo, abbiamo una cuoca che si occupa di
queste incombenze».
Giulia abbassa la testa, ringrazia con un sorriso.
Continua a sorridere, Giulia. Ma è un sorriso diverso, che si
stempera nell'inquietudine.
Quel Florio l'ha osservata durante tutta la serata. Occhiate
rapide, rubate, mai oltre la soglia del rispetto ma proprio lì,
sul limite.
Lei ha sempre vissuto in un mondo di maschi e sin dall'adolescenza
ha imparato a tenere a distanza i conoscenti di suo padre
o gli amici di suo fratello.
Eppure adesso è confusa, perché nessuno l'ha mai guardata
in quel modo.

Si rigira nel letto.
Oltre la parete, oltre la stanza di Giovanni, anche Antonia Portalupi
fatica a prendere sonno.
Ripensa al loro ospite: è stato signorile nel comportamento,
cortese nei modi, e tuttavia l'ha messa a disagio. Pure adesso,
in bilico tra sonno e veglia, lei non riesce a capire cosa davvero
la sconcerti di quell'uomo. Ha confidato i suoi timori al marito,
ma Tommaso ha reagito con una scrollata di spalle.
«Nulla di strano. In fondo, Giulia è graziosa, ed è normale
che un uomo le dia una seconda occhiata. Se le fa la corte, meglio
per noi: grazie a lei, potremo avere forniture migliori. E comunque
Giulia lo sa, che deve badare a te».

Il respiro del mare è un alito caldo che s'infila tra i vicoli. Procede
a ondate lente, insinuandosi nelle case attraverso le fessure
negli stipiti.
È l'alba, ma Vincenzo è già al lavoro a via dei Materassai. È
nel suo ufficio. Quell'ambiente sta diventando troppo piccolo:
dovrà affittare un appartamento e trasformarlo nella sede dell'attività,
come ha fatto Ben Ingham.
Il pensiero di lasciare quel luogo ne porta altri, che s'intrecciano
con la mappa della solfatara del barone Morillo che Vincenzo
ha di fronte.
Si rivede accanto a quella stessa scrivania, dietro la quale
però è seduto lo zio Ignazio. E ricorda un uomo, con il cappello
sulle ginocchia e l'aria abbattuta, davanti a loro.
«Don Florio, è inutile girarci intorno. Non posso pagare la
cambiale che ho sottoscritto».
Ignazio aveva sospirato. «Don Saverio, che dobbiamo fare?
Vi ho concesso già una dilazione. Non è possibile continuare
così, lo sapete».
L'altro aveva annuito. «Pi' chisto vinni apposta di Girgenti. Ho
un grosso carico di sùrfaru che non riesco a vendere perché non
ho come portarlo al mare e non conosco nessuno che sia disponibile
a venirselo a prendere».
«Perché?»
«Sanno c'un hajo picciuli pì pagari».
«E come ce l'avete? Dico, lo zolfo non si trova accussì».
L'altro aveva allargato le braccia. «Un terreno di mia moglie:
uno, a momenti, scava con la punta della scarpa e già lo
trova. Manco è buono per portarci le capre; mi cadono morte
avvelenate».
«Ed è di qualità?»
«Puro, pulito. A virità, pare appena sputato dall'inferno».
Li aveva implorati a mani giunte: «Se la carta della cambiale
va davanti al giudice, io finisco in galera. Vi prego».
Zio e nipote si erano scambiati uno sguardo. E subito il pensiero
era andato ai loro soci francesi.
«Verrò io a vedere questo zolfo», aveva detto Vincenzo.
«Se è buono come dite, me lo prenderò e strapperò la cambiale
davanti a voi».
Così era stato.
Avevano piazzato il carico a Marsiglia per un valore tre volte
superiore a quello della cambiale. Dopo la morte dello zio,
Vincenzo se l'era comprato, quel terreno.
Da quel momento in poi, lo zolfo era diventato una voce importante
del bilancio di Casa Florio.
I pensieri vagano, si scompaginano.
Pensa, Vincenzo, e rigira l'anello dello zio Ignazio.
Suo zio. Sua madre. Chissà cos'avrebbe detto lui dell'ostinazione
di Giuseppina a cercargli una moglie tra quelle nobili ragazze
- poco più che bambine - nate in famiglie in cui il cugino
si sposava con la cugina e lo zio con la nipote, e che non brillavano
mai per intelligenza, e spesso neppure per bellezza.
Hanno il sangue marcio come i mobili su cui si siedono...
«Vincenzo?»
Perso in quelle riflessioni, non si è accorto che sono arrivati i
commessi e che Raffaele non soltanto è entrato nell'ufficio, ma
è proprio lì, accanto alla scrivania.
Vincenzo si riscuote e guarda il cugino, in attesa. Sa che deve
aggiornarlo sull'acquisto di un terreno in cui lui vuol costruire
una cantina.
In silenzio, Raffaele stende sulla scrivania, sopra la mappa
della solfatara, quella della costa marsalese. Vincenzo la osserva
a lungo. «M'interessa che abbia un accesso diretto al mare,
perché le strade lì sono trazzere di campagna e i carri grandi
non ci passano», dice infine. «Mica possiamo spendere soldi
in trasporti di carrietti e carritteddi. Voglio che, dallo stabilimento,
le botti vadano direttamente nella stiva delle navi». Punta il
dito su un tratto. «Qui, tra gli stabilimenti di Ingham e Woodhouse...
Questo è il luogo più adatto».
Raffaele cerca tra i suoi appunti. «Contrada Inferno, quindi.
Due tummini* di terra a ridosso di un molo naturale. Ce lo
vendono per sessanta onze, però c'è un canone a carico di
un certo barone Spanò...»

* Il «tummino» o «turnólo» era una misura agraria equivalente a
poco più di duemila metri quadrati in questa zona della Sicilia. (N.d.A.)

«Minchiate. Bloccalo subito, anticipa tu le somme per l'acquisto
se necessario. C'è troppo interesse per il marsala in questo
periodo e non è il caso di lasciarsi scappare l'occasione di
poter mettere su una cantina. Vedrai, un altro po' di tempo e i
prezzi dei terreni saliranno alle stelle».
In quel momento, un commesso annuncia l'arrivo di un
ospite.
Giovanni Portalupi.
Raffaele lo saluta con una stretta di mano. Vincenzo, al di là
della scrivania, si limita ad un cenno. Gli indica una sedia.
«Portalupi. Allora?»
Giovanni sistema il cappello sulle ginocchia. «Il vostro zolfo
riscuote un enorme successo presso i nostri compratori. Mio
padre e io vorremmo acquistarne dell'altro».
Vincenzo appoggia il mento sulla mano. «Dite quantità e
prezzo, e ne possiamo parlare».
Giovanni spiega e Vincenzo lascia che sia Raffaele a rispondere.
I due s'intendono in fretta.
«E quindi, da qui a una settimana mi saprete dire se potete
trovare questa quantità?» chiede infine Giovanni, fissando
Vincenzo.
«Ah, sì. Certamente». Vincenzo si alza. «Piuttosto, visto
che siete nuovo in città... volevo farvi una proposta. Siete
mai stato al Teatro Carolino? È a poca distanza dalla chiesa
di San Cataldo e di Santa Caterina, abbastanza vicino ai Quattro
Canti...»
Occhi disorientati lo fissano. «In verità, non ancora».
«Tra qualche giorno ci sarà uno spettacolo. Ho un palco e
sarebbe mio piacere avervi come mio ospite. Voi e vostra sorella,
ovviamente».
Giovanni è perplesso, ma non stupido. Capisce al volo.
«Credo che Giulia sarà lieta di venire. Vi farò avere una risposta
al più presto».
Quando l'uomo lascia l'ufficio, Raffaele esclama: «A me
non hai mai detto di venire a teatro!» Ma lo dice con malizia,
ridacchiando.
«Quando vuoi, te lo presto, il palco. Comunque, tu non hai
le minne, Raffae'. E ora usciamo, andiamo alla Camera di
commercio».

È un mare calmo che nasconde un'anima inquieta, Giulia
Portalupi.
Dopo lo spettacolo al Teatro Carolino, Vincenzo ha cercato
il modo d'incontrarla altre volte. Non è stato difficile: Giovanni,
suo fratello, unisce una mentalità pratica con una spiccata
inclinazione ai piaceri mondani. Vincenzo l'ha presentato ai
membri della Camera di commercio di Palermo e gli ha indicato
un comandante per la nave che avrebbe dovuto trasportare
le loro merci, nave che - peraltro - gli appartiene pro quota.
Giovanni ha anche portato Giulia come compagnia ad alcune
cene a casa di mercanti, adducendo la scusa di non avere
una moglie, e sottolineando come la sorella non avesse né amicizie
né occasioni per frequentare altre persone oltre ai propri
familiari. L'ha dipinta - con garbo ma inequivocabilmente -
come una povera zitella.
A lui fa un'impressione ben diversa.
A volte, Vincenzo ha l'impressione che Giovanni quasi gliela
stia buttando tra le braccia. In un modo o nell'altro, quel giovanotto
dall'accento straniero cerca di farli sedere sempre vicini.
Ed è una cosa che palesemente Giulia non sopporta.
È questo pensiero che gli fa scuotere la testa e gli strappa
una risata cinica. Pensa di essere furbo, Giovanni, ma è solo
un ragazzino che scimmiotta gli adulti. Usare la sorella per attirarlo
nell'orbita dei Portalupi è una strategia da sciocchi: a lui
non interessa corteggiare o fare il cascamorto con Giulia.
Però è una femmina sorprendente.
Non abbassa gli occhi se qualcuno parla, non sta lì a mormorare
preghiere per ogni cosa, non si distrae quando gli uomini
discutono di affari, come ha sempre fatto sua madre.
Segue invece i loro discorsi con attenzione, ed è questo che lo incuriosisce.
È una femmina che comprende il valore del denaro
e che vuole capire come questo denaro venga guadagnato.
Vincenzo ha capito che Giulia corruga la fronte quando vorrebbe
intervenire ed invece è costretta a stare zitta.
E un'altra cosa ha capito: lui la mette a disagio.
Meglio così, si dice.
Dopo Isabella, non ci sono state donne importanti nella sua
vita, ma solo femmine che lo hanno accolto per passione o per
denaro. Corpi senza volto, immagini senza memoria. E, anche
adesso che la madre sta brigando per trovargli una moglie,
Vincenzo non si chiede mai come sarà la prescelta. Immagina
solo se stesso, che entra in una casa nobile a testa alta. E non gli
importa se sarà grazie a un titolo che s'è comprato insieme con
la femmina che glielo ha portato in dote.
Eppure.
Eppure Giulia Portalupi lo stuzzica, e non è una questione
di bellezza. Anzi. Giulia non è bella. Lo intriga con quelle sue
labbra strette ed imbarazzate, con le mani chiuse a pugno e con
gli occhi che, quando ti fissano, non sono mai spenti, ma rivelano
invece sdegno, incredulità, biasimo, sorpresa o semplicemente
interesse. È così trasparente, lei, a differenza di quel pinnulune
di suo fratello che cerca di fare u' scaltro.

Vincenzo gioca con quei pensieri mentre torna a casa, mani
in tasca e occhi che cercano le prime stelle della sera.
Non appena entra, la cameriera prende giacca e cappello;
poi gli annuncia che la cena verrà servita da lì a poco. Nel salone,
lui trova la madre intenta a rammendare. «Cucite, mamà?»
chiede, dopo averle dato un bacio.
«Non è che posso lasciarti le camicie con i buchi, no? Che
poi, 'ste picciuttedde che hai chiamato non ci riescono, a rammendare
bene». Giuseppina allontana la stoffa dal viso. Gli occhi
cominciano a fare i capricci e lei non vede più bene come
prima.
«Sono cameriere che sono state a servizio in case di nobili,
mamma. Rammendano alla perfezione. È che voi pretendete
sempre di fare o di ridire qualcosa».
«Sì, come no! Oggi le ragazze non riescono a far bene le cose
di casa. Non la sanno tenere in piedi, una famiglia. Quando io
avevo quindici anni, mi lustravo il letto di ottone con la sabbia
e non mi lamentavo certo che le mani si screpolavano, come
fanno queste».
Vincenzo le concede l'ultima parola. Sprofonda sulla poltrona,
permette al corpo di rilassarsi, chiude gli occhi.
E immagina mani piccole ed agili che impastano delle polpette
milanesi con un nome strano e un gusto forte.

Giovanni Portalupi è fermo all'ingresso della platea del Teatro
Carolino. Accanto a lui, la sorella si fa aria con il ventaglio.
Il teatro è pieno: dai nobili ai popolani che occupano il loggione,
tutti chiacchierano ad alta voce. C'è gente che mangia,
una zingara che si offre di leggere la mano, persino un
acquaiolo.
«Non avresti dovuto accettare l'invito senza chiedermelo
prima. Lo fai sempre ed è una cosa che non sopporto». Giulia
si copre il naso con un fazzoletto. «Fa ancora troppo caldo e
qui c'è una puzza terribile. Stare al chiuso è una tortura».
«Che diamine, oggi tutto ti dà fastidio! Quando sei venuta
qui con me e con don Florio, la prima volta, eri di gran lunga
più conciliante». Giovanni continua a sbirciare la folla. «A
proposito, mi domando dove sia finito. Lo spettacolo sta per
iniziare».
La ragazza stringe il ventaglio nel pugno. Non sono solo il
caldo o il tanfo di sudore a infastidirla. «Appunto. È che Florio
mi guarda in quel modo strano...»
«Dovresti esserne contenta. È ricco e tu non sei più un giglio
in fiore. Hai ventiquattro anni, e non è cosa da poco per una
fanciulla della tua età ricevere le attenzioni di un uomo simile.
Dovresti esserne grata, e dargli un po' di corda, visto che ci siamo.
Non troppa, certo... nei limiti della decenza. È un ottimo intermediario
e papà è molto contento di fare affari con lui».
Collera e umiliazione si mescolano. La risposta della ragazza
è irritata. «Mi vergogno per te. Io non sono un carico di zolfo,
Giovanni, e non ho intenzione di assecondarti in questa tua
idea. Se papà sapesse di questa conversazione, s'infurierebbe.
Quanto a me, sono rimasta accanto a nostra madre per curarla,
o l'hai dimenticato? E poi, questo tuo nuovo amico non mi piace.
È venale, è... avido. Guarda tutti come se avessero un prezzo,
ma noi non siamo merci. Siamo persone».
«Ne sei certa?» Giovanni le indica una donna vestita con
un abito di seta cinese, affacciata ad un palco. Al collo, un medaglione
da lutto. «Guardala. Quella è la duchessa Alessandra
Spadafora. Vedova, abbandonata dalla famiglia del marito, si è
trovata senza soldi dall'oggi al domani. Ingham le ha pignorato
i gioielli di famiglia e lei ha accettato di diventarne l'amante
per riscattarli».
«Ma... come?»
Giovanni sembra divertito dalla sua aria scandalizzata.
«Tutti hanno un prezzo, sorellina cara. Tutti. Anche tu, che vorresti
stare tutto il tempo a leggere i tuoi libri francesi... anche tu hai un
prezzo».
«Chiedo scusa per il ritardo».
Si voltano.
Vincenzo è rimasto alle loro spalle il tempo necessario per
ascoltare la loro conversazione.
«Oh, alla buon'ora». Il ghigno di Giovanni è velato dall'ombra
in cui è immerso l'ambiente. «Temevo avessi cambiato
idea. Sarebbe stato imbarazzante, specie dopo averci invitato
nel tuo palco».
«Una questione al negozio mi ha trattenuto più del dovuto.
Venite». Fa strada per le scale, raggiunge il palco che ha ottenuto
anch'esso aliud pro alio - anche se non lo dirà mai apertamente -
per un debito, indica loro i posti. Poi si avvicina alla
balaustra. «C'è davvero tutta Palermo».
«Già. Comunque sono in ritardo. C'è stata una zuffa nei camerini
e uno dei cantanti sarà costretto a ricoprire a vita ruoli
femminili».
Ridono. Giulia, invece, si lascia cadere sulla sedia, sigillata
in un ostinato silenzio. Sì, in quello Giovanni ha ragione:
vorrebbe proprio essere a casa a leggere e non lì, in quel posto che
pare più un mercato di bestiame che un teatro.
Mentre Giovanni prende posto a sinistra della sorella,
Vincenzo si siede a destra, le sfiora le nocche della mano inguantata
poggiata sul bracciolo. Lei si ritrae.
Dal palco arriva una voce, le quinte fremono. Lo spettacolo
inizia.
L'opera non è molto apprezzata dal pubblico. Gli schiamazzi
sono così forti da coprire le voci dei cantanti.
«Troppo caldo e troppo vino per troppi spettatori». Giovanni
indica il corridoio. «Andiamo via?»
Vincenzo sembra d'accordo. «Potremmo fare una passeggiata,
sempre che tua sorella non sia troppo stanca. Ho una
vettura che mi attende in piazza sotto la Martorana».
Giulia prova a dire: «In verità, preferirei...»
Ma Giovanni non l'ascolta o sceglie d'ignorarla. «Ottimo!
Sì, andiamo. Qui l'aria è irrespirabile». Ed esce dal palco.
Lei non ha visto l'occhiata che i due uomini si sono
scambiati.
Uno sguardo complice, da maschi.
«Giovanni, aspetta...» Prova a fermarlo, ma il fratello è già
fuori.
Vincenzo le offre il braccio. «Vi scorterò io, se permettete».
Giulia è in collera. Perché Giovanni l'ha abbandonata e perché
non vuole rimanere con un uomo che conosce appena,
specialmente con uno come quel Florio. «Non capisco perché mio
fratello abbia deciso di lasciarmi sola. La carrozza è vostra ed
era quindi vostro il compito di chiedere che fosse preparata».
«Non sono un lacchè, anche se molti continuano a
pensarlo».
«Nemmeno mio fratello lo è».
Giulia aggira la poltrona per superarlo. Vuole andar via, e ci
riuscirebbe se le mani di Vincenzo non la fermassero sulla soglia.
Ha dita ruvide, che si poggiano sulle spalle nude di Giulia.
Lei annaspa, non riesce a parlare. Dovrebbe voltarsi, dargli
un ceffone, mettersi a gridare. Dovrebbe, ma non ci riesce, e
non solo per la paura che ha di lui.
Vincenzo la trascina nella penombra, al riparo da sguardi
indiscreti.
Cosa prova Giulia quando le labbra di Vincenzo le sfiorano
la nuca? Quando le schiudono la bocca a forza, quando i suoi
denti la mordono?
«No», dice. «No», supplica.
Mette le mani sulle sue per fermarlo. Ma il suo è un «no»
fragile. Giulia non vuole, se ne rende conto e non riesce a capire
perché. Oppure lo sa, e ne ha vergogna, perché adesso risponde
al bacio, a quelle carezze.
È lui che comanda, è Vincenzo che decide quando lasciarla
andare. Apre le braccia e lei sguscia via, l'oltrepassa nel
corridoio.
«Permettete?» Vincenzo la precede lungo le scale, mentre
Giulia, accaldata, scende i gradini sorreggendosi al corrimano.
Raggiungono insieme la carrozza dove Giovanni li attende.
Lei cammina a testa bassa. Si sente nuda, esposta al mondo.
Nemmeno stavolta si accorge del sorriso del fratello.

La tramontana spazza la strada in riva al mare. Davanti alla costa
di Marsala, le Egadi sono grumi di ferro contro il cielo.
Spruzzi salmastri sporcano i vetri della carrozza.
Sotto gli occhi di Vincenzo, operai innalzano mura su ponteggi
che tremano a ogni folata di vento.
Sa cosa vuole, riesce persino a vederlo: non un baglio, una
masseria come quelle che popolano le campagne siciliane, ma
un'azienda simile a quelle inglesi, con un grande cortile centrale
ed i depositi intorno.
«Hanno completato i magazzini?»
Raffaele lo precede nel cortile. «Vieni a vedere tu stesso».
Ovunque mattoni, tegole, legname e muratori che impastano
la malta. Assi di legno e cumuli di pietre li costringono a
deviare più volte dal cammino; davanti a loro, la casa padronale,
dove risiederà l'amministratore dello stabilimento.
Con sicurezza, Vincenzo entra nel primo dei due edifici laterali.
Falegnami stanno piantando i sostegni per le botti da
raffinazione del vino. Gli operai si rimettono in piedi, tirano
giù i cappelli. Lui fa loro cenno di continuare e si dirige verso
il centro della sala.
La luce entra dai portali e dagli abbaini; sopra di lui, un soffitto
altissimo, scandito da archi di tufo. L'aria è impregnata di
mare e sale.
Questo sarà il cuore della cantina.
Raffaele lo raggiunge. Anche lui, come gli altri, fatica a stargli
dietro. «Gli acquisti delle vendemmie sono andati meglio
di quanto fosse lecito sperare. Certo, gran parte delle vendemmie
di marsala se l'erano già accaparrate Woodhouse e Ingham,
ma sono riuscito a trovare su Alcamo dei mosti di inzolia,
grillo e damaschino. Ah, anche una partita di catarratto.
Quanto al vino già fermentato, sarà trasferito qui la prossima
settimana».
«Tutto come previsto, quindi».
«Abbiamo pianificato bene, sì. E avevi ragione: i prezzi dei
terreni qui intorno sono cresciuti in maniera spaventosa, e non
solo. I contadini stanno togliendo il grano per piantare vigneti.
Hanno capito che così possono fare qualche soldo da 'ste terre
pietrose».
«Raffae', i picciuli fanno comodo a tutti. Comunque, la prossima
settimana arriveranno le botti di sherry per iniziare la raffinazione.
Ah, ti ho fatto preparare un promemoria con il nome
di alcuni bottai di Palermo. Uno di loro è disponibile a trasferire
qui la sua bottega».
Vincenzo tocca il muro intonacato di fresco. Sì, il lavoro è
stato ben eseguito. Si toglie la polvere dalle mani, poi fa cenno
a Raffaele di seguirlo. Di nuovo, sempre di corsa. «Il tuo impegno
è stato notevole. Per settembre potremo formalizzare la
nostra intesa».
«Intesa?» La domanda perplessa di Raffaele si perde in una
raffica di tramontana.
«Una società. Tra Raffaele Barbaro e la Ignazio e Vincenzo
Florio».
L'uomo si blocca. Troppa è la sorpresa.
Vincenzo è costretto a fermarsi a sua volta e a tornare indietro.
«Non mi serve qualcuno che si occupi dei miei affari
infischiandosene di tutto il resto. Ho bisogno di una persona
che sia coinvolta con i suoi soldi. Del resto, hai già messo una
parte del denaro per comprare questa terra. Si tratta di continuare
per questa strada: un terzo tu, due terzi Casa Florio. Te
la senti?»
Raffaele tortura il pizzetto che si è lasciato crescere in quei
mesi. Ha imparato a conoscere quell'uomo spigoloso e proprio
per questo ha timore di accettare; tuttavia l'offerta è tanto preziosa
quanto rara, e farebbe di lui una persona di rilievo nel
piccolo mondo di Marsala. A Palermo, invece, lui è solo il cugino
di don Florio, uno dei suoi factotum. «D'accordo».
«Sapevo che avresti detto di sì». Gli dà una pacca sulla
spalla. «Non sarà facile gestire la cantina. Lo sai, vero?»
«Con gli inglesi qui a Marsala che si comportano come fossero
padroni del mondo? No». Si toglie i capelli dagli occhi. «Non
me l'aspettavo che tu mi offrissi quest'opportunità, Vice'».
«Se l'ho fatto è perché ci credo».
Si dirigono verso la casa padronale.
Vincenzo è lì e, nello stesso tempo, è già nel futuro: il cortile
pieno di carri, le piramidi di botti, le bottiglie con l'etichetta
Florio. Vede ogni cosa e sente che sì, ci saranno, e sarà lui
ad averli voluti. «Sarà la qualità a distinguerci», spiega. «Loro
fabbricano un vino da smerciare ai militari. Solo pochi barili
sono di alta qualità. Noi, invece, punteremo sul pregio e ci dedicheremo
ad altri mercati: Francia, Piemonte...» Prima di entrare,
si ferma davanti a una catasta di fasciame. «Un'ultima
cosa, Raffaele: i lavoratori. Parla con loro, guardali in faccia.
Questa non è una cantina come le altre: lavorare qui è un onore
e loro devono saperlo».

Il giorno dopo, Vincenzo torna a Palermo.
Nella solitudine della carrozza, estrae dalla tasca una lettera.
L'ha ricevuta tramite Giovanni poco prima di partire alla
volta di Marsala. Ne riconosce la calligrafia sottile, la firma appena
accennata. La legge con calma.
Io non posso accettare lettere come quella che mi avete scritto, inizia,
e lui immagina di sentire la voce di lei: indignata, percorsa
da un fremito di vergogna. Non posso perché tra noi non c'è nessun
legame. Voi siete un socio in affari di mio padre, non avete nessun
diritto su di me. Non dovrei nemmeno leggere ciò che mi scrivete,
eppure lo faccio. Anche i vostri comportamenti e le attenzioni di cui
mi fate oggetto troppo spesso superano il limite della decenza. Quanto
a me, ho la mia parte di colpa perché non riesco a sottrarmi alle vostre
pretese che, lo ammetto a malincuore, non mi trovano indifferente.
Pur non essendo una fanciulla leggera - e vi assicuro che non lo sono! -
la vostra vicinanza è per me fonte di turbamento.
Vi prego, v'imploro: se davvero provate qualcosa per me, non scrivetemi
più parole come quelle che avete vergato nell'ultima lettera.
Non cercatemi più se non avete intenzioni onorevoli. Non approfittate
della mia gentilezza, o sarò costretta a parlarne a mio padre, e non
vorrei farlo. Se volete intrattenere un'amicizia sincera e devota, sta
bene - e qui Vincenzo ride forte -, ma non superate il limite del lecito,
o sarò costretta a rinunciare alla nostra corrispondenza. Poi la firma:
Giulia.
Con il gomito appoggiato allo sportello, Vincenzo riflette.
Ha capito da un pezzo che Giulia è confusa, che lo vuole e lo
teme, e quella lettera glielo conferma. D'altronde quanti uomini
in passato l'hanno degnata di un secondo sguardo? si chiede.
Qualcuno ha mai provato a capire cosa si nasconde dietro
quell'atteggiamento severo, quelle mani chiuse a pugno?
Giulia non ha mai vissuto il desiderio. Né il proprio né quello
di un uomo. Quindi - decide Vincenzo - nella sua risposta
non le risparmierà niente. Le parlerà della smania che gli fa nascere
dentro; del fatto che, di notte, rimane sveglio pensando a
lei; di come vorrebbe toccarla; di quanto vorrebbe vederla con i
capelli sciolti sulle spalle nude. Lo farà perché sa benissimo
che lei non riferirà a nessuno quelle parole, men che meno a
suo padre. Lo farà perché Giulia nulla può opporre alla vertigine
che, ne è certo, si è impadronita di lei. Lui la conosce bene,
quella sensazione: la prova quando riesce a mettere le mani su
un carico prezioso o quando un affare complicato va a buon
fine. Però lei non è un carico di sommacco od una cantina...
Un carico si vende e si passa ad un altro; un affare si chiude e
si passa ad un altro. Invece quella femmina non passa, gli fa perdere
la testa, lo fa ubriacare.
Muore dalla voglia di averla nel suo letto, per Dio!
Si erano rivisti, più volte, a casa dei Portalupi o per strada,
lungo il Cassaro; lei, insieme con la madre o con il fratello, gli
aveva lanciato sguardi imbarazzati e languidi. In quell'inverno
del 1833 pochi altri veri incontri erano però seguiti a quello del
teatro.

Un pomeriggio, quasi all'imbrunire, con la scusa di ritirare
un documento, Vincenzo era andato a casa dei Portalupi. Tommaso
era rimasto a dir poco sorpreso di vederselo alla porta,
ma l'aveva fatto accomodare in salotto e si era diretto verso
lo studio per prendere le ricevute di pagamento dei carichi
di zolfo. Dato che Antonietta era già andata via, era stata mandata
Giulia a servirgli della limonata.
Quando lo aveva visto, seduto sul divano della stanza immersa
nella penombra, il bicchiere e la caraffa che portava su
un vassoio avevano tintinnato. Giulia era rimasta ferma sulla
soglia, immobile nel suo severo abito marrone, le sopracciglia
corrugate, le labbra socchiuse che imprigionavano una domanda.
Vincenzo le aveva tolto di mano il vassoio, aveva accostato
la porta poi le aveva poggiato le mani sulle spalle,
facendole scorrere lungo le braccia. Infine aveva avvicinato il viso
al suo.
«A voi cercavo».
Stavolta Giulia non aveva abbassato lo sguardo. In quegli
occhi aveva letto desiderio, sì, e anche una sorta di contrarietà,
forse perché lei voleva respingerlo e non ci riusciva. Poi Vincenzo
aveva alzato la mano. Con il pollice le aveva accarezzato
le labbra, le aveva sfiorato il mento ed era sceso fino alla gola.
Le aveva preso tra le dita il primo bottone del colletto. Lo aveva
slacciato.
Era passato al secondo.
Ma a quel punto Giulia lo aveva fermato. Gli aveva stretto il
polso, lo aveva allontanato mentre deglutiva a vuoto.
«No». E lo aveva detto con forza, con determinazione.
Tommaso Portalupi era sopraggiunto qualche istante dopo
e aveva congedato la figlia. Lei si era allontanata con un lungo
sguardo e la mano sul collo, quasi a tener chiusi i bottoni.

A ripensare a quella scena, Vincenzo sente il corpo in fiamme.
Scuote la testa e, per l'ennesima volta, cercando di dare
una ragione a quel desiderio, si dice che quella donna è fimmina,
femmina in maniera inconsapevole, dotata di una sensualità
che pochi riescono a vedere. E quindi è pericolosa, dato che
ignora cosa può fare a un uomo. E di certo ignora cosa sta facendo
a lui.
Con la primavera alle porte, pensa, Giulia avrà più possibilità
di uscire da sola, ora che la luce del sole si allunga su Palermo
e riempie di calore le viuzze del quartiere di
Castellammare.
Giulia lo teme, gli resiste e, nel contempo, si arrende quando
lui le ruba il tempo, gli occhi, le labbra. Non rifiuta le sue
lettere di passione; d'altra parte, i biglietti che lei gli manda sono
pieni di parole che dicono una cosa e ne intendono un'altra.
La Giulia di quei biglietti è una ragazza di buona famiglia che
tiene gli occhi bassi e dice di non gradire le sue attenzioni troppo
pressanti, ma in trasparenza c'è un'altra Giulia, che lo guarda
dritto negli occhi e sospira, che gli fa salire e scendere il sangue.
Vincenzo sente che lei lo vuole, sente il suo senso di colpa,
ne annusa la paura e il desiderio quando sono vicini.
E, in tutto questo, Giovanni Portalupi non si rende conto
che la sorella è diventata ben più che un'esca. Vincenzo sbuffa
tra i denti. Prova una sorta di fastidio per quel giovane che ha
pensato di usare la sorella per attirarlo. Né lui, né Giulia sono
persone che si fanno usare. Anzi. Lui, Vincenzo, sta sfruttando
la situazione portando avanti una partita che, per la prima volta,
gli muove la carne, e non la rabbia o il cervello. E così è per
Giulia. Lui lo sa.
Lo vogliono entrambi.

Il giorno dopo il suo ritorno da Marsala, Tommaso Portalupi
accoglie Vincenzo con grande cordialità. Gli serve personalmente
un bicchiere di madera e lo fa accomodare, mentre lui
si siede dietro la scrivania.
«Dunque, la vostra offerta per il nuovo carico di zolfo?»
«Un quarto della produzione riservato a voi soltanto». Vincenzo
accavalla le gambe. «Ho già agenti di vendita per Napoli
e Marsiglia. M'interessa avere referenti stabili nel mercato
del Nord. In Piemonte. E in Lombardia».
«Ci sono già molti concorrenti sul mercato, non solo per lo
zolfo. La vostra è un'impresa molto... vasta. Mi è giunta voce
che avete intenzione di diventare produttore di vini».
«Esatto». Vincenzo non si scompone.
Portalupi strofina il sottomano di pelle. Cerca le parole
adatte. «Permettetemi di parlarvi con franchezza, don Florio.
Questa vostra scelta mi stupisce: entrare nel mercato del marsala
in questo periodo mi sembra una scelta azzardata. Gli inglesi
hanno praticamente il monopolio sia della produzione sia
della vendita».
«Non siete il solo a pensarlo». Vincenzo si alza, cammina
per la stanza. «Ma io punto a un mercato diverso da quello
dei miei stimati colleghi Ingham e Woodhouse. Penso a vini
destinati alla tavola dei nobili. Dei sovrani, persino». Arriva
alla finestra, osserva le mura della città e poco oltre, il blu della
Cala. «Lo zolfo che vi ho fornito ha pienamente soddisfatto i
vostri clienti; alcune delle concerie di pellame più importanti
dell'Inghilterra acquistano unicamente da noi il sommacco.
Sarà così anche per il vino».
«Staremo a vedere». Portalupi ha un tono cupo. «Vostro è
il denaro, vostra è la scelta».
Si congedano. Sono alla porta, quando sopraggiungono
Giulia e sua madre.
Vincenzo saluta entrambe con distaccata gentilezza. Antonia
è pallida, ancora in veste da camera; Giulia indossa scarpe
e guanti, segno che sta per uscire.
Vincenzo lascia la casa dei Portalupi, ma non si allontana
troppo. Ha delle merci da sdoganare e palazzo Steri è a poca
distanza. Potrebbe mandare il responsabile dell'aromateria, visto
che si tratta di spezie, o il suo segretario, ma no: andrà lui,
oggi...
Si concede una risata. Sa qual è il vero motivo di quell'eccezione.
E non è nemmeno la prima volta che lo fa.
A differenza di molte giovani palermitane, Giulia esce da
sola: spesso la madre resta in casa a causa del mal di petto e
la figlia la sostituisce nelle incombenze domestiche. È una cosa,
questa, che ha fatto inarcare più di un sopracciglio: andare
in giro senza neanche una cameriera... Cose di gente straniera.
Quindi, se è fortunato, potrà incontrarla lungo la strada.
Alla Dogana, Vincenzo perde solo pochi minuti.
Gli basta un cenno perché un impiegato si faccia avanti per
servirlo. Oltrepassa la fila, ignora i mugugni di chi aspetta da
tempo - tra cui il figlio di Saguto - e indica i sacchi di tabacco
che devono essere portati a piano San Giacomo.
Poi via, verso il Cassaro, dov'è certo che troverà Giulia con
il suo cappello blu e la camminata svelta.

Giulia lo vede per prima. Sta tornando a casa, ha un paniere
tra le mani. Cerca di evitarlo e, nello stesso tempo, i suoi piedi
rallentano.
«Buongiorno», dice Vincenzo.
«Signore...» Lei tiene gli occhi bassi e cerca di passargli a
lato.
Lui afferra il paniere. «Permettete?»
La donna è costretta ad alzare la testa. «Permettere? Me lo
state strappando di mano!» esclama. Ma non lascia andare il
manico.
Occhiate si appuntano su quell'insolito tira e molla.
Con uno sbuffo, Giulia lascia la presa.
«Brava ragazza», mormora lui.
Riprendono a camminare, l'uno a fianco dell'altra.
«Vi state prendendo delle libertà eccessive. Vi ho già detto,
mi sembra, che essere in affari con mio padre non giustifica il
modo in cui vi comportate con me».
«Cosa vi avrei fatto? Vi ho costretto a fare qualcosa che non
volevate?» Saluta con un cenno della testa un conoscente.
«Non sono io a scrivere lettere, facendole recapitare tramite
vostro fratello».
Giulia avvampa. Ha ragione; lui le toglie la serenità e le fa
cantare il sangue. È stata debole. «Voi siete... pericoloso. Pericoloso
e ingiusto, don Vincenzo. Se non avete intenzioni onorevoli,
non dovete più fare quello che avete fatto la settimana
scorsa, quando...»
«Quando siamo stati interrotti dall'arrivo di vostro padre?»
Umiliata, Giulia affretta il passo. Via della Zecca Règia non
è lontana; pochi minuti e sarà al sicuro. Lui non oserà seguirla
oltre il portone. «Non è giusto che voi mi scortiate a casa senza
averne titolo». Cerca di tenerlo a distanza.
«Nessuno farà caso a ciò che fate. E poi siete con me».
«Appunto: è perché sono con voi che ho paura».
Dietro di loro, all'improvviso, un tramestio, alcune grida.
Una carrozza lanciata a tutta velocità passa loro accanto.
Vincenzo spinge Giulia contro la cancellata di un cortile.
Tuttavia, anche dopo il passaggio della vettura, continua a
stringerle il braccio. «Venite con me», le sibila nell'orecchio.
«Don Florio, mi state facendo male», protesta lei. Sono all'altezza
di via dei Chiavettieri. «Per favore», lo implora.
«No». Lui tira dritto, quasi la trascina.
Giulia prova vergogna e paura. Mette la mano sulla sua.
«Vincenzo. Ti prego».
È a quel punto che lui si ferma. La osserva come se la vedesse
per la prima volta. Ha uno sguardo nudo, una voce così bassa
e carica di rabbia che Giulia ne è sconvolta. «Non posso
sopportarlo. Tu non puoi dirmi cosa fare o meno. Non puoi
pregarmi. Non sono un santo di marmo», le dice. «Questa storia...
questa cosa tra noi deve finire».
Passi frettolosi li portano verso la casa dei Portalupi. Lui
spinge il portone socchiuso. La penombra dell'androne li
avvolge.
Vincenzo lascia cadere il paniere per terra, le strappa il cappello.
Le prende il viso, la bacia; lei prova a respingerlo, ma
non può che cedere. È un bacio di prepotenza e di carne.
È lui a staccarsi, a guardarla come se fosse una nemica.
Disorientata, Giulia fa un passo verso le scale, ma lui la
spinge contro il muro. «Dove vai?»
Di nuovo, stretti contro la parete.
Le parla contro l'orecchio. «Maledizione a me, mi sei entrata
dentro. Non era previsto, non posso farci nulla: è una questione
di voglia, questo è. Desiderare e non avere è pena da
morire». La fissa negli occhi perché vuole che capisca bene,
perché non ci siano fraintendimenti. «Non mi servi come moglie.
Non sarebbe un matrimonio vantaggioso per me: sei troppo
vecchia, e non sei nobile, e credo che anche tu te ne renda
conto. Però ti voglio e basta».
Giulia respira a malapena. «Ma cosa intendi? Cosa dici?»
Non è possibile che sia quello.
«Tu vuoi che io mi...» Suo fratello le ha detto che ci sono
donne che vivono con gli uomini senza essere sposate, donne
che sono considerate alla stregua di prostitute, ma... «Tu mi
stai proponendo di diventare...» chiede, e gli cerca una risposta
in viso. Ciò che vi legge le toglie ogni dubbio.
«Meglio questo che restare zitella, no? Cos'è stata la tua vita
finora? Non hai fatto altro che accudire tua madre, non hai
avuto altro. Niente. Persino tuo fratello ti sta usando e, se potesse,
ti metterebbe nel mio letto per firmare un accordo in più.
Tu sei una femmina seria, lo vedo, non c'è bisogno che me lo
dici. Però mi vuoi, non dire di no, e hai paura di ammetterlo.
Lo sento perché la carne...» Le mette una mano sul seno. «La
carne non mente».
«Ma allora...» Le dita di Giulia graffiano il muro. «Vorresti
che io...» Collera, delusione, dolore, desiderio. «Ma come puoi
pensare che...»
«Non fare la Santuzza oltraggiata. Lo so che mi vuoi».
Alza la mano per schiaffeggiarlo, ma Vincenzo è più veloce.
Le afferra il polso.
«Lasciami», ansima Giulia, mentre prova a spingerlo via.
Ma lui è troppo pesante, non ci riesce e poi no, non vuole
che si fermi, è questa la verità. Un pensiero che è già peccato.
Ma, mentre pensa, se lo tiene stretto.
Di nuovo, lui la bacia, questa volta sul collo, le strappa il
merletto dell'abito. È più un morso. Giulia non riesce a ribellarsi
perché è vero, Vincenzo ha ragione: la carne è traditrice.
Lei lo vuole dal profondo delle viscere.

Vincenzo è andato via, però lei è rimasta nell'atrio del palazzo.
È ancora contro il muro, ma adesso per riprendere fiato.
Dovrebbe andare da suo padre, dirgli che Vincenzo Florio le
ha mancato di rispetto.
No. Non riesce nemmeno a pensare di poterlo fare. Morirebbe
di vergogna. E poi non vuole. Perché le sue parole gli sono
rimaste nella testa.
Giovanni la sta sfruttando. I suoi genitori hanno fatto sempre
conto su di lei, senza mai chiederle quali fossero i suoi desideri.
Lei è una presenza certa, muta come un pezzo di
arredamento.
La casa è silenziosa. Dal corridoio arriva la voce della madre.
«Sei tu, Giulia? Io sono a letto. Tuo padre e tuo fratello sono
andati via da poco, vieni a farmi compagnia?»
«Arrivo». Incontra il suo riflesso nella specchiera. Occhi arrossati,
pelle di fuoco. Un livido sta nascendo nell'incavo del
collo.
Presto.
Uno scialle per coprirsi, perché nessuno veda il segno; poi
dalla madre, a confortarla, e poi ancora in cucina per aiutare
Antonietta a preparare la cena prima che vada via. Quando
si siede a tavola, quasi non riesce a mangiare.
Alla sera, si sfiora il collo. Il segno che lui le ha lasciato è lì.
Un marchio di possesso, livido, nero come il marchio di un
punzone.

Una settimana dopo, una figura avvolta in un mantello scuro
attraversa Palermo con passi veloci. Spesso si guarda indietro.
I negozi sono chiusi, i putiàri stanno stringendo i chiavistelli.
Dal Cassaro, l'ombra s'inoltra nel mandamento di Castellammare,
attraversa vicoli stretti come vene. Rallenta quando
arriva a piano San Giacomo. Si ferma.
Infine avanza con decisione verso via dei Materassai. Dai
vetri dell'aromateria dei Florio trapela una luce.
Una mano inguantata bussa alla porta con insistenza.
Vincenzo è solo. Alza la testa dalle ricevute che sta controllando
alla luce stentata di un lume.
Chi può essere? si chiede. Il negozio è chiuso, è tardi. Chiunque
sia, però, sta picchiando con insistenza.
Arriva all'ingresso, scorge la sagoma con il mantello. Apre.
«Tu?» chiede dopo una manciata d'istanti.
«Io».
Lui si fa da parte, poi chiude la porta a chiave. Torna nello
studio seguito da un fruscio di gonne. Il cappuccio del mantello
cade all'indietro. Il viso pallido di Giulia Portalupi appare
nel buio.
«Perché sei qui?»
«Mia madre ha bisogno di un preparato. A causa del freddo,
ha avuto un violento accesso di tosse ed ha espettorato sangue».
Gli allunga il foglio. «Ecco. Queste erbe».
«Non dovresti essere in giro a quest'ora. Sarebbe dovuto
venire tuo fratello».
Lei tiene la testa bassa. «Sono voluta venire io. Giovanni lo
sapeva e non mi ha fermato».
Un accenno di risata sarcastica risuona nell'ufficio. «Ah, il
caro, buon Giovanni... Te lo avevo detto, ricordi?»
«Già». La mano di lei resta protesa come una domanda
insistente.
Vincenzo prende il foglio. Senza guardarlo, lo poggia sul tavolo.
«Però sei qui per te». La costringe ad alzare il viso.
«Sì», risponde lei. «Sì», ripete a voce più forte.
Si odia mentre lo dice.
Lui l'abbraccia, mentre lei chiude gli occhi e se lo stringe
addosso.
Ha paura, Giulia. Paura e vergogna. «Che ne sarà di me?
Sarò rovinata», mormora. Vorrebbe piangere, e invece non
può perché il corpo ha preso il sopravvento e le insegna a fare
quello che sta facendo. «Perderò l'onore. Chi mi vorrà, dopo?»
«Nessuno». Vincenzo le sfila via il mantello. «Nessuno ti
vorrà. Sei mia». Glielo dice all'orecchio, e già sta slacciando i
bottoni dell'abito. Poi apre il corsetto, le sfila le gonne.
Cadono a terra e fanno l'amore.
Perché è vero, perché Vincenzo ha ragione: la carne non
mente. Il sangue non si può fermare.

Passano settimane. Mesi.
Poi, una sera di fine ottobre, tutto precipita.
Giulia e Giovanni sono usciti a passeggio con Vincenzo sotto
le mura della città, ai piedi di palazzo Butera. Nella carrozza,
gli uomini parlano di affari e di alcune amicizie comuni.
Giulia, seduta accanto a Giovanni, non guarda Vincenzo;
eppure, sotto le gonne, sente il suo stivale accanto alla caviglia,
in un contatto che le strappa brividi.
Di colpo, Giovanni si volta a guardare un calesse scoperto.
«Oh, cribbio», esclama. «C'è Spitaleri, il grossista di lana di
piazza Magione. Ho da regolare una faccenda con lui». Si
sporge dal finestrino per richiamare l'attenzione dell'uomo.
Quello rallenta, gli fa cenno di raggiungerlo.
«Va' a parlarci, che ti aspettiamo». L'invito di Vincenzo ha
il suono di un ordine. Giulia si muove a disagio sul sedile,
mentre il giovane scende dalla vettura e raggiunge il mercante.
Quando scompare dal loro sguardo, Vincenzo si china in
avanti, la preme contro di sé. «Sangue di Dio, vieni qui...»
Lei chiude gli occhi, se lo stringe addosso. Sono fuoco e paglia.
Non vi è dubbio su chi sia cosa.
Così li trova Giovanni, tornato all'improvviso: Giulia con il
corsetto slacciato e la gonna arrotolata sulle cosce e Vincenzo
che ansima.
Giovanni guarda la sorella che tenta di coprirsi, nota i capelli
sfuggiti allo chignon e la vergogna sulle guance. E si accorge
con orrore dell'espressione priva d'imbarazzo di Vincenzo.
Allora si porta le mani al viso, incapace di sostenere quella
scena. Vorrebbe gridare, insultarli, picchiarli. «Tu...» biascica,
indicando la sorella. «Tu gli hai permesso... Che cosa avete
fatto?»
Lei si copre il viso con le mani. «Non urlare, ti prego»,
sussurra. «Smettila», lo implora.
È Vincenzo a prendere in mano la situazione. «Sta' zitto,
ragazzo, e sali. Verrò a parlare con tuo padre domani
pomeriggio».

A casa, il carico di infamia viene rovesciato addosso a Giulia
in un colpo solo. Confessa la relazione con Vincenzo,
ammette di avergli ceduto. Il fratello sbraita, ripete che l'aveva
considerata una fanciulla pura e rispettosa e invece lei si era
concessa al primo venuto.
Lei trova la forza di ribattere tra le lacrime che è anche colpa
sua, ma Giovanni la zittisce mettendole una mano sulla bocca.
«Non dire fesserie. Lui ha preso quello che tu gli hai dato».
«Svergognata!» sibila infine la madre. Poi si avvicina e, con
insospettabile energia, le dà uno schiaffo prima di lasciarsi cadere
sul divano, ansimando e tossendo. Tommaso cammina
avanti e indietro, ignorando le lacrime della figlia e il respiro
pesante della moglie. Infine si ferma davanti a Giulia e, a voce
bassa, minacciosa, le dice che deciderà se rimandarla a Milano
o chiuderla in un convento.
Lei scappa nella sua stanza e si butta sul letto, con la testa
sotto il cuscino per soffocare i singhiozzi.
Tutto. Accetterà tutto purché non l'allontanino da Vincenzo.

Il pomeriggio seguente, Vincenzo arriva a casa Portalupi
per incontrare i due uomini della famiglia. Si chiudono nello
studio.
Giulia e Antonia, in attesa nel salotto, si fissano in silenzio.
Ma la giovane non resiste: quei tre uomini stanno decidendo
del suo futuro senza curarsi di cosa lei possa volere o desiderare
e lei deve sapere. Allora si alza, arriva alla porta dello
studio e fissa il legno sino a imprimersi nella memoria le modanature
che s'intravedono sotto la pittura screpolata.
Ascolta.
Vincenzo spiega i fatti in maniera tanto placida quanto sfacciata,
dichiarando che non l'avrebbe sposata perché altri sono i
suoi progetti al riguardo. Tuttavia desidera tenerla sotto la sua
protezione e conta sulla loro discrezione. «E questo è. Vostra figlia
mi piace e, sì, l'ho sedotta. Me ne assumo la responsabilità,
se è quello che volete sentirvi dire. Visto che ormai il danno è
fatto» - e lo dice con un vago compiacimento - «ho chiesto
questo incontro per comunicarvi le mie condizioni. Non lascerò
Giulia in mezzo a una strada e desidero che voi non la mettiate
alla porta».
La collera di Tommaso Portalupi, nata dallo sbigottimento,
esplode in un grido di rabbia. «Siete senza onore! L'avete costretta
a cedere ed ora volete farne la vostra puttana?»
Giovanni si fa avanti, minacciando di chiedergli riparazione
dell'onore della sorella.
Vincenzo lo gela con una risposta secca. «Non essere ipocrita.
Tu sapevi ogni cosa».
«Io pensavo che tu fossi gentile con lei perché era mia sorella,
una zitella...»
La risata di Vincenzo è uno schiaffo. «Io credo piuttosto
che tu l'abbia fatto apposta. Pensavi che, interessandomi a
lei, vi avrei scelti come compratori privilegiati per le mie merci,
non è così? Proprio un picciriddo sei. Quante volte ci hai lasciato
soli? Quante volte hai girato la faccia da un'altra parte?
Giulia poteva non accorgersi delle tue manovre, ma io sì. E, se
ne ho fatto la mia amante, è perché ho voluto lei, non i vostri
picciuli».
«Tu hai permesso che...»
Il tono accorato del padre provoca a Giulia una stretta allo
stomaco.
Di nuovo, Vincenzo replica con calma. «Riflettete, signor
Portalupi: non so se avesse il vostro consenso, e poco m'importa.
Ma vostro figlio mi lasciava spesso da solo con Giulia,
trovava sempre il modo di farmi sedere accanto a lei, senza che io
mai lo avessi chiesto. Sapete come si dice qui? À pagghia vicino
u' foco appigghia: la paglia vicino al fuoco si infiamma. Ed è
quello che è successo».
Una sedia cade a terra.
Giulia fa un passo indietro.
Giovanni grida: «Basta! Non importa cos'è successo. Ora
devi farne una donna onesta!»
Giulia non crede che il fratello sia davvero indignato, non ci
riesce. Probabilmente è soltanto a disagio per essere stato scoperto
e umiliato da Vincenzo, che ha svelato le sue macchinazioni
al padre.
«No». Secco.
«Allora ti svergognerò davanti a tutti. Non puoi passarla liscia:
faremo in modo che il tuo nome sia macchiato di fango. Si
deve sapere che ti approfitti di ragazze innocenti, altro che matrimonio!
Tutti devono sapere che razza di farabutto sei».
Vincenzo risponde in un tono così basso che Giulia fatica a
sentirlo. «Tu che minacci... me?»
«Sì. Compòrtati da uomo, per Dio!»
Una lunga, strana pausa.
Giulia immagina Vincenzo che guarda Giovanni sino a fargli
abbassare gli occhi. «La metà dei commercianti di Palermo
ha debiti con me e garantisco le cambiali di tutti gli altri», dice
infine. «Sono liquidatore fallimentare, membro della Camera
di commercio. Possiedo quote di proprietà dei principali vascelli
che fanno scalo a Palermo. Mi basta una parola alle persone
giuste per mettervi in ginocchio».
«Corbellerie. Non hai tutto questo potere», afferma Giovanni.
Ma con voce tremante.
«Ce l'ho, eccome. Sono i soldi a darmelo. Tuo padre non farà
nulla del genere, così come non lo farai tu. Siete stranieri.
Una parola sbagliata e nessuno farà più affari con voi a Palermo
e in tutta la Sicilia».
Il silenzio cala nella stanza.
Giulia, dietro la porta, non sa più che pensare.
Alla fine, è Tommaso Portalupi a parlare e lo fa con voce
ferma ma gelida. «Ho capito bene ciò che intendete, signore.
Ciò che ho sentito dire di voi è dunque vero: passereste sopra
il cadavere dei vostri congiunti per ottenere ciò che volete.
Non avete fibra morale né rispetto per niente e nessuno. La vostra
decisione ci mette con le spalle al muro. Ora, però, lasciatemi
dire la mia: vi siete insinuato in casa nostra come un serpente.
Avete rovinato la mia Giulia per sempre, perché nessun
uomo si accomoda alla tavola cui ha già mangiato un altro.
Almeno siate sincero e ditemi: avrete cura di lei? Perché non posso
sopportare l'idea che un giorno la abbandonerete a un destino
di povertà. È già senza onore, che è l'unica ricchezza di
cui dispone una donna».
«Immagino che ormai ai vostri occhi la mia parola non abbia
più valore», replica Vincenzo con un tono che, a Giulia,
suona venato di pietà. «Comunque sì: avrò cura di lei».
Subito dopo, la porta si spalanca. Giulia se lo trova davanti.
Le prende il viso tra le mani. «Prepara le tue cose», le dice a
voce bassissima. «Tempo una settimana e verrai via da questa
casa».
Sarà la settimana peggiore della sua vita. La madre le rivolge
a malapena la parola; il padre la ignora, salvo lanciarle occhiate
di profonda delusione. Giovanni le dà apertamente della
poco di buono.
Mangia da sola in camera sua, ingoiando cibo e lacrime.
Quando Vincenzo viene a prenderla, è una liberazione.
Le ha trovato un piccolo ammezzato affacciato sullo stesso
cortile dei Portalupi. L'ha fatto svuotare ed imbiancare. L'ha fatto
arredare.
Dopo sette giorni, Giulia vi entra da padrona, seguita da
una cameriera che Vincenzo le ha messo a disposizione.
In quella casa, si sente strana. In colpa e, insieme, dolorosamente
felice.
Vincenzo è stato chiaro: non la sposerà mai. Eppure lei lo
ama. Lo ama con tenacia, con la follia del primo amore che è
stupido e cieco, con la consapevolezza di essere senza speranza.
E a quest'amore, che l'ha trasformata in una persona da nascondere,
in una figlia di cui vergognarsi, è grata. Di questo
sentimento lei è felice.
Prima era una giovane donna onorata, un'ombra che viveva
per servire la madre e la famiglia. Ora è la mantenuta di uno
dei commercianti più ricchi della città. Non di un nobile, per
cui è un costume sociale accettabile avere un'amante. Solo di
un putiàro.
Per molti, lei è poco più di una cortigiana e Vincenzo è un
bottegaio arricchito. Anche se la gente ha timore di lui - e del
potere dei suoi soldi - niente potrà metterli al riparo dal
disprezzo.
Ma tutto ciò non è nulla rispetto a ciò che la attende.

È un'alba di primavera del 1835 quando la vita di Giulia si divide
di nuovo tra un prima e un dopo.
La giovane è sola. Si guarda nello specchio della sua casa.
La sua casa da mantenuta. Da amante di don Florio.
Il viso è tirato, segnato da occhiaie scure come lividi, dono
dell'ennesima notte insonne.
Sfila via la camicia da notte. Rimane nuda. Trema, e non è
per il freddo.
La linea del corpo è cambiata.
Quella mattina, al numero 53 di via dei Materassai, le cameriere
aprono le finestre. L'aria frizzante e la luce del giorno riempiono
la sala da pranzo.
In maniche di camicia e pantaloni, Vincenzo consuma una
colazione frugale, scorrendo alcuni documenti del Consiglio
della Camera di commercio di cui è membro. La fronte, solitamente
aggrottata, è distesa.
Ha ancora addosso il profumo di Giulia.
Giuseppina entra nella stanza nel momento in cui lui si alza
da tavola. «Dobbiamo parlare».
Lui afferra un tricotto, lo sgranocchia mentre si dirige verso
la porta. «Non ho tempo».
«Sì, invece. Lo sai che ho un incontro con le suore di Santa
Caterina? Hanno un'altra ragazza da presentarmi, la sorella di
una loro novizia. Una picciridda tanto graziosa, dicono. E io che
cosa faccio, vado a dire che mio figlio ha una mantenuta?»
«Vedete cosa vogliono i suoi parenti e poi mi riferite».
La madre gli si para davanti. «Hai passato di nuovo la notte
da quella».
Vincenzo si passa la mano tra i capelli. Invoca i santi, perché
gli diano la pazienza di affrontare l'ennesima discussione con
la madre. «Non è affar vostro».
«No. Finché vivi sotto questo tetto è anche affar mio. Ti ho
detto che devi dimenticarla. E se poi, Dio non voglia, ti dà un
bastardo? Ah, allora potresti dire addio a qualunque matrimonio,
altro che nobili e principesse».
«Mamà». Un respiro. Sta' calmo, si ripete. «Sono un uomo,
non un monaco. E questa è prima di tutto casa mia».
«Pure me lo rinfacci? Ricòrdati che cos'hai fatto!» No, nessun
Dio potrà salvarlo dalla lite che Giuseppina vuole
scatenare.
«Ancora con la storia di Bagnara? Quando la smetterete?»
«Mai! Non lo dovevi fare: era la mia casa e tu l'hai venduta
senza dirmi una parola». Con la voce carica di rancore, Giuseppina
lo insegue lungo il corridoio e in camera da letto.
«Tu, come tuo padre, mi avete strappato ogni cosa. E pure devo
sopportare che tu te ne vada a dormire dalla tua buttana
milanese».
È a quella frase che Vincenzo si ferma. «Ora finitela», sibila.
Gli occhi sono due fessure. Afferra alcuni abiti che scaglia sul
letto.
«No, io parlo eccome. Lo sai quant'è brutto andare in chiesa,
a San Giacomo, e vedere le occhiate delle altre donne?»
L'uomo si toglie i vestiti fino a rimanere nudo. «Non è un
mio problema quello che pensa la gente».
«Ma che fai, ti spogli così? Cos'è, un insegnamento di quella
svergognata?» Giuseppina si volta, rossa in viso.
«Voi mi avete fatto; lo sapete come sono».
La madre ascolta il suono dell'acqua nel catino, lo stesso che
usava Ignazio. «Se ci fosse tuo zio, non lo avresti fatto:
prenderti una mantenuta sotto gli occhi di tutti... State vivendo in
peccato mortale».
Lo sciabordio s'interrompe. Vincenzo si riveste; infila bottoni
di madreperla nelle asole, le parla senza guardarla. «Questo
sarà l'ultimo dei peccati che porterò davanti a Dio. E comunque,
se vi dà tanto fastidio, trovatemi una moglie e io dormirò
a casa con lei». Prende la giacca, la indossa con gesti secchi.
«Ma sappiate che, maritato o no, non rinuncerò a Giulia. Mai».

È quasi notte quando Vincenzo entra nel cortile di via della
Zecca Règia. Lancia un'occhiata alle finestre dell'appartamento
dei Portalupi e poi si dirige all'ammezzato. Quello che lui e
Giulia dividono, «vivendo in peccato mortale» come dice sua
madre.
Minchiate di fimmine e preti.
Almeno metà degli uomini che lui conosce ha un'amante, se
non addirittura un'altra famiglia rispetto a quella ufficiale, a
cominciare da Ben Ingham, che tratta i figli della duchessa
Spadafora come se fossero suoi. Più raro è che una storia iniziata
come una relazione d'interesse si sia trasformata in un legame
d'amore.
Non si ferma su questo pensiero. Non vuole.
Suona. Nessuno risponde. Apre la porta con le chiavi, si sfila
la giacca, arriva al soggiorno.
Lei non c'è. Forse è a casa dei genitori.
Dopo la lite seguita alla decisione di vivere agli occhi del
mondo come sua mantenuta, Giulia ha passato giorni segnati
dal rimorso. Solo da poco ha ricominciato a frequentare i familiari.
Suo padre, da uomo pragmatico, l'ha perdonata in fretta.
La madre no, continua a rimproverarla e a farle pesare addosso
la delusione.
Da una caraffa, Vincenzo si versa della limonata. Lavorerà
un po' in attesa del suo arrivo.
Non si rende conto di che ore sono finché la fiamma del lume
non inizia a tremare, mossa dal vento della sera.
Si alza, sbircia attraverso le finestre verso casa Portalupi.
Vede un'ombra, poi un'altra: sembrano Giovanni e Giulia;
stanno discutendo.
Dopo alcuni istanti, la ragazza scende, attraversa il cortile a
testa bassa. Le apre la porta, più preoccupato di quanto voglia
ammettere.
Giulia è lì, davanti a lui. È così pallida da sembrare di alabastro.
Gli poggia il palmo sul viso senza dire una parola. Sembra
sofferente.
Lo bacia.
«Ma cosa...» mormora lui.
Lei gli mette le dita sulle labbra per impedirgli di chiedere.
«Vieni con me».
Lo prende per mano e lui la segue in camera da letto, incantato
da quella richiesta.
È l'alba a svegliarlo.
Intorno a loro, il soffitto bianco, le tende che riparano la
stanza da occhi indiscreti, l'armoire di mogano.
Fuori, i rumori della città che si riappropria di se stessa.
Sente il respiro di Giulia che gli solletica la tempia. È un momento
di pace raro e, come tale, prezioso. La morbidezza tiepida
del suo corpo è un rifugio, gli dà pace. Non deve guardarsi
le spalle con lei. Non deve dimostrare di essere migliore degli
altri.
Lei è Giulia e lui è Vincenzo. Nient'altro.
Quando si gira sul fianco, però, la trova sveglia. Lo contempla
con i suoi grandi occhi scuri, seri ma calmi. Ha una mano
sotto il cuscino. «Aspetto un figlio tuo».
Per un istante, Vincenzo non capisce.
Un bambino.
Significa che dentro di lei, sotto la sua carne, sta crescendo
qualcosa.
Bambino. Figlio. Mio.
Le strappa il lenzuolo di dosso, la esplora con violenza. I seni
più gonfi, i fianchi pieni. Il ventre arrotondato.
Sangue di Giuda, non aveva capito!
Giulia ora ha paura: sono i denti conficcati nel labbro inferiore
a dirglielo; è la mano stretta intorno al cuscino a
confermarlo.
La frase esce prima ancora che possa fermarla. «Ed è veramente
mio?»
Giulia rotola sulla schiena. Quasi sorride. Forse era preparata
a quella domanda. «Tu sei stato il primo, e sei anche
l'unico».
È vero, e lui lo sa.
D'improvviso, Vincenzo si rende conto di essere nudo. Afferra
il lenzuolo, si copre i fianchi. Giulia invece resta così, con
la pelle che rabbrividisce nel freddo e il cuore stretto.
«Da quanto tempo?»
«Mi manca il sangue da tre». Si mette la mano sull'addome.
«Tra un poco se ne accorgeranno tutti».
Vincenzo si passa le mani tra i capelli. Quando lo hanno
concepito? Lui ha cercato di stare attento; ma non sempre c'è
riuscito. Sono stati insieme, hanno fatto l'amore, per un anno
intero.
Alla fine c'è davvero scappato il bastardo, come aveva previsto
sua madre.
«Non ti sposo. Non posso. Lo sai, vero?» Parla d'istinto, in
fretta, e nel dirlo è sopraffatto, è arrabbiato, è confuso. «Tu non
sei quella che... Mia madre sta continuando a cercarmi una
moglie», aggiunge. Che non si metta strane idee in testa, pensa,
che capisca subito che non è con la panza e un picciriddo che
può tenerselo stretto. «Dillo subito a tuo fratello od a tuo padre.
Se è un tentativo per...»
«Lo so». Giulia si mette a sedere al centro del letto.
Nuda, fiera. Sembra quasi splendere nella luce. «Prima che
tu lo dica, perché mi aspetto che tu mi faccia anche questo, non
andrò da nessuno per farmelo togliere. Questo figlio io lo
voglio».
Vincenzo arretra fin quasi al bordo del letto.
Lei gli afferra il polso, rivela una forza inusitata. «Ascoltami.
Arriverà un giorno in cui tu ti troverai quella femmina che tu e
tua madre vi affannate a cercare e te la sposerai. O, semplicemente,
non tornerai più perché ti sarai stancato. Allora io avrò
ancora qualcosa di tuo, che mi ricordi di te e di noi».
Vincenzo si divincola. «Non ti bastano questa casa e i soldi
che ti lascio? Perché vuoi un bastardo? Pensi che ti darò di più?
Ti ho già detto che avrò cura di te anche se dovessi lasciarti».
Vorrebbe davvero scappare, cancellare tutto: quel risveglio,
quella confusione che gli toglie il respiro, quella piccola cosa
che sta crescendo dentro la sua donna e gliela sta rubando.
Non riesce nemmeno a immaginare cosa significa avere un
figlio. Non ha mai pensato di essere padre.
Giulia ora piange davvero. Cerca il lenzuolo, si copre. Si
rannicchia al centro del letto.
A Vincenzo non rimane che rivestirsi e andare via. I singhiozzi
di Giulia lo inseguono fino alla porta.

«Disgraziata! Pure questo!» grida Antonia tra un accesso di
tosse e l'altro. Si dondola sulla poltrona, gli occhi spalancati
che non ricevono il sollievo delle lacrime. «Pure un bastardo!
Come faremo adesso? Non ci bastava, dopo quello che è
successo?»
Giulia, l'abito scuro abbottonato fino al collo, tortura un fazzoletto
fino a sfilacciarne il bordo. È sola, o almeno così si sente.
È venuta dalla madre per avere una parola di conforto, un
abbraccio. Adesso che ha bisogno di aiuto, non ne trova da
nessuna parte.
La madre dovrebbe essere colei che ti protegge anche da te
stesso. Ma non la sua: è una donna fragile, concentrata sulla
propria malattia.
Piange, Antonia, e adesso le sue lacrime sembrano senza fine.
La sera, invece, Antonia non piange più. Seduta sul divano accanto
a Giulia, fissa Tommaso e Giovanni, rientrati da poco, e
sa che tocca a lei, alla madre, dire ciò che entrambi hanno pensato
nel sentire la notizia. Quindi aspetta che il marito smetta
di camminare avanti e indietro sul tappeto del salotto, con le
mani dietro la schiena e la testa china, e che il figlio si sfoghi
a lanciare improperi contro Vincenzo.
Quando finalmente scende il silenzio, dà un colpo di tosse e
mormora che una soluzione ci sarebbe... Un po' di soldi, una
levatrice che sa mantenere il silenzio, un pomeriggio di dolore,
e della vergogna non rimarrebbe traccia.
Poi guarda Giulia. «Sei certa di non voler...»
«No». Fermo, a occhi bassi.
«Allora devi andartene». Antonia si alza, tossisce, ricade
sul divano. «Tornerai a Milano. Andrai dalla zia Lorena, la sorella
di mia madre, che vive fuori città. Sgraverai lì, e dopo si
vedrà».
Ma Giulia scuote la testa. «Io non voglio partire».
Come può far capire loro che non le importa nulla se la gente
la insulta, se tutti la definiscono una donnaccia? Lei sa bene
a cosa va incontro. Vuole stare con Vincenzo, e pazienza se è
costretta ad accettare le briciole della sua vita. Se le farà bastare.
È quello che ha sempre fatto: tenersi stretto quel poco che
gli altri sono stati disposti a concederle. Ma come, come spiegarlo
a sua madre o a Giovanni?
Vuole restare a Palermo, non importa quanto sarà doloroso.
«Tu partirai». La madre. Decisa.
«No!»
Scoppia a piangere. Da quand'è incinta, il pianto è diventato
frequente, quasi un'abitudine.
Antonia e Giovanni si scambiano un'occhiata.
«Giulia... ascoltami». Giovanni le s'inginocchia davanti, le
prende le mani. «Se Florio si sposa, cosa credi che rimarrà a
te? Nemmeno il ricordo, perché sua moglie pretenderà che
tu sparisca dalla sua vita. Non ci sarà più spazio per...»
Giulia ricorda le parole di Vincenzo. Sa che la madre continua
a cercargli una moglie. «Non voglio», ripete ossessivamente.
«No».
Lo ripete nei giorni successivi, quando la madre la costringe
a fare i bagagli in gran segreto. Antonia le mormora che comunque
Vincenzo non la vorrà più perché, ora che è incinta, il
suo corpo si sformerà e lui non desidera altro che una bella
femmina con cui divertirsi. «Lo dicevo, che era un farabutto.
E tu sei una povera ingenua a credergli, ecco cosa sei».
Lo ripete quando Giovanni spiega il suo piano. Giulia è
nella stanza, ma è come se non ci fosse. Cercherà un passaggio
in nave per Genova. La accompagnerà e si assicurerà che tutto
vada bene fino al suo arrivo a Milano. Poi tornerà a Palermo.
Quanto a Vincenzo, è sparito. Non un biglietto, non una visita.
Lui che prima trascorreva le notti tenendola stretta.
È questo vuoto che Giulia non può sopportare, che la spezza.
Rinuncia a resistere. Si abbandona, subisce ciò che le accade.
Lascia che siano gli altri a scegliere per lei.
Sarà come se non fosse mai esistita, e forse è davvero così.
Però...

Trovare un passaggio in nave pare stranamente complicato.
Tra i comandanti e gli armatori che i Portalupi conoscono, nessuno
ha posto sulle proprie navi. Alcuni smentiscono persino
di aver mai portato passeggeri. Altri sostengono di aver venduto
tutto il giorno prima. Ma lo dicono a voce bassa, distogliendo
gli occhi o ridendo con aria beffarda.
Uno è un caso, due una sfortuna... ma tre rifiuti sono troppi
per essere una coincidenza. Tommaso capisce.
Poi, una sera, bussano alla porta.
I Portalupi si scambiano un'occhiata perplessa. Non aspettano
nessuno.
Seduta a tavola, Giulia è pallida; sembra lontana, vittima di
un torpore che l'ha assalita da diversi giorni e che la rende distaccata
da ogni cosa.
Sua madre dice che è la gravidanza. Lei sa che non è così.
La cameriera apre.
È quella voce, la sua, a strapparla dal vuoto in cui è caduta.
«Buonasera».
Vincenzo Florio li osserva uno per uno. Evita accuratamente
Giulia.
«Che ci fai qui?» Giovanni lo affronta per primo. «Non sei
il benvenuto. Vàttene!»
«Poche parole e toglierò il disturbo». Lui afferra una sedia,
si mette tra Antonia e Giulia, accavalla le gambe. «Alcuni giorni
fa, il mio buon amico Ingham mi ha fatto sapere che voi, signor
Portalupi, cercavate un passaggio per Genova. Non mi
sono stupito più di tanto: ho pensato a un vostro viaggio di affari».
Guarda in viso Tommaso. «Finché non ho saputo che i
posti che cercavate erano due».
Portalupi sfila via il tovagliolo dal colletto, allontana il piatto.
«Non è a voi che dobbiamo rendere conto, signore».
«Oh, sì, invece. Vi ho promesso che avrei tenuto Giulia sotto
la mia protezione, e questo significa che deve restare a Palermo.
Con me».
Lei solleva la testa. Sembra quasi che riprenda colore.
«Dobbiamo tutelare nostra figlia. Giulia non capisce quello
che è meglio per lei, soprattutto nella condizione in cui è»,
interviene Antonia. «Non può vivere qui, nubile, con un bambino
senza padre».
«Su questo vi sbagliate, signora. Vostra figlia è una donna
fin troppo lucida e intelligente. Non saranno un anello e un
prete a cambiare i rapporti tra noi». Vincenzo non sorride.
Nessun trionfo, nessun piacere. «Piuttosto: voi siete stati stupidi.
Avreste dovuto immaginarlo che non vi avrei permesso
di portarmela via. A meno che...»
Solo adesso si rivolge alla ragazza.
«A meno che non sia lei a volersene andare, perché, in tal
caso, rispetterò la sua scelta. Non la vostra, signori. Quella di
Giulia». Le tende la mano, il palmo verso l'alto.
Resta, vorrebbe dirle. Ma non sa come fare.
Giulia però glielo legge in viso. Prova rabbia e rancore per
quello che ha subìto: la solitudine, l'abbandono di quei giorni,
l'isolamento, le notti nel letto freddo. Per quello che lui non sa
e non può dirgli. E infine parla.

È suonata la mezzanotte.
Giulia dorme, Vincenzo è accanto a lei.
Di nuovo. Finalmente.
Il suo corpo è diventato burroso, rotondo. Anche il suo odore
è cambiato: selvatico, deciso, sa di latte e di limone.
Vincenzo è sveglio, invece. Ascolta i pensieri di una Palermo
che si nutre delle sue stesse viscere, che i suoi abitanti distruggono
e ricostruiscono. Pensa agli affari, alle vendemmie,
alle faccende della Camera di commercio. Ai problemi che gli
dà la tonnara di Vergine Maria, di cui non è ancora proprietario,
per cui ha un desiderio che sta assumendo i contorni di
un'idea. Perché ama quel luogo, e vorrebbe farne il suo regno.
Ricorda le grida della madre che ha minacciato di buttarlo
fuori di casa se fosse tornato da Giulia, specie ora che tutti,
proprio tutti, sanno che l'ha ingravidata.
E poi, essere qui. La tranquillità.
Ascolta il respiro della sua donna. Sente, immagina di sentire
un altro soffio che s'intreccia al suo.
Il bambino.
Dal seno, la mano scende verso l'addome. Ora lo sente, quel
figlio. Glielo ha fatto sentire lei.
Insieme con l'affetto - lui, padre! - avverte altri sentimenti.
Prevale su tutti una diffidenza di cui fatica a liberarsi. Quella
cosa, quel figlio non ancora nato, gli ruberà Giulia. Non sarà
più solo sua.
È una gelosia che non ha mai sentito, che lo esaspera.
E, nello stesso tempo, s'insinua una speranza.
Un maschio. Un erede.
Si volta di fianco. Giulia lo abbraccia, petto contro spalle, con
il ventre che gli preme sulla base della schiena. Ecco, quella è
casa, se lo dice nella zona di confine tra il sonno e la veglia.
Si addormenta, Vincenzo, e quasi non si accorge dei colpi leggeri
che vengono da un bambino che bussa alla porta della vita.

Gennaio può essere mite a Palermo, e regalare una luce che
sembra parlare la lingua della primavera. Ma, quando arriva
il vento del Nord, ricorda a tutti che l'inverno ha il suo periodo
di regno e non vuol cederlo a nessuno.
È il mare che lo spiega. Lì, all'Arenella, il mare in primavera
è limpido e profondo. Ma d'inverno l'acqua diventa torbida,
ribolle da dentro. In quel gennaio del 1837, luminoso e ingannevole,
due uomini, ora, camminano sotto le mura della tonnara,
scansando gli schizzi delle onde.
«Quindi il tribunale non ha deciso?»
«Il principe di Castelforte ha fatto di nuovo opposizione.
Non vuole mollare, u' cornutu». Vincenzo s'infila le mani in tasca,
rabbrividisce per una folata che s'insinua sotto il soprabito.
«Mi manca la sua quota di proprietà perché la tonnara sia
mia. Persino il priore di San Martino delle Scale mi ha assicurato
che venderà anche i magazzini. È solo quel maledetto Paterno
che non cede».
Accanto a lui, c'è l'unica persona di cui forse si fida, ben più
di un semplice collaboratore. Capelli ricci, baffi importanti.
Carlo Giachery allarga le braccia. «Sempre la panzana del lascito
ereditario della moglie, immagino».
«Moglie di cui non gliene è mai importato nulla. La verità è
che lui non vuole farsi umiliare da un negoziante come me».
«Da un facchino, per essere esatti». Giachery può permettersi
di parlare con franchezza.
«Bah».
Si conoscono da circa due anni, da poco prima della nascita
di Angelina, la figlia di Vincenzo. Si sono incontrati durante
una cena a casa del duca di Serradifalco. Un convivio in cui
aristocratici - pochi - e borghesi - molti - si trovavano fianco
a fianco con artisti e studiosi.
Di lui, lo avevano colpito la parlata svelta e l'accento romano.
«A Roma l'architettura funeraria è un settore in grande espansione.
Tutto sommato, dobbiamo ringraziare Bonaparte con la
sua idea di mettere i cimiteri al di fuori delle mura cittadine».
«Bonaparte dovrebbe esser ringraziato per molte cose, a cominciare
dal fatto che ha permesso di conoscere la grandiosità
dell'antico Egitto e della Grecia», aveva aggiunto il duca,
appassionato storico. «Certo, ha fatto strame d'interi eserciti, ma
quanta cultura ci ha permesso di conoscere!»
Vincenzo aveva osservato quel giovane architetto che s'infervorava,
parlava di commercio e dell'arte che può e deve
adattarsi alla vita quotidiana, citando le esperienze industriali
inglesi e francesi. «Quindi voi siete a conoscenza delle ultime
tendenze dell'architettura inglese e francese, per cui la fabbrica
non deve essere solo produttiva, ma anche organizzata in maniera
razionale», gli aveva chiesto.
Carlo aveva annuito energicamente. «Sì. Ho trascorso la
mia giovinezza tra Parigi e il Veneto. Ho viaggiato e so di cosa
parlo. Essere funzionali a uno scopo non significa tirare su
quattro mura e metterci dentro i macchinari, così come pretendono
certi padroni degli opifici. Se uno costruisce una filanda
in campagna, può andar bene ma, in città, si deve capire dove
e come sorge, e chi vi lavorerà. Le fabbriche stanno per diventare
parte delle nostre città ed è bene che cominciamo a pensare
a loro in questa maniera. Io e mio fratello Luigi stiamo lavorando
proprio su questo, su come rendere un opificio un luogo
che abbia insieme bellezza e funzionalità e che s'inserisca nel
luogo in cui viene edificato».
All'incontro successivo erano passati dal voi al tu. Da allora,
avevano continuato a discutere, a confrontarsi. Adesso, e ormai
da un mese, Carlo è professore di Architettura civile all'università
di Palermo e collabora direttamente con Vincenzo.
Nel campo degli affari, è la persona di cui Vincenzo si fida
più di ogni altra, forse perché non appartiene del tutto a Palermo,
proprio come lui. Giachery è dotato di una procura, e si
occupa di gestire l'acquisto delle proprietà e di alcuni affari.
Ma, soprattutto, è un amico.
Vincenzo rovescia la testa all'indietro, abbraccia gli edifici
con uno sguardo di desiderio. Quanto la ama, quella tonnara.
«Vuoi sapere perché ti ho portato con me?» chiede, riprendendo
a camminare.
«In verità, me lo stavo domandando. Ci stiamo girando intorno
da mezz'ora».
«Ciò che voglio è una villa». Si gira, indica le mura. «Qui».
Pareti scrostate dall'aria salmastra, magazzini scavati nel
tufo, poche tamerici piegate dal vento, mura di pietra.
Carlo guarda lui, guarda l'edificio. «Non credo di aver
capito».
L'altro gli fa cenno di seguirlo. Percorre il perimetro dello
stabilimento, e spiega.
«Vincenzo, perdonami, ma continuo a non capire. Perché
qui? È una tonnara! Puoi permetterti di avere una villa ovunque.
Voglio dire... le proprietà migliori sono a Bagheria o a San
Lorenzo. E poi, non più tardi di un mese fa, hai detto che volevi
acquistare la dimora del notaio Avellone. Hai cambiato
idea?»
«Ma no, quello è un investimento». Gli afferra le braccia,
come se potesse fargli vedere ciò che vuole attraverso i suoi occhi.
«Non voglio la solita villa con le colonne, i balconi e le statue.
Voglio qualcosa che nessuno ha mai nemmeno immaginato
di realizzare, e la voglio qui, perché parli del modo in cui io
sono cresciuto: dovrà essere diversa. Non voglio una villa,
voglio una casa che sia la mia casa».
Ed è allora che Giachery vede.
Si spalanca l'orizzonte, metaforico e reale.
«Il mare...»
«Il mare. Esatto. E il mondo che c'è oltre, e la ricchezza che
viene da esso. Voglio che tutti vedano, e capiscano». Vincenzo
si ferma. «Tu non sei nato qui, come me. Hai viaggiato in Europa,
hai vissuto a Roma, ma hai scelto di venire qui perché sai che
Palermo è il tuo posto. Tu hai capito cosa voglio. Dammelo».
E in quella frase è racchiuso un mondo.

In carrozza parlano di altro: delle filande di cotone a Marsala
- «Niente, ancora non riesco a trovare il terreno» -, della gestione
della cantina da parte di Raffaele Barbaro - «Potrebbe
rendere di più, è che lui manca d'iniziativa» - e del Consiglio
della Camera di commercio.
«Credo sia l'unico posto in cui certuni accettano di avere a
che fare con un commerciante come me». Vincenzo lo dice con
un misto di distacco e fierezza. «Non molti, ma alcuni, come il
principe di Torrebruna o il barone Battifora, hanno capito che
devono sporcarsi le mani, se non vogliono vendere tutto, titolo
compreso. Alla fine, di commercianti e negozianti che muovono
davvero i soldi a Palermo ce ne sono pochi e, di nobili che
accettano di mettersi in affari con noi, ancora meno».
«L'intelligenza è una merce rara», sospira Carlo. «Non
hanno la testa per capire che il mondo sta cambiando». Tira
fuori un taccuino da una tasca, legge il promemoria. «Allora,
devo portare avanti la trattativa con il duca di Cumia per la villa
a San Lorenzo? Ha un buon terreno, la puoi mettere a
reddito».
Vincenzo ha gli occhi fissi sulla strada. La fronte è contratta
in una serie di rughe che lo fanno sembrare più vecchio. Si riscuote
quando Giachery lo chiama. «Dicevi?»
Carlo gli mette la mano sul braccio. «È stasera, vero?» Gli
parla, pur sapendo che Vincenzo non ammette intrusioni nel
suo privato. Ma forse lo fa proprio per questo. «Perché non
ci vai? È tua figlia, nonostante tutto».
«Non lo so». È combattuto, Vincenzo, molto più di quanto
trapeli. «Non le darò il mio nome». Lo dice con fastidio; si sente
il rimpianto. «Una figlia femmina. Un'altra. Oltre il danno,
la beffa».
Indica il foglio che ha in mano Giachery. «Andiamo avanti
con Cumia. Avellone non vuol vendere la sua tenuta direttamente
a me, ma non dirà di no a lui».
Carlo lo asseconda. «Soprattutto perché è il direttore generale
della Polizia», considera. «E nessuno dice di no a uno
sbirro».
Perché non ci vai?
La domanda di Carlo continua a bussare alla porta della coscienza.
Lo fa per tutto il pomeriggio, sia all'aromateria dove
lui passa per firmare degli ordinativi, sia nell'ufficio di Casa
Florio.
Via dei Materassai è divisa tra lui e Ingham, ormai. Ha soldi
e potere, molto più di quanto potesse immaginare quando suo
zio è morto.
Ma a cosa gli servono se non può decidere della sua vita?

Quando Giulia gli ha dato la notizia della seconda gravidanza,
lui l'ha accolta con rassegnata serenità. Dopo la prima figlia,
Angela - Angelina come la chiamano tutti -, la loro situazione
ha smesso di far discutere: altri scandali, più succulenti, hanno
animato i salotti della città. La loro convivenza ora suscita solo
un'indignata - e vuota - riprovazione.
Più difficile è stato far digerire la notizia alla madre. Non è
facile farle capire che lei non può impedirgli di sposarsi, sebbene
la legge preveda che debba dare il permesso alle nozze
del figlio. Lui ha quasi quarant'anni... ma nulla, Giuseppina
non vuole intendere ragioni.
Se l'era trovata davanti un pomeriggio. Era arrivata di corsa
in ufficio, livida come il grigio dell'abito che indossava.
«Perciò di nuovo incinta l'hai messa?»
Il segretario, sulla soglia, aveva fatto un gesto sconsolato,
come a dire: Potevo forse fermarla? poi aveva chiuso la porta.
«Buon pomeriggio anche a voi, madre. Sì. Giulia è di nuovo
incinta».
Lei si era portata le mani al viso. «Che disgrazia! Ma questa
non ne perde mai figli? Solo a me è dovuto capitare?» Si era
dondolata avanti e indietro sulla sedia dove si era lasciata cadere.
«Ancora non l'ha capito che non te la sposi? E tu, poi, che
fai, non lo sai come devi fare a...»
«Mamà! Non finite neppure la frase! È chiaro?» Le aveva
parlato con le mani sui fianchi. «Comunque, se stavolta è maschio,
io me la sposo. Sia chiaro».
«Cucuzze!» Lei era saltata su, inviperita. «Maritarti a 'sta
mezza cammarera? Ma chi si', fodde?»
«Sono pratico. Ho trentasette anni e non ho altro da fare. E,
a dirla tutta, manco la voglio, una moglie, se deve essere una
vedova con la faccia di cane come quella che mi avete proposto
tre mesi fa».
Giuseppina si era trasformata nel ritratto della madre offesa.
«Tu, a' chista, 'un ta mariti. Ti devo dare io il permesso, ricordatelo,
e io 'un tu rugno. Questa non è mai venuta da me, non
mi ha mai rispettato e, ora, avissi a trasiri in casa mia a fari a
Signura?»
«Perché, tu l'avresti accolta?»
«N'za mai Dio!»
«Ecco, allora siete pari». In lui era subentrata la stanchezza,
una rassegnazione che lo investiva solo quando doveva discutere
di Giulia con la madre e viceversa. Non c'era sentimento
più disturbante di quel malessere che lo faceva sentire strattonato
da una parte e dall'altra, senza scelta.
I pensieri di Vincenzo adesso corrono in avanti. Al momento
in cui gli era arrivata la notizia del travaglio. Al pomeriggio
di attesa. All'annuncio che era diventato di nuovo padre.
Di una femmina.
Subito dopo il parto, Giulia gli aveva chiesto di sposarla. Lo
aveva chiesto con dolcezza prima, con fermezza poi. Lui aveva
rifiutato.
Era stato messo alla porta.
Il malessere diventa solido. Lei è dura, inflessibile.
Rivuole il suo onore, la sua dignità. Pensa a Giulia, Vincenzo,
e capisce di esser riuscito nella difficile impresa di aver trovato
una persona più orgogliosa di lui come compagna di vita.
Continua a giocare con l'anello dello zio. Mai come ora vorrebbe
il suo consiglio.
Tira fuori l'orologio da tasca. Afferra la giacca e il soprabito,
scende in strada.
La casa di Giulia non è lontana.

In piedi, nel salottino della casa in cui vive, Giulia Portalupi
tiene in braccio una neonata, davanti al prete venuto per il battesimo.
Accanto, suo fratello Giovanni; pochi passi più indietro,
la serva, con un'altra bambina. È passata una settimana
dalla nascita, e non sta bene aspettare ancora per battezzare
un neonato.
È da una settimana che lei e Vincenzo hanno litigato.
Il prete si aggira per la stanza. È a disagio, sembra quasi non
sappia cosa fare. Poggia sul tavolo il crisma, accende le candele
e nel frattempo mugugna preghiere. Giulia, assorta, segue appena
i suoi gesti.
È così che è accaduto per Angelina; così accade anche per
questa sua seconda figlia. Sua e di nessun altro: Vincenzo non
ha voluto riconoscerla. Giulia fatica ormai a tollerare quello
stato di cose. Quella solitudine, quel disprezzo strisciante sono
fardelli pesanti.
E ora, ecco un'altra cerimonia furtiva, con un prete entrato
in casa di corsa, senza nemmeno l'accompagnamento di un
ministrante. Un rito clandestino, celebrato in casa, come tocca
ai figli illegittimi. Nemmeno i suoi genitori sono voluti venire
al battesimo.
«Mammaaa», chiama la piccola, agitata.
Giovanni si avvicina, la prende in braccio per farla tacere.
«Buona, su. La mamma deve far battezzare la sorellina. La
nonna ha preparato dei dolci, lo sai?»
A quelle parole, Giulia sospira. Preferirebbe che sua madre
fosse lì, con lei, e non chiusa in casa a preparare biscotti per
un'occasione che nessuno sembra considerare una festa.
Il prete comincia un salmodiare in latino. La voce angolosa
risuona tra i mobili e il soffitto. «Che nome date a questa
bambina?»
Giulia scopre il capo della piccola. «Giuseppina. Come sua
nonna».
Il parroco le rivolge uno sguardo obliquo. Sa che la madre
di Giulia si chiama Antonia, così come sa chi è il padre delle
due bambine. È la seconda bastarda che dà a quel senzadio
di Vincenzo Florio. E a distanza di nemmeno due anni, poi.
Lei si comporta da svergognata, come fosse sua moglie, e quello
non vuole prendersi un briciolo di responsabilità.
In quel momento, un tintinnio di chiavi. Il portone di casa
cigola, poi si richiude con un tonfo. Un'ombra in mantello scuro
appare sulla soglia del salottino.
Vincenzo.
Nella stanza si fa silenzio. Giulia si ferma. Vorrebbe chiamarlo
accanto a sé.
Poi torna a guardare il prete. Gli fa cenno di continuare.
Lo ha scorto anche Giovanni. «Vuoi che gli dica di andarsene?»
le mormora.
«No». È venuto. È comunque più di quanto lei si
aspettasse.
Il parroco unge il torace della bambina con l'olio santo, le
bagna la fronte con l'acqua benedetta. La piccola piange, si dimena.
Alla fine del rito, il prete appunta il nome della bambina
sul certificato di battesimo.
Giuseppina Portalupi, nata da Giulia Portalupi. Padrino:
Giovanni Portalupi. La madrina è la servetta, Lucia.
Non c'è nessun altro che possa assolvere a questo compito.
Mentre il sacerdote spegne le candele e raccatta le sue cose,
Vincenzo entra nella stanza.
Giovanni gli sbarra la strada. «Dove vai?»
«Voglio vedere mia figlia».
«Lei non porta il tuo cognome, come non lo porta Angelina.
Ti sei rifiutato di riconoscere entrambe, ricordi?»
«Non è a te che devo dare spiegazioni». Lo oltrepassa con
malagrazia.
Giulia, seduta sul divano, sta rivestendo Giuseppina. La
neonata si divincola, piagnucola per il freddo.
La donna lo accoglie con il fantasma di un sorriso.
Lui s'inginocchia accanto a lei. «Ho sentito il nome che hai
scelto. Grazie». Allunga la mano per toccare la bambina che
continua a muoversi, agitandosi alla ricerca del seno materno.
La ritrae.
«Vorrei che servisse a qualcosa». Giulia avvolge la piccola
nello scialle. «Ma non è così, vero?»
«No». Lui sospira, insofferente. Dietro di lui, Giovanni e
Angelina. Sente i loro sguardi sulla schiena. «Voglio parlare
con te. Da solo».
In quel momento, Angela si divincola, corre dalla madre. Si
nasconde sotto il suo braccio e, da quel riparo, fissa Vincenzo
con diffidenza. Per lei, quel padre è una figura dai contorni
sfumati.
«D'accordo». Giulia si alza, stringe Giuseppina al seno.
«Anche se so già che me ne pentirò».
La donna accompagna il prete alla porta. Accanto a lei, Giovanni,
che elargisce al sacerdote una donazione «per gli orfanelli
della parrocchia».
L'uomo annuisce con aria grave, chiude le dita attorno alle
monete e scivola via.

Con la mano sullo stipite, Giulia fissa il fratello. «Devo parlare
con Vincenzo. Da sola».
«Tu sei pazza. Pazza o stupida, non lo so. Cosa credi che ti
dirà?» Giovanni indica il salottino. «Perché vuoi svilirti ancora?
Con un uomo del genere non avrai mai nulla di buono, né
una famiglia, né il rispetto. Rimarrai sempre... quello che sei».
Giulia lo sa che è così. Che il fratello ha ragione. Che doveva
fuggire a Milano non appena era rimasta incinta di Angelina.
Eppure spalanca la porta, indica le scale. «Per favore», insiste,
ed è una preghiera che non ammette repliche.
Giovanni allarga le braccia. «Peggio di come sta andando,
la tua vita non può andare». Chiama Angelina. «Non voglio
che vi senta litigare, povera bambina», mormora.
Giulia stringe le labbra.
La bambina, che era rimasta ad osservare il padre in tralice,
corre via verso lo zio e ride quando lui la prende in braccio al
volo. Vincenzo la segue, la guarda sparire oltre la soglia. Un
istante dopo, sente la porta chiudersi dietro il suono della risata
di Giovanni e della bambina.
Con lui, Angelina non ha mai riso.
Giulia torna nel salottino in vestaglia, la bambina attaccata al
seno che succhia vigorosamente.
«L'altra tua figlia manco mi ha guardato».
«Scommetto che non ti sei chiesto perché. Dovresti farlo»,
replica lei, pungente, poi gli fa cenno di seguirlo. Va in camera
da letto, si siede sul materasso per poter allattare la piccola.
Vincenzo la guarda con timidezza. Rimane a osservarla in silenzio,
a lungo. Non si era ancora reso conto di quanto la gravidanza
le avesse addolcito i lineamenti.
«Sei sicura di non volere una nutrice? Il petto ti si rovina»,
mormora.
Lei fa cenno di no. «Perché sei tornato? Ti avevo detto di
non venire più finché non avessi parlato con tua madre».
Vincenzo slaccia il soprabito per sedersi sulla sponda del
letto. «Non vuole. Semplicemente, non vuole».
«E tu non vuoi scegliere tra me e lei. No, non c'è bisogno
che tu aggiunga altro». La voce di lei si è fatta aspra. «Curioso
che don Florio, il commerciante senza scrupoli, famoso per
la sua durezza, si trasformi in un bimbetto spaventato davanti
alla mamma».
«È mia madre. Ed è vecchia e sola».
«Mentre io sono la Circe che ti ha irretito. Le hai mai detto
come sono andati i fatti, come mi hai perseguitato finché non ti
ho ceduto?»
«Tu hai accettato».
Lei si mette una mano sulla bocca, come per trattenersi.
«Certo. Ora la colpa è mia». Lo dice con rancore, con il tono
di una maledizione. «Non potevo fare diversamente, maledetto
sia il mio cuore».
Vincenzo smania, si alza, torna a sedersi. «Non è così
semplice».
«Non lo è neanche per me». Stacca la bambina dal seno, la
mette sulla spalla. «Potevo accettare le chiacchiere o sopportare
anche il disprezzo per amor tuo. Ma adesso abbiamo due figlie,
Vincenzo. Due creature che hanno bisogno di un padre.
Tua madre dovrebbe accettarlo, proprio come te, e smettere
di fare sogni di gloria».
«Questo è tutto da discutere. Se c'è la convenienza, la gente
è capace di passare sopra ogni cosa». Sbuffa. Detesta che
Giulia riesca a metterlo così alle strette. «Comunque, mia madre
non darà mai l'assenso al matrimonio e, senza il suo benestare,
non posso sposarmi: è la legge».
«La legge dice che tu le dia comunicazione della tua volontà,
visto che hai più di trent'anni». Giulia sente le lacrime pungerle
le palpebre. Non vuole piangere, non lo farà.
Mette Giuseppina nella cesta e la piccola risponde con un
gorgoglio che prelude al sonno. «Per lo meno, se non vuoi sposare
me, riconosci le bambine. Da' loro la possibilità di avere
un padre legittimo».
Vincenzo si morde le labbra. Allora lei comprende che non
le concederà nemmeno questo.
«Sei un vigliacco». Giulia si alza, indica la porta. «Non ti
voglio più vedere».
Lui rimane seduto. Le afferra il polso. «Non chiedermi di
scegliere tra te e mia madre».
La frase le attraversa la mente, un'illuminazione violenta e
amara. Non si trattiene. «Perché sono femmine! È per questo
che non vuoi riconoscerle, ammettilo! Perché non possono essere
tue eredi». Si porta le mani alla fronte. «Sono stata così
cieca. Ecco perché tua madre si oppone e tu non le dici nulla,
altro che riconoscenza!» Prende il mantello, glielo scaglia addosso.
«Vàttene via!»
Vincenzo afferra il soprabito, scuro in viso. «Da quando hai
scoperto di aspettare quest'altra, sei diventata petulante. Mi
pare di essere stato chiaro, due anni fa».
Aveva sperato di trovare Giulia di umore più conciliante, e
invece...
«Anche quest'altra è tua figlia e ha un nome: Giuseppina».
Giulia spalanca la porta di casa. «Visto che preferisci tua madre,
vàttene e non tornare più». Lo dice con la gola in fiamme e
i pugni stretti.
Vincenzo la guarda, e avvampa di desiderio. È vero, Giulia
ha il volto stanco per il parto e il ventre ancora gonfio, ma in lei
c'è qualcosa che va oltre la carne, ora lo sa, e che gli rende impossibile
lasciarla. Vorrebbe restare, affondare dentro di lei,
ma non può perché troppo poco tempo è passato dal parto e
una puerpera non si deve toccare.
Stringe la mano, sferra un pugno alla porta. Il legno si crepa,
le sue nocche si sporcano di sangue.
Giulia sobbalza, fa un passo indietro. Vincenzo è irascibile,
ma non è mai stato violento con lei. Ha paura.
«Non è finita qui». La voce di Vincenzo è roca, tirata per la
collera. «Tu sei mia», le dice.
E scappa via.
Giulia rimane sola. Si accascia contro la porta chiusa, si
prende la testa fra le mani. Piange. La fragilità fisica si somma
alla solitudine ed alla fatica di crescere due figlie senza il padre
e senza la protezione di un nome. Per quanti soldi Vincenzo
possa lasciare nel cassettone della camera da letto, non potranno
mai sostituire il sostegno che un uomo dovrebbe dare alla
propria famiglia.
Quando ha scelto - anzi quando ha voluto seguirlo - non
immaginava che cosa sarebbe successo. Non aveva pensato a
dei figli. Esisteva solamente Vincenzo.
E ora, invece, ci sono le sue bambine.
E lui, ora, cosa farà? si chiede. Andrà a cercarsi un'altra donna?
Una che gli scalderà le notti, che se lo prenderà, e che non
pretenderà il rispetto che invece lei vuole? Oppure sua madre
troverà la ragazza da fargli sposare?
Di colpo, la paura di perderlo si fa onda che la sommerge.

Passano i giorni, si fanno settimane. Giulia si riprende a fatica
dal parto, così Angelina passa molto tempo con la nonna Antonia.
Giovanni invece trascorre le sere con lei e, per distrarla,
le racconta ciò che accade in città. Una sera, però, si ferma sulla
soglia, impacciato. La guarda, poi le porge una borsa. «Lui ti
manda queste. Gli ho detto che a te stava pensando la tua famiglia,
ma ha messo su un'espressione... Lo conosci, no?»
Sospira, Giulia. In quel sacchetto c'è l'unico modo che Vincenzo
conosce per dimostrarle cosa prova. Prende le monete.
«Digli che venga a vedere le bambine, almeno», mormora,
prima di chiudere l'uscio.
E la sera dopo, quando le piccole sono a letto e anche lei sta
per coricarsi, sente bussare alla porta. È un tocco leggero, così
lieve che quasi pensa di averlo immaginato.
Si stringe i lembi della vestaglia, va ad aprire.
Vincenzo è sulla soglia.
«Potevi usare le chiavi», dice lei, aprendo la porta.
«Mi hai scacciato».
Lei sbuffa, spalanca il battente. «Questa è casa tua. Tu paghi
i conti».
Lui ignora la provocazione. Si dirige verso la camera da letto,
dove sa che troverà la culla di legno con Giuseppina. Scosta
il velo, la osserva. «Ci pensi sempre tu a nutricarla?»
«Sì». Giulia, ferma a braccia conserte, lo guarda. «Angelina
dorme nell'altra stanza, con Lucia. Non puoi vederla».
Lui si allontana dalla neonata. «Stanno bene?»
Un assenso.
Vincenzo le si avvicina, le toglie una ciocca di capelli dalla
fronte. Esita prima di parlare. «Tu, invece, sei bianca come una
morta. Ti fa dormire? Mangi abbastanza carne?»
Giulia gli allontana la mano, si sposta nel salotto. «Non è
questione di cibo, lo sai. Ci sono cose che non mi fanno dormire
la notte», dice, e serra le mani a pugno. «Una sola cosa mi
aiuterebbe a stare meglio: sapere che tu provvederai a me ed alle
bambine. E invece...»
«Ti ho mandato dei soldi con quel pinnulune di tuo fratello».
I primi segni della collera già gli colorano la voce.
«Perché per te tutto inizia e finisce con i soldi, vero? Hai
una famiglia, ora».
«Ho un'amante che mi ha dato due bastarde. È diverso».
A quelle parole, Giulia non reagisce. È ghiacciata. Il fiato le
si blocca sotto lo sterno.
Questa è. Così lui la considera.
«Tu potresti cambiare tutto, se volessi». Un sussurro, il suo,
che ha il suono di un lamento.
Lui tiene le braccia incrociate sul petto. «Io posso darti solo
questo».
«Tu non vuoi darmi altro perché sei un vigliacco». Lei si copre
il viso con i pugni chiusi. «Non vuoi perché hai in testa le
tue idee maledette e perché ti metteresti contro tua madre, che
ti tratta come se avessi quindici anni. E invece, prima o poi,
una scelta tu la dovrai compiere».
Lui le si avvicina. Le afferra la gola con la mano, senza stringere,
ma abbastanza da mozzarle il respiro. «Non c'è nessuna
scelta da fare».
È un momento, ma tanto basta.
Dalla gola, la mano passa dietro la nuca, la stretta si trasforma
in una carezza. Si baciano, si vogliono. Troppo tempo è
passato dall'ultima volta che sono stati insieme. Non riescono
a rimanere lontani a lungo.
Mentre se lo stringe addosso, Giulia si odia. Perché lo perdona
sempre, perché lo ama e lo accoglie dopo ogni lite, perché
si sente spezzata senza Vincenzo. Da quando l'ha conosciuto,
non basta più a se stessa.
E Vincenzo rimane con gli occhi chiusi. Perché quella è la
sua casa. Se il resto del mondo è terra infida, Giulia è il suo
mare.
Vincenzo scivola via quando lei, stanca, si è addormentata. Se
ne va senza una parola, perché non sa cosa dirle.
Forse ha ragione a definirlo un vigliacco.
Ma Giulia è sveglia. L'ultima cosa che sente è lo schiocco
della porta sul montante.
La donna trascorre la notte con Giuseppina accanto a sé. Il
letto, dopo l'amore, le sembra immenso, freddo, molto più delle
altre notti che ha passato da sola. Le lacrime di rabbia sono
più di quelle di nostalgia, la collera più forte del rimpianto.

L'indomani è domenica.
Si prepara con cura. Indossa uno dei suoi abiti migliori; le
va ancora un po' stretto, ma pazienza.
Veste Giuseppina, chiede alla madre di continuare a prendersi
cura di Angela, dice che tornerà tra poco.
La messa del mattino a San Giacomo è frequentata in prevalenza
da donne e uomini del popolo che non hanno tempo di
recarsi alla funzione nel pomeriggio. Tra loro, più per abitudine
che per necessità, c'è Giuseppina Saffiotti Florio.
Giulia la vede entrare. Ha un viso severo; i capelli grigi sono
raccolti sotto una cuffia. Al termine della celebrazione la segue.
Attende che arrivi quasi all'ingresso di via dei Materassai.
La chiama. «Donna Florio! Donna Florio!»
Giuseppina si gira d'istinto. Stringe le palpebre, non la riconosce
subito. Ma, quando vede la bambina, avvampa. Le dà le
spalle, cammina con decisione verso casa. «Talìa 'sta
svergognata...»
«Fermatevi!» Giulia la insegue.
Qualcuno si affaccia alle finestre. Un carrettiere le osserva;
alcune donne appena uscite dalla chiesa rallentano il passo.
Giulia la supera, si blocca davanti a lei.
Giuseppina non ha scelta, deve fermarsi.
La voce è alta, perché tutti sentano, e sappiano. «Donna Florio,
non volete vedere vostra nipote?»
E la gente guarda e ascolta.
La risposta è un grattare di raspa contro legno. «Io non ho
nipoti».
«Ne siete certa? Questa bambina porta il vostro nome».
«E che significa? Ce ne sono tante, di Giuseppina».
«Però questa ha gli stessi occhi di vostro figlio».
Giuseppina, suo malgrado, le lancia un'occhiata. La bambina
somiglia fin troppo a Vincenzo: ne ha il naso, la linea alta
delle sopracciglia. Si ritrae di scatto.
Non è accettabile, non è giusto.
«Una cagna non può mai dire di chi siano i cuccioli che partorisce.
Si è accoppiata con troppi cani per poterlo sapere».
Giulia si stringe la figlia al petto, come per proteggerla. «Le
cagne senza padrone fanno così. Peccato che il mio si tenga la
catena ben stretta. Non sono stata io a cercarlo: è stato lui a levarmi
dalla mia casa».
«Con certi guinzagli ci si strozza». Il tono di Giuseppina è
carico di odio. «Se pensavate di sistemarvi, avete fatto male i
vostri conti. Qui non c'è posto per voi».
Giulia non riesce a ribattere.
Giuseppina la oltrepassa. L'ho messa a posto, si dice, soddisfatta.
Cosa pensava di ottenere venendo lì, a fare quella parte
da cammarera? Ecco che si è svelata per quella che è.
La risposta di Giulia la raggiunge quand'è sulla soglia di casa.
«Questa catena non me la sono scelta per i soldi. Ma che ne
potete sapere, voi, che non avete mai amato nessuno?»
Dalla finestra della sala da pranzo, in vestaglia e piedi nudi,
Vincenzo ha visto ogni cosa. Segue con lo sguardo Giulia
che si allontana finché non scompare dietro la curva.
Sente il passo arrabbiato di Giuseppina che si avvicina.
«Hai visto, vero? Ma che razza di fimmina! Vera malacarne è,
ma io l'ho rimessa a posto. Che vuole, portare scandalo in questa
casa? Alla larga!»
Lui non si volta.
Per tanto tempo, dopo essersi tolto il capriccio, si è chiesto
perché fosse ancora attratto da lei. Perché continuasse a cercarla,
a tornare dopo ogni discussione.
Oggi, finalmente, ha capito.
La madre gli chiede perché non le risponda. Lo guarda andare
in camera da letto, vestirsi in fretta. «Che è? Ora che fai?»
«Mamà, facitivi a quasetta».
Questo le dice, di fare la calza, come se lei fosse una vecchia
pazza e dovesse starsene in disparte. Il viso le si sgretola, diventa
un cumulo di orgoglio ferito e d'indignazione. «Stai andando
da lei? Chista è velenu niuru. È un diavolo incarnato che
fete di sùrfaro. E a me? Mi lasci sola, a me?»
Lo urla fuori dalla finestra mentre Vincenzo si allontana per
via dei Materassai sotto gli occhi delle donne che si bevono
quel teatrino.
Vincenzo quasi corre per i vicoli, oltrepassa i negozi chiusi.
Vede Giulia al Cassaro. Ha un passo lento tra la gente vestita
a festa, la testa china sulla bambina. Lui, che la conosce bene,
sa che sta facendo di tutto per non scoppiare in lacrime. Umiliarsi
in quel modo dev'esserle costato molto.
Vincenzo le si affianca, la prende sottobraccio davanti a tutti.
Giulia sobbalza. «Ma...»
«Andiamo a casa. A casa nostra».
...
PIZZO. luglio 1837 - maggio 1849.

Unn'è u' piso va a balanza.
«Dove c'è il peso va la bilancia».
PROVERBIO SICILIANO.

Nel giugno 1837, l'epidemia di colera che da alcuni anni sta flagellando
l'Europa arriva in Sicilia, Le pessime condizioni igieniche
in cui versa gran parte della popolazione favoriscono il contagio
e solo all'inizio di ottobre il morbo viene debellato. Testimonianze
d'epoca parlano di ventitremila morti solo a Palermo.
Gli anni dal 1838 al 1847 sono relativamente tranquilli eppure,
sin dal settembre 1847, in Sicilia si succedono varie proteste,
fomentate dalla povertà, dal costante slancio indipendentista e
dalla conflittualità sociale. L'atteggiamento repressivo di Ferdinando
II incendia gli animi e, il 12 gennaio 1848, a Palermo,
Giuseppe La Masa e Rosolino Pilo guidano l'insurrezione contro
i Borbone: prima tra le grandi città italiane, Palermo dichiara
l'indipendenza dal potere centrale. Il capo del governo rivoluzionario
è l'ammiraglio Ruggero Settimo che, aiutato da nobili e borghesi,
cerca di coinvolgere il popolo nei processi decisionali.
Ferdinando concede la Costituzione e quasi tutti gli Stati italiani lo
imitano: il 4 marzo 1848, Carlo Alberto promulga lo Statuto Albertino;
il 17 marzo è Venezia ad insorgere e il giorno dopo è la
volta di Milano. Ben presto è l'Europa intera ad essere percorsa
da slanci rivoluzionari, compreso lo Stato Pontificio: il 24 novembre
1848, il papa Pio IX è costretto a fuggire a Gaeta. Il 9
febbraio 1849 nasce la Repubblica Romana, governata da un
triumvirato (Carlo Armellini, Giuseppe Mazzini e Aurelio Saffi).
Tuttavia, ancora una volta, ogni moto rivoluzionario viene
represso. In Sicilia, emerge ben presto come l'isola sia politicamente
frammentata (Messina e Palermo, per esempio, sono acerrime
nemiche) e come siano incompatibili le istanze alla base della
rivolta: mentre i nobili e i borghesi desiderano arricchirsi (impadronendosi
dei patrimoni ecclesiastici), il popolo spera nella redistribuzione
delle terre. Nel maggio 1849, indebolita e incalzata
dalle truppe borboniche, l'amministrazione rivoluzionaria preferisce
arrendersi. Ferdinando II si dimostra clemente: non condanna
a morte i capi della rivolta, ma li manda in esilio. E concede
il perdono reale a molti sostenitori della ribellione.

Fili di cotone, aghi, fuselli, tomboli.
Il pizzo è un'arte.
Per ricavare pochi centimetri di stoffa, per intrecciare
un filo dopo l'altro, seguendo un disegno dalle linee sottili, c'è
bisogno di mani ferme, pazienza e vista acuta.
Lo sanno bene le merlettaie di Burano, che per secoli hanno
sostenuto la piccola isola con il loro lavoro. Hanno esportato il
loro sapere grazie a Caterina de' Medici, che aveva convinto
alcune donne a trasferirsi in Francia e insegnare presso i conventi
quell'arte segreta. Nel cuore dell'Europa, il merletto diventa
dentelle, ornamento per gli abiti delle donne e degli uomini
più ricchi del regno. Le scuole di merletto più famose si
spostano dall'Italia verso il Nord: Valenciennes, Calais, e poi
ancora Bruxelles e Bruges.
Il pizzo, amato da Napoleone, che lo rende obbligatorio per
gli abiti di corte.
Il pizzo che, agli albori della rivoluzione industriale in Inghilterra,
inizia ad essere realizzato a macchina su stoffe impalpabili.
Persino la regina Vittoria si sposa con un velo di tulle
lavorato a macchina, e sembra che non ci sia più futuro per
quest'arte delicata.
E invece il pizzo lavorato a mano continua a vivere. Si usano
i fuselli che permettono di lavorare più velocemente grazie
all'intreccio dei fili. Si azzarda l'uso di sete colorate. S'incoraggiano
le ragazze povere a imparare il mestiere.
Ma bisogna aspettare anni perché quest'arte antica torni in
auge a Venezia e da lì si diffonda di nuovo in tutta Italia.
Il pizzo lavorato a mano diventa appannaggio di poche,
ricchissime famiglie. È un bene raro, prezioso al pari dei
gioielli.
Un tesoro.

C'è un caldo infernale, un sole spietato.
Palermo sta morendo. Lungo il Cassaro, scorrono carretti
portati da animali macilenti. Dentro, cadaveri. I carrettieri gridano:
«Cu' avi morti?» «Chi ha morti da seppellire?» Qualcuno
fa un cenno. Subito dopo, un corpo viene buttato giù da una
finestra.
Ogni giorno, la città paga il suo tributo di vittime al colera,
giunto sull'isola dal Continente nel giugno 1837. E ciò che
non ha potuto fare il morbo hanno fatto gli uomini. Dopo la
diffusione dell'epidemia, è arrivata la rivolta popolare, sobillata
da chi incolpa il re di aver incoraggiato il contagio: acqua
e cibo - si grida, si accusa - sono stati contaminati apposta
per decimare la popolazione.
Le facciate di tufo dei palazzi barocchi, chiusi e sprangati,
sembrano teschi lasciati a calcinare al sole. Abbandonate dai
nobili, le dimore vengono saccheggiate alla ricerca di cibo o
soldi. Negozi e putìe sono dati alle fiamme. La gente muore
per strada implorando un tozzo di pane; di grano, dalle campagne,
non ne arriva più. I suffumigi di cloro non arrestano il
contagio, e riempiono i vicoli di un fumo puzzolente, cui si mescola
il tanfo dei falò appiccati nelle piazze per bruciare lenzuola
e mobili. Pochi i medici rimasti in città, insieme con alcuni
frati che vanno da una casa all'altra per dare l'estrema unzione.
O per benedire i morti.
Anche il mare che s'intravede alle spalle di porta Felice
sembra irreale, quasi irraggiungibile. Alla Cala, poche imbarcazioni.
Su molte, i segni della quarantena.

Vincenzo cammina a ridosso del muro di via degli Argentieri.
Non ha ancora lasciato la città, ma lo farà presto. Allontana
con un calcio un cane randagio che fruga tra l'immondizia,
si copre il viso con un fazzoletto per sottrarsi ai miasmi che
si levano dagli scoli delle fognature. Su ogni cosa, un fetore di
morte cui non si può sfuggire.
All'ingresso di via della Zecca Règia c'è una carrozza con i
vetri oscurati, scortata da uomini con il fucile. Davanti alla carrozza
c'è Giulia, che indossa un cappello con una veletta. Lo
sta cercando, scruta la strada. Quando lo vede arrivare, si porta
le mani al petto, gli corre incontro.
«Parti con noi», gli dice, senza nemmeno salutarlo.
Lui fa cenno di no con la testa, sostiene che ancora non può.
«La casa è poco distante da Monreale, ed è ben protetta. Giovanni
e i tuoi genitori ti seguiranno stasera. Tu non uscire e sta'
il meno possibile a contatto con gente che non conosci», le
ordina.
Dalla carrozza arrivano il pianto di Giuseppina e la voce lamentosa
di Angela. Giulia si aggrappa alle sue mani, in preda
all'angoscia. «Verrai presto?»
«Sì, sì. Voi siate prudenti, fate bollire la biancheria e...»
Lei lo bacia come se non dovesse vederlo mai più. «Non voglio
andarmene», gli dice, e si aggrappa al suo polso. «Facciamo
partire le bambine. Io rimango con te... Se ti ammali, chi ti
curerà?» lo implora.
Ma lui fa cenno di no, che non vuole, che pure lei deve essere
al sicuro. Quasi la spinge sulla vettura, e allora Giulia sale
sulla carrozza, mentre Angelina le si arrampica sulle
ginocchia.
Vieni presto, sembrano dire i suoi occhi da sotto il velo. Non
lasciarmi sola.
E Vincenzo è costretto a distogliere lo sguardo. Non ce la fa
a guardarle andar via sapendo che la malattia può ucciderle
nel giro di un giorno e una notte. Potrebbe essere l'ultima volta
che si vedono. I bambini sono una preda sin troppo facile per
quel morbo.
Il giorno prima, ha messo su una carrozza simile la madre e
le domestiche, scortandole fino all'ingresso della città. Le ha
mandate nel baglio di Marsala, dove saranno al sicuro.
Ma lui no, non può ancora andarsene. Deve ancora mettere
in sicurezza i magazzini, occuparsi delle scorte, contattare i
fornitori francesi perché non mandino merci che non possono
essere sdoganate, dato che la città è allo sbando e nessuno sorveglia
la Dogana.
D'un tratto, dal vicolo davanti a palazzo Steri, spunta un
uomo che lo chiama a gran voce: è Francesco Di Giorgio,
responsabile del commercio con i paesi della Sicilia. «Don Florio!
Vi ho trovato, venite! Che disgrazia!»
L'ansia diventa angoscia. «Le scorte?»
«La tintura di valeriana, il pepe, il cardamomo e l'olio essenziale
di menta... Niente, finiti! Quel poco che era rimasto
è stato requisito. Quando me ne sono andato, c'era una folla
davanti al negozio, e non mi piaceva per niente... Sunnu tutti
dispirati. Dicono che hanno messo a ferro e fuoco una farmacia
ai Tribunali. Nelle campagne stanno ammazzando pure i preti
perché sostengono che trasmettano il contagio... Icristiani stanno
niscendo foddi!»
«Dannazione!»
Corrono all'aromateria. A piazza del Garraffello, le fontane
sono state divelte; sopra alcune altre, è dipinta una X nera. A
folate, arriva l'odore del cloruro di calce usato come disinfettante,
che si mescola con il fetore delle latrine.
A via dei Materassai, si trovano davanti un muro di persone.
Carmelo Caratozzolo, il responsabile dell'aromateria, è fermo
davanti alla porta, con le braccia alzate. «Tutto abbiamo finito,
ve lo giuro! Tutto! Le navi non arrivano, non ci sono rifornimenti!
Non abbiamo più niente!»
«Come sarebbe a dire? Pure il laudano? Come farò a calmare
i dolori di mia moglie? Si contorce nel letto...» Un uomo gli
sta davanti, lo implora a mani giunte.
Un altro, poco più di un ragazzo, si dispera. «Nemmeno
una boccetta di valeriana? È per mia figlia, la mia picciridda!»
Dietro di loro, uomini e donne imprecano, supplicano, premono
per entrare.
Vincenzo deve farsi largo, spingerli via a gomitate. Il terrore
che deforma i volti di quegli uomini è più malefico del colera:
se lo sente addosso, non riesce a sottrarsi; è come se avesse le
braccia e le gambe impastoiate.
«Non ci credo!» grida un vecchio. Afferra una pietra, la scaglia
contro la vetrina. «I spezie l'aviti ammucciate pi' dariccilli
all'amici vostri!»
A quel gesto, Vincenzo si scuote, balza in avanti. Non possono
distruggere l'aromateria. Quello che lui è, inizia e finisce
tra quelle mura rivestite di legno. C'è entrato a undici anni,
portato dallo zio, che gli aveva mostrato l'insegna con il leone
ferito e, in un certo senso, non ne è mai uscito. In quel momento,
più di ogni altra cosa, vorrebbe avere accanto lo zio Ignazio,
ascoltarne la voce rassicurante.
«No!» grida, ma la sua voce non riesce a coprire il boato
della folla.
«Pigghiamuni tutti cosi!» grida un'altra voce.
Vincenzo si frappone tra la massa umana e Caratozzolo.
«Fermi!» urla con tutto il fiato che ha in corpo.
La gente si blocca. Tutti lo guardano con un misto di astio e
speranza.
«Don Florio, p'amuri di vostra matri», dice il ragazzo, gettandosi
ai suoi piedi. «Aiutateci! Almeno voi!»
Vincenzo si volta verso Caratozzolo, ma questi continua a
scuotere la testa. Ha le lacrime agli occhi, perché davvero vorrebbe
aiutare quella povera gente. «Don Florio m'è testimone.
Abbiamo davvero finito tutto. Credetemi!»
Vincenzo mostra loro i palmi delle mani. «Vero è, ve lo giuro!
Conosco molti di voi: tu sei Vito, che lavora al mercato del
pesce, figlio di Biagio u' mastru d'ascia e hai una picciridda nica,
della stessa età di me figghia», dice al ragazzo. «E tu sei Bettina,
la moglie di Giovanni u' stricaturi. Là dietro c'è Pietro, u'
marmuraro. Conosco voi e le vostre famiglie, perché anch'io vivo
qui. E, se vi giuro che non è rimasto più nulla, dovete
credermi».
«Minzogne sunnu! Ispezie l'aviti ammucciati! Livativi di davanti
o vi livamu d'in mezzo», grida una voce dal fondo della piazza.
La folla borbotta, ondeggia, si agita, preme.
Vincenzo apre la giacca, sbottona il panciotto. Sotto la camicia
mostra il petto nudo, su cui sono comparsi i primi peli bianchi.
«Mi volete ammazzare? Eccomi. Qui sono, non mi tiro indietro.
Ma, se vi dico chi ccà 'un c'è cchiù nenti, m'aviti a cririri.
Fineru tutti cosi, manco pi a me' famigghia ci nnè cchiù».
Il marmista scatta con rabbia: «Ù dicite picchí ci l'aviti a vinniri
all'amici vostri!»
Lui ride, per collera e per disperazione. Spalanca le braccia.
«Chi dici? Quali amici? Vedete carrozze qui? Soldati? No!»
Afferra Caratozzolo per un braccio. «Nell'aromateria siamo rimasti
io e questo povero cristo. Io sono qui, proprio come
voi e, se mi viene 'sta malattia, muoio come un cane, proprio
come voi. Se vi dico che tutto è finito, è finito. Anche le scorte a
palazzo Steri sono esaurite. Finché non verrà tolto il blocco sanitario,
non passerà più nulla».
La donna, Bettina, si fa avanti, gli prende la manica. Sul viso,
un'incredulità così dolorosa da risultargli quasi insopportabile.
«Non è possibile che voi che siete il più grosso venditore
di Palermo non abbiate più niente. Se è davvero così...»
Vincenzo indica l'aromateria. «Volete controllare? Trasìte».
Il silenzio scende nella piazza. Per qualche istante, nessuno
si muove. Poi, lentamente, tra singhiozzi e grida di disperazione,
la folla si apre, si sfrangia, si disperde.
Alla fine, rimane solo il ragazzo a terra. Vincenzo si china su
di lui, gli posa una mano sulla nuca, gli parla all'orecchio. «Itivinni
a casa, figghiu meo, e priati u' Signuri. Solo Dio può aiutare
Palermo».
Vito scoppia in lacrime. E Vincenzo sente quel pianto sulla
pelle, perché il pianto di un padre, ora, ha un suono diverso.
Perché immagina di essere lui lì, a terra, in ginocchio nel fango,
povero e sconvolto, alla ricerca di medicine per Angelina o
Giuseppina o, peggio, per Giulia.
Quel pianto sembra inseguirlo anche quando, il giorno dopo,
lui raggiunge la casa di Monreale dove c'è Giulia con le
bambine. Si chiude in un silenzio torvo: non vuole raccontare
cos'ha visto e sentito. La notte, però, incapace di trovare riposo,
va nella stanza delle figlie che dormono, i capelli sparsi sul
cuscino e le bocche socchiuse. Si siede lì accanto, ascolta il loro
respiro. Stanno bene, sono vive.
Non sa se può dire altrettanto della bambina di Vito.
Vincenzo Florio, commerciante e industriale di Palermo, possessore
di schooner, di cave di zolfo, di cantine e di tonnare,
membro della Camera di commercio della città, assicuratore
oltre che intermediatore finanziario, è in ciabatte e maniche
di camicia nella modesta cucina dell'ammezzato di via della
Zecca Règia.

È l'ottobre del 1837, e finalmente l'emergenza del colera è
finita. S'è portata via più di ventimila persone in tutto il
palermitano.
Possono dirsi fortunati. Sono tutti ancora vivi. Famiglie intere
sono state sterminate.
Vincenzo ha cenato con la sua famiglia illegittima: Giulia e
le sue figlie. L'indomani andrà a via dei Materassai, da sua madre.
Finalmente la vita sta tornando in ordine.
Le bambine stanno già dormendo, sotto lo sguardo della
bambinaia. Sono graziose e ben educate. Giulia parla loro in
francese, la lingua che ha imparato quand'era piccola, a Milano.
Legge loro delle favole prima di dormire.
È rimasta semplice, pragmatica, come quando lui l'ha
conosciuta.
Vincenzo la guarda rassettare la stanza, aggiungere carbone
nel braciere. Mette a bagno dei legumi, poi prova ad aprire un
barattolo, ma invano. Lo chiama. «Mi aiuti?» Indica la scatola:
tonno sotto sale. Il barattolo viene dalla tonnara dell'Arenella,
di cui lui è socio con un mezzo francese che si è trasferito a Palermo,
Augusto Merle.
Lui afferra il barattolo, fa leva con il coltello. Dopo lo schiocco
metallico, la salamoia. Nella stanza si diffonde un odore che
lo riporta all'infanzia.
Le immagini si confondono. Riconosce la cucina di piano
San Giacomo e una sagoma, di spalle, che tira fuori pezzi di
pesce da un orcio sigillato con la cera.
È Paolo, suo padre, o lo zio Ignazio?
La figura si volta.
Il padre.
Rivede i baffi folti, la barba, lo sguardo severo. Lo guarda
immergere il pesce in acqua calda per liberarlo del sale, dire
qualcosa alla madre sul fatto che lo conserveranno in olio d'oliva
per le settimane successive.
Qualcosa fa un rumore nella sua testa, un clic, come di
orologio.
Olio. Tonno.
Il presente lo risucchia, i ricordi tornano nella penombra.
Giulia lo ringrazia. La guarda strofinarsi le mani con un limone
per togliere il puzzo.
«Potrei mandarti una cuoca», le dice d'un tratto.
Lei fa cenno di no. «Tua madre continuerebbe a dire che ti
faccio sperperare i soldi. Ho già una cameriera e la bambinaia
per Angela e Giuseppina. E poi mi piace cucinare».
Ma lui insiste: «C'è la figlia della governante di casa mia. È
una brava ragazza, fa anche lavori di fatica. Te la manderò».
La risposta è un sospiro spazientito. «A volte mi sembra di
essere davvero tua moglie. Io parlo, tu non mi ascolti».
Vincenzo la prende per la vita. Lei lo abbraccia, supera la
barriera della barba tagliata all'inglese e lo bacia, alzandosi
sulle punte. Gli fa cenno di seguirla. «Porta il lume», gli sussurra,
con la confidenza di due amanti che si vogliono proprio
perché sono tali, e null'altro.
Dormono insieme, come se fossero marito e moglie. Però,
oltre quelle mura, oltre il cortile di via della Zecca Règia, c'è
Palermo. Anche lei è un'amante possessiva, e Vincenzo lo sa:
gelosa, volubile e capricciosa, capace di rifiorire o di annichilirsi
in una notte.
Ma, dietro le apparenze, nasconde un'anima di ombra.
Vincenzo la conosce, quell'oscurità, ci si rispecchia. Non si
può permettere di tenere bassa la guardia perché, quello che la
sua donna gli perdona, la città non glielo sconta. Palermo
amerà lui, e amerà i Florio, finché continueranno a portarle
soldi e benessere. In quel periodo, la città vive un misterioso
stato di grazia: si ricopre di colori, si riempie di cantieri e nuovi
edifici. E, dei suoi soldi, dei soldi di Casa Florio, Palermo ha
bisogno.

Carlo Giachery, scarpe lucide e giacca di lino, osserva Vincenzo
che riflette. Perché, lui lo sa, sta rimuginando qualche suo
pensiero segreto e ha smesso di ascoltarlo già da alcuni minuti.
«Vice'?»
«Eh?»
«Ti sto parlando da un bel po'. Vorrei capire se è la mia voce
a conciliarti la distrazione o se c'è qualcosa che vuoi dirmi».
Lui muove la mano in un gesto che dovrebbe essere di scusa.
«L'una e l'altra, in verità. Di cosa stavamo parlando?»
«Del fatto che le monache della Badia Nuova si lamentano
del rumore dei telai della filanda di cotone. Dovrebbero lamentarsi
i frati che ci stanno a fianco, e non loro. Valle a capire,
'ste teste di pezza».
Lui appoggia il mento sulle mani chiuse. «Ecco cos'è la Sicilia.
Non appena provi a fare qualcosa di diverso, trovi sempre
qualcuno che si mette a picchiuliare e frignare perché o gli
dà fastidio, o non vuole, o ti dice come devi fare o, semplicemente,
deve scassare la...»
«Ho capito». Carlo ride sotto i baffi. Letteralmente. «Pensavo
di mettere dei pannelli di sughero per coprire i rumori, ma
non so quanto servirà. Le pie donne si lamentano pure del vapore
delle macchine».
«Sono telai. È vapore, acqua calda! In Inghilterra le usavano
già vent'anni fa e nessuno osava dire nulla. Che dicano qualche
rosario in più e tengano le finestre chiuse. Piuttosto, ascoltami...»
Cerca un foglio, lo rilegge. La ruga tra le sopracciglia
si fa più profonda. «Leggi».
Giachery inforca gli occhiali, si concentra. «Le vendite di
tonno sono diminuite».
«Per tutte le tonnare, non solo qui in Sicilia; le richieste sono
in calo anche per sarde e sgombri».
«Ah». Vincenzo gli fa cenno di proseguire la lettura. «Come
mai, secondo te? Sempre per quella storia che dicono che
causi lo scorbuto?»
«Sì. Gli inglesi si stanno tirando dietro anche altri armatori.
Ma io lo so che non è così. La mia famiglia ha commerciato pesce
sotto sale per anni, e l'ha pure consumato e nessuno di noi
ha perso i denti».
«Vai a capire perché. Certo, un calo di questo tipo... Ancora
non è forte, ma potrebbe diventarlo».
Vincenzo ha un moto di stizza. «La carne fresca si conserva
con il ghiaccio delle Madoníe. Ma a' tunnina è sempre stata
salata».
«Ci vorrebbe un altro metodo...» Carlo è meditabondo.
«Tipo l'affumicatura, ma non so se il tonno sia adatto.
Oppure...»
Clic.
Vincenzo alza la testa.
Clic.
Suo padre che mette il pesce a mollo nell'olio dopo averlo
dissalato perché...
Clic.
Si tuffa tra le carte, cerca il calendario. «La prossima mattanza...
La prossima mattanza dell'Arenella è tra dieci giorni.
Quindi...»
Giachery lo osserva. Vincenzo è animato da un furore che
quasi lo rende più giovane.
«Perché la carne si decompone, Carlo?» Gli chiede, alzandosi.
Non aspetta risposta, continua a parlare: «Perché se la
mangiano i vermi. Ma, se la carne è cotta, diventa più resistente.
E come la conservi a lungo per impedire che si decomponga?»
Gli va davanti, si china su di lui. «Se voglio farla durare
per sei mesi o per un anno, diciamo per un viaggio oceanico, o
anche di più, cosa faccio?»
E lì, all'orecchio, gli sussurra la sua idea.

A maggio, con il tepore della primavera, vengono calate le prime
tonnare. La pesca è fruttuosa, i marinai ringraziano san
Pietro e san Francesco di Paola per la grazia di tanta
abbondanza.
A maggio, barattoli pieni di tonno sott'olio, alcuni di latta,
altri di vetro, riposano al sicuro nella dispensa della dimora
dei Giachery, sotto l'occhio perplesso ma vigile di Carolina,
la moglie di Carlo.
Sono lì in attesa che trascorra il tempo necessario.
Un anno.
Un anno perché l'esperimento abbia successo. Per capire se
il tonno cotto e coperto d'olio, chiuso in un contenitore a tenuta
stagna, possa sopravvivere a un viaggio oceanico o comunque
a una lunga conservazione. Ci prova veramente, Vincenzo.
Con la sua testardaggine, con l'idea che, se non si prova a fare
qualcosa di nuovo, nulla potrà cambiare.
E lui, la sua vita, la vuole tenere in pugno.
A giugno, con il sole che abbaglia e i panni che si asciugano
con il primo soffio di scirocco, Giulia prende per mano Vincenzo
e gli dice di essere di nuovo incinta.

All'alba del 18 dicembre 1838 qualcuno bussa alla porta dell'abitazione
dei Florio a via dei Materassai. I colpi alla porta diventano
pugni.
Giuseppina sente il rumore, si alza, blocca la serva che era
andata alla porta ad aprire. «E che è?»
Si trova davanti una cameriera trafelata che entra in casa di
corsa. «Sto cercando don Vincenzo», dice, mentre abbozza
una riverenza. «Cosa importante è. La mia padrona... c'arrivaruno
i dulura».
Giuseppina la spinge fuori. «E allora? Vattinni tu e idda puru».
Vincenzo compare in quel momento. Gli occhi sono ancora
impastati di sonno; non appena scorge la serva, però, lo sguardo
si fa vigile. «Che è, Ninetta?»
«Mi manda la signora Giulia. È ora, don Florio».
«Giusto oggi, santo cielo!» Lui si passa la mano tra i capelli.
«Ho un incontro per la cantina, una cosa cui non posso
mancare, lei lo sa. Dille che verrò più tardi. Per ora non
posso».
Svelta, la ragazza si dilegua per le scale.
Giuseppina chiude la porta con uno scatto di rabbia. «Pure
qua ti fai venire a cercare?»
«Gliel'ho ordinato io».
«Manco fosse tua moglie. Che cosa vuole, altri picciuli?»
Vincenzo si prepara in fretta, la testa alla stanza di via della
Zecca Règia dove, ne è certo, Giulia sta gridando per le doglie.
Nello stesso tempo, si domanda quando sua madre sia divenuta
così stretta nel cuore. Negli ultimi anni è dimagrita, si è
lasciata andare. Il viso, che dovrebbe essersi addolcito con la
vecchiaia, pare invece coperto da una crosta di rancore verso
il mondo intero.
Anche lui sta invecchiando: tra i capelli affiorano ciocche grigie.
Le palpebre si sono appesantite, rughe gli tagliano il viso.
Da tempo, Vincenzo ha accantonato l'idea di un matrimonio
d'alto rango. È già difficile trovare un bocciolo di rosa da
far sposare a un uomo di quarant'anni, figuriamoci se quell'uomo
deve anche provvedere a tre bastardi.
E poi - ma se lo dice con imbarazzo - Giulia è ben più di
una moglie. È una compagna, un sostegno. Solo lei ha avuto
la forza di sopportare quella parte di buio che lui si porta dentro.
Giulia verrà sempre dopo Casa Florio; lei lo sa, e lo ama
nonostante tutto. Ha accettato l'ambizione, la rabbia, il disprezzo
sociale.
Lei gli ha dato tutto.
Tranne...
Non osa continuare.
Una linea di luce illumina l'anello di Ignazio. Le dita indugiano
sulla piega della cravatta.
Prima di andare in ufficio, si reca a Sant'Agostino, davanti
alla Madonna del Parto. Per la prima volta dopo tanto tempo,
recita una preghiera silenziosa.
Prega per un miracolo.
Scende all'aromateria, lascia un appunto per Lorenzo Lugaro,
il contabile, poi raggiunge Francesco Di Giorgio al magazzino
di piano San Giacomo per discutere di una contrattazione
di un carico di sommacco.
Infine incontra un possidente di vigneti fra Trapani e Paceco,
disposto a vendergli le anticipazioni di insolia, catarratto e
damaschino. Quantità grosse e buona vinificazione, almeno
dalle voci raccolte da Raffaele, che continua ad occuparsi della
cantina.
«Ci avevano detto che eravate un gran signore, e ora lo confermiamo.
Vostro cugino un bravo cristiano è, ma voi avete le
idee chiare. Sapete quello che volete, ed è per questo che ho voluto
parlare cu' vossia che siete il padrone».
L'uomo, alto, barbuto, ha mani callose ma abiti lussuosi, segno
di una ricchezza recente. Vincenzo lo ringrazia, lo accompagna
alla porta dell'ufficio e, nel frattempo, medita su quelle
parole.
Perché - e questo è un cruccio che si porta dentro da un
po' - la cantina di marsala gli dà da pensare; fatica ad avviarsi.
Le cose con Raffaele non vanno come dovrebbero. Manca di
spirito d'iniziativa, non ha abbastanza coraggio. Dovrà occuparsene
al più presto e parlare con lui.
È mezzogiorno quando finalmente può andare in via della
Zecca Règia. Persino ora, Lugaro lo insegue per raccontargli
voci di corridoio che serpeggiano tra la Camera di commercio
e la Cala. «Francesi e inglesi hanno l'esclusiva di trasporto su
molte merci e non le cederanno mai alla società dei battelli a
vapore di Napoli. Nessuno vuol mettersi contro di loro».
«Questo è tutto da vedersi».
Non c'ha testa per i battelli. Dietro la sua faccia scolpita
nella pietra, per tutta la mattina ha immaginato Giulia che urlava
di dolore, con il viso madido di sudore e il corpo lacerato.
Ha sperato che un miracolo, quel miracolo - l'unico per cui i
suoi piedi lo hanno portato in chiesa a chiedere una grazia -,
potesse avverarsi.
Vincenzo s'infila nel portone. Lugaro, a disagio, lo segue.
Dalle scale viene un tramestio. Quando arriva all'ammezzato,
trova Giovanni e Tommaso sulla soglia con alcuni
conoscenti.
Le voci muoiono in gola. Tutti lo guardano ed è come se
quegli occhi avessero un peso, come se potessero colpire e fare
male.
«Che è?» chiede. «Giulia sta bene?»
Nessuno risponde.
Panico.
Vincenzo spalanca l'uscio, attraversa le stanze, irrompe in
camera di Giulia. Lei è pallida, semidistesa nel letto, con le
bambine che le cinguettano intorno.
Sua madre e la levatrice raccolgono biancheria e secchi di
acqua rossastra.
Lui si aggrappa alla pediera del letto. «Stai bene?»
Antonia lo rimprovera: «Che ci fate qui? Andate giù con gli
altri maschi. Ancora Giulia non è pronta».
Lei, invece, si tira su a sedere. «Ce la faccio, mamma. Ora
potete uscire? Devo parlare con Vincenzo».
La levatrice e la donna si scambiano uno sguardo perplesso.
È ancora presto, e una puerpera dovrebbe riposare. La comare
scrolla le spalle come a dire: Contenta lei... Raccoglie le sue cose
ed esce. Antonia esita, poi afferra una bracciata di asciugamani
macchiati, e spinge fuori Angela e Giuseppina. «Venite con la
nonna, avanti, mettiamo a lavare queste cose».
Lugaro chiude la porta alle loro spalle.
Ora sono soli.
La lingua di Vincenzo non vuol saperne di chiedere. Non ci
riesce. In quella stanza, il suo potere, i soldi, le spezie, le navi, il
vino, lo zolfo, le tonnare non gli servono a niente. La voce è un
filo. «Stai bene? È...»
«Sì».
Parlano contemporaneamente. Si fermano.
All'improvviso, un vagito.
Giulia indica la culla di vimini. «Guarda».
Vincenzo si avvicina alla cesta. Scorge una faccia raggrinzita,
una bocca che fa strane smorfie. Si china sul corpicino fasciato,
lo scruta con una curiosità fatta di trepidazione.
Giulia non parla. Si limita a prendersi quel momento per tenerselo
stretto nella memoria.
Lui sfiora la sagoma sotto le coperte, affascinato. «Un
maschio?»
Finalmente Giulia annuisce.
Vincenzo si copre la bocca, soffoca un singhiozzo. «Dio,
grazie», dice. Lo ripete talmente piano che nessuno può sentirlo:
«Grazie. Grazie».
La sua impresa, tutta la sua vita, adesso, hanno uno scopo,
com'è stato per suo zio Ignazio, persino per suo padre, che è
ormai un ricordo sbiadito. Il futuro ha smesso di essere un
banco di nebbia al largo. Ha braccia e gambe ed una testa.
Vorrebbe abbracciare suo figlio, ma ha paura. Non ha mai
tenuto in braccio le bambine appena nate. Poi, d'impulso, lo
solleva, una mano dietro la testa, l'altra a reggere il corpo.
«Sangu meo», gli dice. «Ciatu meo, cori di lu me cori».
È leggero. Alla luce di dicembre, la pelle del neonato sembra
trasparente. Ha un odore ferroso e dolce, di latte, di amido,
di lavanda.
Giulia cerca d'ignorare la tenerezza che prova nel vedere
padre e figlio insieme, anche se ha il cuore in gola e vorrebbe
abbracciarli entrambi. Deve farsi violenza e parlare adesso,
deve chiedere. Pretendere. Ora o mai più, lo sa che è così. «Ti ho
dato un maschio. Ora rivoglio il mio onore. Devi riconoscere
non solo lui, ma anche le bambine. Me lo devi».
Vincenzo osserva il viso del neonato: ha lineamenti marcati,
la fronte alta, la mascella forte. È un Florio.
Ma gli occhi sono quelli allungati di Giulia.
Si siede sulla sponda del letto, con il piccolo ancora tra le
braccia. Le cerca la mano. «Porteranno il mio nome. Tu porterai
il mio nome. Te lo giuro davanti a Dio».
Il sospiro della donna trascina con sé sollievo e spossatezza.
Si lascia andare tra i cuscini, continua a guardare padre e figlio
uniti in quell'abbraccio che ha l'aria di un prodigio.
Sente lacrime di liberazione scivolarle lungo le guance. Per
le parole di Vincenzo, per la sua vita, che finalmente non sarà
più nascosta, segnata dalla vergogna.
Le ci sono voluti quattro anni per avere questa promessa.
Anni di solitudine, di disprezzo, di rimproveri della sua famiglia
che - comunque - aveva continuato a restarle accanto, anche
se lei aveva preferito non sapere davvero perché.
Ricorda litigi, separazioni e riappacificazioni con il suo uomo,
gli insulti di Giuseppina, i silenzi cattivi di Antonia. Tutto
per arrivare a quel momento.
Giulia continua a stringergli la mano. «Lo chiamerai Paolo,
come tuo padre?»
Mio padre? si chiede lui. Chi mi ha concepito o chi mi ha cresciuto?
Chi, in realtà, mi ha permesso di diventare ciò che sono oggi?
Vincenzo lascia le dita di Giulia. «No». Accarezza il visetto
del figlio. Nello sguardo, malinconia. «No. Il suo nome sarà
Ignazio».
Lei annuisce. «Ignazio», ripete.
E il ricordo di ciò che si dicono senza parlare se lo porteranno
dentro per sempre. Fino al giorno in cui sarà Giulia a tenere
la mano di Vincenzo e lui avrà il coraggio di dirle quanto l'ha
amata pur senza dirglielo.

Luce trabocca dalle finestre, allaga le scale, raggiunge i soffitti
e precipita sulla tavola imbandita. Incendia i vetri di Murano,
si adagia sulla porcellana di Capodimonte. La casa sembra
esplodere di luce.
Giulia, in abito da sera, attende l'arrivo degli ospiti. Sorveglia
che nulla manchi, che i domestici siano in ordine e che ci
sia champagne in abbondanza. Controlla che la biancheria da
tavola sia immacolata, che l'argenteria sia lucida e che i cibi nei
vassoi da portata siano tenuti in caldo. Sigari e liquori attendono
su un'étagere.
L'occasione è importante: è la prima volta che Giulia organizza
una cena: si festeggia la nascita della società di cui Vincenzo
- «suo marito» è così strano da dire - è stato promotore.
È vero, si tratta di una cena tra soci in affari, un momento di
convivialità tutto maschile. Ma gli ospiti sono tra i più importanti
uomini d'affari di Palermo e non solo: ci sono anche nobili,
gente con un titolo lungo quanto un braccio. Non può permettersi
di sbagliare.
È la sua parte di responsabilità: adesso è una Florio.
Fatica ad abituarsi all'idea. Per lei, «casa» rimarrà sempre
l'ammezzato di via della Zecca Règia. Questo è l'appartamento
di Vincenzo e di sua madre, dove lei è entrata da moglie solo a
gennaio 1840, più di un anno dopo che era nato Ignazio.
Prima Vincenzo aveva riconosciuto Ignazio, Angelina e
Giuseppina come figli suoi; poche settimane dopo, il 15 gennaio
1840, aveva sposato Giulia dinanzi all'ufficiale dello stato
civile. Erano andati in chiesa quel giorno stesso, a tarda sera,
come si usava per i matrimoni riparatori.
A parte le famiglie ed i testimoni - dipendenti di Casa Florio -
nessun altro aveva partecipato alla cerimonia officiata
dal prete di Santa Maria della Pietà alla Kalsa, lo stesso che
aveva battezzato i loro figli.
L'uomo, ormai vecchio e acciaccato, si era lasciato andare a
un sospiro di sollievo quando Vincenzo aveva firmato l'atto di
matrimonio. E aveva persino mormorato un: «E chi ci vulìa?»
carico di significato.
A quel pensiero, Giulia sorride. Un figlio maschio, ci voleva,
per diventare donna Giulia Florio.
Giocherella con il bracciale di perle e brillanti. Fatica a dominare
l'ansia.
Alla fine, va verso le stanze dei figli. Sbircia dentro. Ignazio
dorme, e così pure Giuseppina. Angelina, invece, è accanto alla
bambinaia francese, Mademoiselle Brigitte, che le sta leggendo
una storia. La saluta con un bacio e chiude la porta senza
far rumore. Anche quest'aspetto della sua vita è cambiato.
Non è più lei a far addormentare i suoi figli.
La governante le si avvicina di soppiatto, la fa sobbalzare.
«Perdonatemi. Non volevo farvi spaventare», si scusa.
«No, state tranquilla. Dite pure».
La governante si chiama Luisa, ed è una donna di mezza età
che viene dal servizio presso una nobile famiglia napoletana.
«Vostra suocera, signora», dice in tono esitante. «Fa questioni,
dice che sta male e non verrà ad accogliere gli ospiti. Inoltre
non digerisce la cena che avete ordinato».
Giulia si massaggia la fronte. «Vado a parlarle».
Ovviamente donna Giuseppina non può lasciarla in pace,
men che meno quella sera.
Giulia arriva alla scala interna che separa la zona occupata
da Giuseppina da quella del resto della famiglia. Poco prima
del matrimonio, nel tentativo di rendere più agevole la convivenza
tra la madre e la moglie, Vincenzo aveva diviso l'appartamento
in due parti, in modo che le due donne non si scontrassero
per la supremazia nella gestione della casa.
Non è servito a molto.
Giulia trova la suocera seduta allo scrittoio. È in abito da casa:
indossa una cuffia di merletto e un abito grigio, liso, di
cotone.
«Donna Giuseppina...» dice, inchinandosi. Mai si dica che è
lei a mancarle di rispetto. «La signora Luisa mi ha detto che
non vi sentite bene».
«Infatti. Mi manca l'aria, non me la sento di scendere. Del
resto ci sei tu, no?» Scruta l'abito con una ferocia minuziosa.
Si sofferma sulla scollatura. «Tutto quel pizzo... dev'essere costato
uno sproposito. E poi, scollato assai è. Troppo elegante.
Sembra un vestito per andare a teatro».
«Mio marito mi ha suggerito di metterlo».
Giuseppina fa un gesto d'irritazione. «Ragiona da maschio.
Ci piacciono certe cose». E tu non gliele hai mai fatte mancare,
sembra dire la sua espressione. «Comunque...»
Giulia si schiarisce la voce. Prova a dimenticare l'offesa. Per
la suocera, l'intrusa è lei, e deve sopportare. Dio mio, quanto
detesta quella donna. «Non volete scendere? Magari solo per
accogliere gli ospiti, poi potrete ritirarvi. Ci sono i principi Trigona
e di Trabia, il barone Chiaramonte Bordonaro. Ci sono Ingham
e anche il signor Giachery. Se non vi faceste vedere,
vostro figlio potrebbe aversene davvero a male». Si avvicina,
assume un'aria mansueta. Dentro, però, sente lo stomaco attorcigliarsi
in una stretta di umiliazione. «Voi sapete quanto Vincenzo
abbia lavorato per sottoscrivere quest'accordo, quanto
si sia speso per convincere i soci a comprare un battello a vapore.
Suvvia, fate questo sacrificio per amor suo». Le indica l'armadio.
«Se vi aiuto, potreste cambiarvi in pochi minuti...»
«Lascia stare, non insistere. Non mi sento. Portami una tazza
di brodo di pollo, invece». La sua pacatezza ha il rumore di
una pentola che si crepa. «Tu, piuttosto. Sei pronta, o devi ancora
pettinarti? Hai fatto tutto bene? Perché non è facile organizzare
una festa così, senza avere esperienza».
Giulia, che d'istinto si era toccata lo chignon, la fissa con risentimento.
«Non mi pare che voi abbiate organizzato molte
feste o cene per vostro figlio».
«Qualcuna sì, di certo più di te. Non è facile essere una Florio,
io lo so». Si fissa le dita segnate dagli anni. «Sono persone
esigenti. Non guardano in faccia a niente e nessuno; se vogliono
una cosa la ottengono. Non accettano un fallimento, loro».
Giulia non riesce a risponderle a tono, abbassa la testa. Si
odia quando le risposte non le vengono. Io non fallirò, si dice.
Non sarò una vergogna per mio marito, lo renderò orgoglioso. Ma
è un pensiero tenue, un filo di fumo della coscienza.
«Il falsomagro lo hai fatto?» Giuseppina parla con durezza.
«Hai preso l'argenteria, spero. Quella che Vincenzo ha fatto
venire dall'Inghilterra...»
«Sì. Ci sono anche le confetture e le salse fredde per l'arrosto.
E c'è il tonno alla ghiotta trapanese».
Giuseppina si gira sulla sedia, si toglie la cuffia dai capelli.
«E il vino francese? Questa mania delle cose straniere che avete
voi, mai l'ho capita. Mah... avete queste mode, voi settentrionali.
Io non c'entro e non voglio entrarci». Ciocche grigie e
spesse ricadono sulle spalle. «Vai a vedere se è tutto a posto:
i cammareri fanno di testa loro quando non c'è chi li comanda. E
di' che mi portino il brodo; poi fammi salire la cameriera, che
mi deve aiutare per la notte».
Quando Giulia torna nell'appartamento principale, ha le
guance rosse. Le tremano le mani.
Ferma una cameriera, le dice di portare il brodo al piano di
sopra. Che se la sbrogli da sola, quella donna, pensa, e freme di
umiliazione. Giuseppina ha scelto di non venire, ed è chiaro il motivo:
non vuole che un eventuale disastro possa essere imputato
a lei.
Apre una finestra, cerca conforto nell'aria fresca. Quel luglio
è caldo, denso di umidità. La stretta allo stomaco si allenta.
Giulia si osserva nella specchiera: abito di seta blu, filo di
perle. Sulla scollatura, uno scialle: un velo di pizzo francese
che Vincenzo le ha comprato a Marsiglia, dove si è recato
con Augusto Merle, qualche tempo prima. Un dono degno
di una principessa.
Eppure non basta. Dopo tre gravidanze, non ha più la linea
di un tempo. Ma ha un bel portamento, ha grazia nei modi. E se
non fossi adeguata a Vincenzo? si domanda. Se donna Giuseppina
avesse ragione e io gli facessi fare brutta figura?
Perché è vero: essere moglie di Vincenzo non è facile. Di colpo
si è ritrovata a vivere con un uomo che ha una vita pubblica
intensa, che discute a tu per tu con gli uomini più importanti
del regno. E lei, che è sempre rimasta nell'ombra, ha paura di
sbagliare.
Dalla strada, rumore di carrozze sull'acciottolato, di sportelli
che si aprono, di voci maschili. Non c'è più tempo per l'ansia.

Ben Ingham sale le scale con Vincenzo. Sono entrambi accaldati,
ma la soddisfazione si legge loro in viso. «Questa è una
giornata storica, mio caro amico. Finalmente il progresso è arrivato
anche in Sicilia! Ci ha messo qualche anno, ma
insomma...»
Giulia è sulla soglia. «Benvenuti. Spero che il vostro incontro
sia andato a buon fine».
Ingham non si stupisce di quella schiettezza, così insolita
per una donna. «Tutto firmato e sottoscritto. Le quote sono
state versate. La Società dei battelli a vapore siciliani è una
realtà». È entusiasta, la saluta con un baciamano. «Mia cara,
siete uno splendore». Alle sue spalle, una donna statuaria,
con lunghi capelli neri striati di grigio e una collana di diamanti:
Alessandra Spadafora, duchessa di Santa Rosalia, la donna
che Giulia aveva visto per la prima volta al Teatro Carolino,
molti anni or sono. Dal 1837, è sua moglie: Ingham l'ha sposata,
diventando a pieno titolo un aristocratico.
La duchessa li saluta con un sorriso privo di affettazione.
Con Vincenzo è cordiale; con Giulia è gentile. Entrambe hanno
condiviso lo status di amanti, e questo crea tra loro un tenue
legame. Ma null'altro le accomuna: Giulia è pur sempre la figlia
di un mercante, mentre lei, la duchessa, è nata nobile. Il
suo primo marito, da cui ha avuto due figli prima che la lasciasse
vedova e in difficoltà economiche, apparteneva alla nobiltà
campagnola dell'isola.
Lei ringrazia. Vincenzo le si affianca. «Mia madre dov'è?»
chiede in un soffio. «Dovrebbe essere qui».
«È barricata in camera sua. Dice che non se la sente di scendere;
ha voluto solo una tazza di brodo». Entrambi continuano
a sorridere, ad accogliere gli ospiti, arrivati direttamente dalle
stanze del notaio Caldara, dove hanno firmato l'atto di costituzione
della nuova società.
«Hai provato a convincerla?»
La risposta di Giulia è un inarcarsi di sopracciglia.
Altri passi, altre voci chiassose.
«Florio, questa casa è veramente bella. Sarei dovuto venire
prima, altroché». Gabriele Chiaramonte Bordonaro entra e la
sua attenzione è subito calamitata da un mobile di ebano intagliato.
«Superbo! È cinese, vero? È antico?»
«Viene da Ceylon. Posso presentarvi mia moglie, barone?»
Chiaramonte Bordonaro si volta. Non aveva notato Giulia.
«Ah. Buonasera, donna Florio». Poi si allontana alla volta del
salone.
Giulia e Vincenzo rimangono davanti alla porta in attesa dei
ritardatari. «Un barone, quello?» chiede lei, perplessa.
«Si è comprato il feudo con tutto il titolo. Prima era l'intendente
di quegli stessi terreni e si fici a sacchetta prestando soldi».
Vincenzo tossisce nella mano. «Se la gente dice di me che
sono un cani di mannara, ti lascio immaginare cosa dice di lui.
Però iddo ha lo stemma sulla porta e quindi...»
L'arrivo di altri ospiti gli impedisce di continuare.
Giulia avverte una stretta d'ansia.
«Don Florio.... E voi dovete essere donna Giulia». Un inchino,
un baciamano. Giuseppe Lanza di Trabia, seguito da Romualdo
Trigona, principe di Sant'Elia.
Le mogli, giusto un passo indietro, salutano con un educato
cenno del capo. Vincenzo fa loro il baciamano, presenta Giulia.
«Donna Giulia, grazie ancora per l'invito. È un'occasione
straordinaria, questa». Lanza di Trabia, principe colto e di vedute
aperte, proprietario di una delle dimore più eleganti di
Palermo, sembra valutare con una sola occhiata il prestigio
del luogo dove si trova. Ma non potrebbe essere diversamente.
Sua moglie è una Branciforte. Nobiltà antica, di quelle che hanno
fondato la città. Giulia si sente addosso il suo sguardo, cerca
un sorriso da darle, qualcosa che ammorbidisca la severità del
giudizio.
Stefania Branciforte è una matrona vestita con un abito color
amaranto. È avanti negli anni, e indossa gioielli antichi, che
probabilmente appartengono alla sua famiglia da generazioni.
Tiene le palpebre abbassate, le mani intrecciate sul ventre. Si
guarda attorno come se avesse timore di sfiorare le pareti o i
mobili, e a nulla valgono le occhiate di rimprovero che le lancia
il marito.
All'improvviso, Giulia si sente povera, meschina. Il pizzo
del suo scialle pare aver perso ogni valore, il suo abito qualsiasi
tocco di eleganza. Istintivamente si volta verso la moglie del
principe Trigona, Laura Naselli. E più giovane della principessa
di Trabia, e ha lunghi capelli intrecciati in una preziosa acconciatura.
L'avversione che legge nei suoi occhi è la stessa.
La guardano senza vederla, come se fosse trasparente.
Ecco la mantenuta che si è fatta moglie, dicono senza parlare. La
borghese che ha aperto le cosce per diventare ricca... ma sempre
borghese rimane.
S'inchina, secondo il cerimoniale: loro sono principesse, lei
una figlia di nessuno con un passato tutt'altro che irreprensibile.
Le due donne fissano l'aria accanto alla sua testa e annuiscono
al saluto che è loro dovuto, quindi entrano nel salone,
guardandosi attorno.
«Vi è una certa pretesa di eleganza, non trovate? Abiti, arredamento...»
chiede la principessa Laura.
L'altra dama scrolla la mano e apre il ventaglio. «Pretesa,
avete detto bene».
Giulia sente la gola stringersi. Il viso si fa di brace e un rivolo
di sudore le cola tra i seni. Tutto quello che ha fatto non è
dunque servito a nulla? si chiede. Di certo non basta, ora lo
sa, così come non basteranno tutti i soldi di Vincenzo per farsi
accettare da quelle persone.
Si riavvicina al marito. Ingoia rabbia e umiliazione insieme.
Trigona, a sua volta, la saluta con un sommesso: «Enchanté,
Madame», poi contempla con aria pigra il soffitto. «Una dimora
straordinaria sotto molti punti di vista, la vostra, don Florio».
Scambia un'occhiata con il principe di Trabia, che reprime
un sorrisetto. «I tempi cambiano, amico mio. I tempi e le
persone».
Vincenzo indica loro gli ospiti. «In salone ci sono già gli altri
soci. Venite».
Le mogli si avvicinano ai mariti, parlottano fitto. Non le
danno nemmeno la possibilità di rivolgere loro la parola.
Vincenzo ha visto e sentito tutto.
Solo Giulia ha colto l'improvviso irrigidirsi della sua schiena.
Anche lui ha capito.
Sotto la volta decorata del salone brillano i candelabri. Porcellane
di Capodimonte sono disposte sulla tovaglia di lino e di
pizzo delle Fiandre. Cristalli di Murano attendono di essere
riempiti di vini francesi tenuti in fresco in bacili d'argento.
Giulia segue Vincenzo, s'intrattiene con gli altri ospiti, e
prova più di un brivido d'incertezza. Sbaglierà qualcosa? Sarà
in grado di comandare il giusto tempo per le portate? Esita,
chiede aiuto con gli occhi al marito, ma lui è immerso nella
conversazione con Ingham.
È il pensiero di quelle dame tanto nobili quanto arroganti a
darle la forza di reagire. Raddrizza le spalle, guarda i camerieri.
Uno le scosta la sedia, lei si accomoda. Vincenzo, all'altro capo
del tavolo, la imita. È il segnale perché la cena abbia inizio.
I commensali prendono posto. Con un cenno, Giulia invita
il personale di servizio a presentare i piatti agli ospiti, perché
ciascuno possa scegliere. Le entrées, carni in gelatina e minestre,
poi i primi e i secondi, sia di carne sia di pesce.
Un valletto serve il vino, un altro versa l'acqua da una caraffa
di cristallo. I domestici si avvicinano agli ospiti. L'uno dopo
l'altro, fanno la loro comparsa i vassoi d'argento con le pirofile
del falsomagro, del tonno alla ghiotta trapanese, delle patate,
delle verdure e dell'agnello.
La principessa di Trabia indugia su Giulia, la mano stretta
attorno alla forchetta con cui ha infilzato un boccone di agnello.
Sembra stupita, forse addirittura irritata. Alessandra Spadafora,
invece, ha incrociato il suo sguardo e, con un gesto furtivo,
ha sollevato il calice di vino verso di lei.
Giulia l'ha ringraziata con un sorriso nascosto dal tovagliolo.
In piedi accanto all'ingresso della sala, la governante segue
con sguardo attento la processione dei camerieri. In cucina,
due sguattere stanno con le braccia immerse fino ai gomiti nelle
tinozze, intente a lavare piatti e posate perché i commensali
abbiano subito stoviglie pulite.
Giulia è tesa, quasi non tocca cibo. Beve a malapena un sorso
d'acqua. Quello che riesce ad assaggiare, però, è ben cotto,
servito alla giusta temperatura, con ingredienti di prima scelta.
È talmente nervosa che non nota gli sguardi sfuggenti del
marito, seduto dinanzi a lei all'altro capo del tavolo.
Si permette di respirare solo quando arrivano il trionfo di
frutta fresca e candita e i semifreddi. Nessuno ha fatto commenti
e, soprattutto, tutti hanno mangiato di gusto, comprese
le due nobildonne, rimaste rigide sulla sedia per tutta la cena.
Giulia dà allora ordine che vengano serviti i liquori e i sigari,
alla maniera inglese, e sta per ritirarsi con le donne nel salotto
attiguo, quando scorge un movimento tra le signore.
Tutto succede rapidamente: la governante le si avvicina, mormora
qualcosa; lei si alza, si accosta a Vincenzo, gli sussurra una frase;
lui le stringe il polso; lei annuisce e si allontana, chiudendo
la porta della sala.

Da lontano, senza muoversi, osserva la scena: le due principesse
si stanno preparando ad andarsene. Hanno sospirato di
essere stanche, anche perché la cena è stata lunga e impegnativa.
Dopo essere rientrate a casa, daranno disposizione ai cocchieri
di venire a prelevare i consorti.
Ma Giulia non crede neanche per un istante a quella commedia.
Le due hanno seguito i mariti perché si trattava di affari,
di picciuli. Adesso, però, dovrebbero intrattenersi con lei. E la
semplice idea le fa inorridire.
Ma certo, scappate, pensa. E sparlate pure. Nulla cambierà il fatto
che Vincenzo è fiero di me. Chi è venuto qui, stasera, potrà dire soltanto
che i Florio hanno una tavola degna di principi e re.
Alessandra Spadafora le posa una mano sul braccio. «Vado
anch'io, mia cara. Si è fatto molto tardi e non ho più le energie
dei vent'anni, quando potevo stare una notte intera a folleggiare.
E comunque vi faccio i miei più vivi complimenti per stasera».
Le si fa più vicina. «Mi verrete a trovare, vero? Del resto,
siamo vicine di casa e abbiamo molto in comune».
Giulia copre la mano con la sua. «Verrò con gioia», replica,
ed è sincera.
La principessa di Trabia si congeda inclinando il capo in un
gesto regale. La moglie di Trigona, invece, le stringe la mano.
«Una serata gradevole assai», dice, sibilando, quasi non riuscisse
a pronunciare a voce alta quel complimento.
Ha gli occhi che brillano, Giulia. Sente di aver superato un
esame e, cosa più importante, di non aver deluso suo marito.
Ha fatto la sua parte. Ora, con sollievo, può ritirarsi nella sua
stanza, lasciando gli uomini alle loro chiacchiere ed ai loro
liquori.

Le donne sono appena andate via quando arrivano il notaio
Caldara e Carlo Giachery. «Mi sono perso qualcosa?» chiede
quest'ultimo a Vincenzo, che l'aspetta sulla soglia.
«A parte la cena, dici? Nulla di che: solo gli sproloqui di
Chiaramonte Bordonaro. Sta mettendo a dura prova la pazienza
del principe di Trabia e il suo nobile distacco parlandogli
della sua collezione di antichità». Vincenzo lo accompagna
presso il servizio dei liquori, chiede del brandy.
«Non c'è niente da fare, è più forte di lui». Carlo prende un
bicchiere di madera. «Peccato per il barone Riso, però. Sarebbe
stato interessante averlo tra i soci».
«Credo che quel vecchio filibustiere stia contando tutti i
peccati che ha fatto per renderne conto minuziosamente davanti
al Creatore. Dicono che sia più di là che di qua».
Ingham si avvicina, indica ad un valletto la bottiglia di porto.
Gli viene immediatamente servito un calice. «Poveraccio. Non
riesco a immaginarmelo a consumarsi in un letto. Saranno le
maledizioni che gli hanno mandato i turchi quando faceva il
corsaro. Avesse avuto dieci anni di meno, si sarebbe messo
al comando della nave, con buona pace della baronia che si è
comprato. Farò dire delle preghiere per lui dal pastore».
«Non è una nave, è un piroscafo. Il Palermo».
«Di che parlate? Del vapore?» Gabriele Chiaramonte Bordonaro
fende il gruppo, scompagina la conversazione. Afferra una
bottiglia di marsala e si versa da bere. «Il problema, come dicevo
poc'anzi all'illustrissimo principe di Trabia, è che non sappiamo
come farlo aggiustare, se si guasta. Ve lo dico non tanto
come socio, quanto come tesoriere. Voi, Ingham, avete meccanici
inglesi che conoscono questi motori? Ve li mandano insieme
con il piroscafo? Perché qui troverete solo mastri d'ascia».
«Certo che ne ho». Ingham non si lascia turbare. «Verranno
e insegneranno a chi vive qui come aggiustare i motori, e addirittura
a costruirli. Se non si prende il coraggio a due mani e
ci si mette in gioco, in Sicilia non cambierà mai nulla. E poi, se
non siamo preoccupati io e don Florio che abbiamo le quote
maggiori della società, perché dovreste esserlo voi?»
«Siamo sempre noi commercianti che abbiamo interesse in
questa faccenda. Noi non abbiamo le spalle coperte da un nome
o da una famiglia importante». Chiaramonte butta giù un
sorso il liquore.
Vincenzo, a testa bassa, con gli occhi fissi sul proprio bicchiere,
annuisce.
Il principe Trigona li raggiunge in quel momento. «Via,
Chiaramonte. Non siate ingiusto». Ha un tono leggero, ma l'espressione
è infastidita. «Se anche noi ci stiamo impegnando
in questo affare è perché sappiamo che il futuro non aspetta.
E vanno bene le tradizioni, va bene essere prudenti, ma dobbiamo
imparare a guardare al presente».
«E al futuro». Vincenzo solleva il bicchiere. «Un brindisi,
signori. Alla nostra impresa!»
I calici tintinnano, gli uomini si scambiano strette di mano.
Le parole rimangono impigliate nella memoria di Vincenzo
prima di cadere nel vuoto della coscienza. Motori. Officina.
Meccanici.
È un seme che metterà radici, quello.
Alla fine, quando le voci si abbassano e gli invitati cominciano
a sentire la stanchezza, sul tavolo compaiono bottiglie scure,
alcune con ancora un velo di polvere. Vincenzo, con orgoglio,
prende una bottiglia, la stappa. È marsala delle sue cantine.
Una riserva superiore, che ha conservato apposta per un'occasione
come questa, spiega. Gli ospiti si avvicinano per assaggiare.
I piccoli calici a forma di tulipano vengono riempiti.
È buono, quel vino: ha un gusto dolce e rotondo, ma non
stucchevole. Si avverte il profumo del mare, del miele e dell'uva
lasciata a fermentare. E c'è pure una punta di aspro data
dalle saline.
Ben Ingham, un sigaro tra le labbra, attende che alcuni degli
ospiti si siano allontanati per parlare. «Posso dirti una cosa in
tutta franchezza?»
Vincenzo socchiude appena le palpebre. Non è da Ingham
chiedere il permesso per parlare. Non lo è nemmeno quella
strana aria di complicità che gli è affiorata sul viso. Gli fa cenno
di proseguire.
«Quando ho saputo che avresti sposato Giulia, ero perplesso.
Voglio dire, per tanto tempo è stata...»
«Quello che è stata per te la duchessa Spadafora?»
L'altro ride. «Touché. Comunque, a differenza della duchessa,
la tua signora non ha molta esperienza di vita sociale. Ne
converrai».
«Ne convengo». Secco, asciutto.
Ben china la testa. Sul viso severo, segnato dagli anni, affiora
un sorriso indulgente. «Credo che tu abbia fatto la scelta migliore.
Mi ricordo della tua frenesia, del voler cercare una moglie
titolata... invece avevi accanto un tesoro. Quella donna è
una perla, Vincenzo».
Lui annuisce, gli occhi fissi sul marsala che sta bevendo.
La scelta obbligata si è rivelata la scelta migliore.
«Ah, e poi un'altra cosa». L'inglese ride forte ed è un'altra
cosa insolita per lui, sempre così controllato. Forse è l'alcol, forse
l'euforia per l'accordo appena firmato. «Sai, quando hai iniziato
la costruzione della cantina a Marsala, ho pensato che
non avresti mai potuto superare la produzione mia o di Woodhouse».
Beve anche lui. Accenna una risata. «Mi sbagliavo anche
su questo. Dio m'è testimone, tu sei il mio più grande errore
di valutazione».
Spalla contro spalla, Vincenzo gli risponde a bassa voce.
«Quando abbiamo iniziato, io, tu, mio zio... non c'era niente
qui. Non un opificio, o una società, o un'assicurazione. Non
abbiamo avuto ostacoli e concorrenti, e ogni cosa che facevamo
sembrava una follia». Indica la sala gremita davanti a lui. «E
adesso...»
«Adesso tutto è cambiato».
«Qualcosa. Non tutto».
Anche Ingham guarda gli uomini nella stanza: nobili delle
più antiche famiglie della Sicilia e nobili che hanno comprato
terre e titoli in aste fallimentari. «Il vecchio e il nuovo», dice
quasi tra sé. «C'è una cosa che non ti ho mai raccontato. Anni
fa, quando ho acquistato il feudo di Scala, mi avevano detto
che mi sarei potuto fregiare del titolo di barone. Un barone!
Io!» Ride, ma è una risata scabra, aspra. «Tuo zio Ignazio
era ancora vivo. Un giorno l'avevo incontrato e lui mi aveva
salutato con il titolo. E io gli avevo detto che, se io ero un barone,
allora lui era un principe, perché tra noi era di certo lui il
più nobile per comportamento».
«Mio zio era un signore». Un rimpianto acuto.
«Molto più di certa gente in questa stanza». Il tono si addolcisce,
ma è solo un istante. «Quanto a me, io non dimentico
come sono arrivato qui. Ero un giovanotto che andava dietro
alle truppe inglesi, mandato qui da una famiglia che commerciava
in panno e che aveva perso tutto in un naufragio. Ho
scommesso su questa terra e sono rimasto anche quando i miei
compatrioti sono andati via. In certi momenti mi teneva in piedi
solo il pensiero che il giorno dopo avrei lavorato ancora.
Posso ringraziare Dio per questo, e per essere ancora vivo...
e infatti lo ringrazio ogni sera prima di posare la testa sul cuscino.
Conosco questi luoghi e la vostra gente, ho imparato ad
amarli e a disprezzarli in ugual misura. Non mi serve un feudo
per essere Ben Ingham che naviga fino in America e investe
nelle ferrovie del nuovo mondo».
Vincenzo non risponde. Perché lui lo sa, non sono i soldi,
non è il potere: è qualcosa di più sottile, è il farsi indietro di
un passo, è l'abbassare la testa in segno di deferenza.
Lo pensa, ma non lo dice, Vincenzo, che sono idee attaccate
alle ossa di questa gente. La ricchezza non basta, l'esperienza
nemmeno.
Non basta se non hai il titolo.
Il palazzo.
Il sangue.

«Questo. Questo è perfetto».
Carlo Giachery osserva Vincenzo chino sul progetto della
villa che sta realizzando per lui. Luminosa, insolita, piena di
verde.
Respira di sollievo, l'architetto. Non è facile accontentare
l'illustre don Florio. Si accende un sigaro e gliene offre uno,
ma l'altro rifiuta. Poi, con calma, si siede in una poltrona all'angolo
del tavolo da lavoro. «Sei contento, allora?»
Vincenzo prende posto davanti a lui. «Abbastanza. Anche
se non sono venuto qui solo per discutere del progetto».
Giachery allunga le gambe. «Si tratta della tonnara di Favignana,
non è vero? L'anno scorso, quando l'hai presa in affitto
dai Pallavicini di Genova, mi sono chiesto se davvero non stessi
facendo il passo più lungo della gamba. Voglio dire, avevi
già l'Arenella, Sant'Elia e Solanto...»
«Favignana e Formica fanno un pescato che tutt'e tre insieme
non riescono a fare. È per questo che le ho scelte».
Si guardano. Vincenzo annuisce. «Ho ordinato olio d'oliva
e barili. Stanno già viaggiando alla volta delle Egadi. Ci sto per
andare anch'io. E voglio che tu venga con me».

Il giorno dopo sono già in viaggio per mare. Nessuno sa dove
stanno andando. Costeggiano il golfo di Castellammare, oltrepassano
capo San Vito. Subito dopo, le Egadi appaiono
all'orizzonte.
Al loro arrivo, una folla di pescatori si raccoglie per osservare
il piroscafo con lo scafo di metallo che ha invaso il porto.
Hanno facce nere di sole e salsedine, e gli abiti sembrano cascar
loro addosso. Poco distante, donne inseguite da bambini
seminudi e scalzi. L'isola è brulla, le case sono poco più che tuguri.
La povertà, lì, ha viso e corpo.
Dal gruppo si stacca un uomo: ha un corpo che sembra un
tronco di quercia, i capelli ricci e una barba che gli arriva a metà
del petto. «Sugnu Vito Cordova, u' rais». China la testa.
«Assabbinirìca».
Vincenzo lo scruta. Tende la destra. «Don Vincenzo Florio.
Sono il nuovo affittuario della tonnara».
«Vossia?»
«Iò».
Il pescatore socchiude gli occhi già stretti, imprigionati in
un reticolo di vene e rughe. Si pulisce la mano callosa, piena
di cicatrici, sui pantaloni, stringe la sua, incerto. «Ccà, nuddu
di chiddi di Genuva vinni mai. Vossia di ccà è?»
«Sono palermitano. I Pallavicini m'hanno affittato la tonnara
per nove anni».
Sul viso legnoso di Cordova balena la sorpresa. I padroni
genovesi hanno sempre mandato i loro intendenti, non sono
mai venuti lì. «E che voli viriri? Ù marfaraggio, i' varche?»
«Eh. Vossia chi dici?»
Cordova indica gli edifici e comincia a camminare, precedendo
Vincenzo e Carlo di alcuni passi. Dietro di loro, come
in processione, tutto il paese. I passi sollevano sabbia e polvere
mentre il vento, a folate, fa mulinare nugoli di posidonie
secche.
La tonnara sorge nel punto più riparato della baia. Tetti
d'incannucciato, mura sbrecciate e mucchi di cordami al sole
parlano di trascuratezza.
Vincenzo stringe le labbra, parla sottovoce a Carlo. «Si fa
pagare più di tremila onze d'affitto, Pallavicini, per una tonnara
che è tra le più pescose della Sicilia... e guarda come se la
campa».
«'Un ci ni futti nenti».
La voce che ha raggiunto Vincenzo è quella di un vecchio,
fermo all'ingresso dell'edificio, appollaiato su uno sgabello.
«A chisti c'interessa sulu a' munita».
Si scambiano un'occhiata. Rassegnata e amara quella del
vecchio; curiosa quella di Vincenzo.
Seguito da Carlo, entra nella struttura. Intorno a loro, sabbia
e polvere: il tufo si sgretola e i mattoni sono mangiati dalla salsedine.
L'odore di mare e di alghe li avvolge insieme con quello
più persistente del sale secco. Cani si aggirano tra la corte e
gli scivoli per le barche, bambini gli sciamano vicino per correre
poi a rifugiarsi dalle madri.
Non appena superano la barriera del cortile, però, vengono
investiti da un tanfo insopportabile, che ricorda a Vincenzo
quello che aleggiava su Palermo ai tempi del colera. «Ma
che è, un cimitero?»
«Na' specie. Dda' sutta c'è un bosco, ci sunnu l'armali morti,
accussì leccanu u sangu», spiega Cordova. «Ca dianzi ci stanno i
muciari, i varche, va'».
«Ù sacciu soccu sunnu i muciari. Me patri e me zio marinara eranu.
E dduoco soccu c'è?»
Carlo li scruta, perplesso. «Che state dicendo?»
«Mi sta spiegando perché c'è quest'odore terribile: da quella
parte, che chiamano bosco, mettono i tonni a dissanguarsi e
lasciano lì le carcasse a decomporsi, mentre qui davanti ci sono
le barche per la pesca, i muciari...»
D'un tratto, dall'edificio sbuca un uomo. Indossa un abito
stazzonato e un cappello di paglia sulla fronte arrossata.
«Ma cosa fate qui? Via, via!»
La piccola folla indietreggia, ma non si disperde. L'uomo li
respinge, si ferma davanti a Cordova, gli parla con malagrazia.
«Don Vito, perché non mi avete fatto chiamare? Avrei accolto
io il nostro ospite».
Lo sguardo del pescatore diventa opaco. «Arrivò senza chi
nuddu ni sapìa nenti. S'apprisintao accussì».
Vincenzo si volta con lentezza. Carlo conosce quell'espressione
ed incrocia le braccia sul petto, in attesa. «Ha ragione,
nessuno sapeva del mio arrivo. Voi, invece, chi siete?»
«Saro Ernandez, per servirvi. Sono il contabile. Voi dovete
essere don Florio. I miei rispetti». L'uomo si china con deferenza.
«Ma siete venuto così? Voglio dire... non avete nessuno,
a parte il vostro segretario?»
«Perché, è un problema? E comunque, lui non è il mio segretario.
È il signor Carlo Giachery, ed è un architetto».
L'uomo è sconcertato. «No... Veramente non mi aspettavo
una vostra visita così presto. Ci avevano detto che... Vi aspettavo
tra qualche giorno, ecco. E poi pensavo che non sareste
venuto da solo».
«E invece sono venuto ora. Andiamo, devo parlarvi».
L'ufficio è una stanza piena dei riflessi del sole, al riparo
dall'odore nauseabondo che arriva dallo stabilimento. Ernandez
mostra i registri.
«Quindi, a questa mattanza, abbiamo avuto finora tremila
tonni pescati», commenta Vincenzo. «È maggio, la tonnara è
stata calata da poco in mare, dunque ce ne saranno altri...»
«Sì, se ne aspettano molti di più. Sono stati avvistati banchi
che...»
Vincenzo non lo lascia finire; si volta, dandogli le spalle, e
guarda il rais che è rimasto sulla soglia. «Voi, mastro Cordova,
che ne pensate?»
Quello annuisce. «Almeno n'autri tanti. In più, sarde assai».
Il contabile si agita, prende alcune ricevute. «Abbiamo anche
il sale dal vostro socio D'Ali. Sale delle saline di Trapani,
sapete, di ottima qualità e...»
«Non m'interessa», dice Vincenzo, secco. «Da questo momento
in poi, si cambia regime». Cammina verso il rais, gli arriva
davanti. Sono quasi della stessa altezza, forse hanno la
medesima età, anche se il pescatore sembra molto più vecchio.
«Canciamu sunata».
Saro Ernandez stringe i fogli tra le mani. «"Cambiamo musica"?
Cosa volete dire? Non capisco».
«Che non ci sarà più soltanto tonno sotto sale», spiega Vincenzo,
senza guardarlo. «Voi sapete che viene considerato
causa dello scorbuto, vero? Ed è per questo che molto resta invenduto,
perché le compagnie di navigazione ed i marinai non
si fidano più. Così noi faremo qualcosa di nuovo». Fissa il rais
negli occhi di onice e finalmente scorge una luce di meraviglia.
«Dal piroscafo che mi ha portato qui, in questo preciso istante,
stanno sbarcando parecchi cafisi* di olio. Il tonno verrà diviso
e bollito, e poi conservato sott'olio in barili a tenuta stagna».

* Il «cafiso», o «kafiso», è una misura tradizionale di volume per
l'olio d'oliva, ancora oggi usata in Sicilia, e varia a seconda delle zone:
nel trapanese, per esempio, corrisponde a poco meno di 7 litri; a Catania,
a circa 16 litri; nell'interno della Sicilia, a circa 11 litri. (N.d.A.)

«Ma... marcirà! E, se non marcirà, sarà comunque da consumare
in breve tempo».
«Niente affatto. Ho provato questo metodo di conservazione
già da alcuni anni, con il tonno dell'Arenella e di San Nicola
l'Arena, con la collaborazione del signor Giachery». Ernandez
balbetta qualche obiezione, ma Vincenzo lo inchioda con lo
sguardo. «Sono più di tre anni che portiamo avanti quest'idea.
Funziona perfettamente. Modificheremo il mar)foraggio, creando
una zona con varie caldaie per la cottura del pesce ed alloggi
per i lavoratori stagionali. Impiegheremo le famiglie, non solo i
pescatori».
«Ma nessuno lo ha mai fatto!» Un'ultima protesta. «Qui
non c'è gente capace di fare quello che pensate voi! Sono poveri
cristi».
«Bene. Cominceremo noi, adesso, e loro impareranno. Tutte
le famiglie. Insieme». Vincenzo si volta, guarda il rais. «E non
solo: faremo come facevano gli antichi. Ù rasso du tunno pi' fari
l'ogghio pi' i lampe, e l'ossa sicchi pa' terra».
Finalmente, sulle labbra screpolate del marinaio, compare
l'ombra di un sorriso. «Famigghie?»
«Sì. Pi' travagghiari tutti».

Strida di gabbiani, fruscio di vento, calore di sole.
Al fermarsi della carrozza, Vincenzo sente lo sciabordio del
mare dell'Arenella. La sua tonnara. Un ricordo atavico, un richiamo
che si muove dentro e che gli appartiene in un modo
misterioso.
Giulia è accanto a lui, impaziente. «Siamo arrivati?»
Lui le porge la mano per aiutarla a scendere. Dietro di loro,
un'altra vettura con i figli, Giuseppina, che ormai ha sessantacinque
anni, e la bambinaia.
Vincenzo si volta. Lascia che l'aria di mare gli riempia i polmoni
e l'anima di soddisfazione. Davanti a lui, la villa che Giachery
ha progettato accanto alla tonnara dell'Arenella, un posto
che gli ha rapito il cuore.
Ti ho tanto amato, pensa. Ti ho amato sin da subito.
Mura color terracotta. Un portone di legno che si schiude
davanti ai suoi occhi e Carlo Giachery che lo attende sulla soglia.
Gli porge un mazzo di chiavi. «Benvenuto a casa».
Lui entra, seguito da Giulia e dai bambini.
La corte della tonnara è diventata un cortile con un pergolato
e degli alberi. Piante in vaso spezzano il grigio dell'acciottolato.
Il corpo basso è stato rialzato e trasformato in abitazione,
con grandi finestre ed un terrazzo che si affaccia sullo scivolo
per le barche.
E, verso il mare, una torre quadrata.
Sembra rivestita di merletto.
Quattro vertici, quattro pilastri, quattro «pizzi». Linee gotiche
degne di un castello inglese, bifore che si aprono verso il
cielo. Un intarsio ricavato dal tufo, un merletto dalle linee sinuose
scolpito nella pietra.
Vincenzo sente fremere Giulia accanto a lui. «Ma è...»
«Splendida. Lo so. Per questo non ho voluto mostrartela
prima». Le prende la mano. «Vieni». Si rivolge alla bambinaia
e alla madre. «Voi aspettate qui».
Carlo li guarda entrare. Non li accompagna, perché sa che
quello è un momento privato: Giulia non conosce ancora il segreto
della sala della torre, quella che Vincenzo ha sognato sin
dal momento in cui ha capito di poterne diventare l'unico
signore.
Passi riecheggiano nelle stanze deserte. Una cameriera li precede,
apre le finestre. Il sole entra, si distende sulle maioliche
a scacchi. Il suono del mare copre il fruscio delle gonne e le loro
parole sommesse.
Mobili di mogano e noce svelano le loro forme: tavoli, armadi,
divani, consolle. Mancano i soprammobili, ma sarà Giulia a
pensarci. Quando lui glielo dice, la vede illuminarsi di gioia.
Vincenzo attraversa un corridoio che si affaccia sul mare, si arresta
davanti a una porta. Mette le mani sul pomello. «Guarda».
Giulia entra.
Sopra di lei, una volta a crociera, alta, slanciata, simile a
quella di una chiesa. I costoloni dipinti di rosso e d'oro si rincorrono
sino a sfumare nelle cornici delle finestre.
Oltre l'oro e il giallo, il mare. Il golfo dell'Arenella e tutta
Palermo.
Il respiro le si mozza in gola. Gira su se stessa, la testa rovesciata
all'indietro, e ride come una bambina.
«Ti piace?» Lui l'abbraccia da dietro. «Nessuno a Palermo
ha una cosa del genere».
Lei è così felice che non riesce nemmeno a parlare.
I figli irrompono nella stanza in quel preciso istante. Esclamazioni
di stupore, nasi all'insù, risate.
Giulia prende in braccio Ignazio, che ha quattro anni, e indica
le figure. Persino Giuseppina, entrata per ultima nella
stanza, si guarda intorno meravigliata e compiaciuta.
In disparte, Vincenzo li fissa. Era quello che voleva: una casa
degna del suo nome e della sua famiglia. Esce dalla stanza,
arriva nel salottino. Lì trova Carlo Giachery, intento ad accendersi
un sigaro. «Sono entusiasti».
«Be', era quello che volevi, no? Lasciare tutti senza parole».
Carlo si appoggia alla finestra. Indica i magazzini per le barche.
«Sei un pazzo e io sono stato un pazzo ad ascoltarti.
Mai avrei pensato di poter realizzare una simile costruzione
a ridosso di una tonnara. Ci volevi tu per farmelo fare. E a Palermo,
poi».
«Ci volevo io per molte cose. E vedrai quando riuscirò a
commerciare in grande il tonno sott'olio. Sono già alcuni anni
che lo inscatoliamo e che lo vendiamo, e la sua richiesta continua
a crescere». Lo dice senza arroganza, Vincenzo. È consapevolezza,
la sua. «Queste sono le risposte che darò a chi mi
ha chiamato "visionario". Fatti. Così come sarà per la fonderia
Oretea che ho comprato dai fratelli Sgroi. Tutti mi hanno detto
che non è possibile pensare a un'officina qui a Palermo, che
campano solo le putìe. Invece io so che non è così, che, se qualcuno
non inizia a pensare in grande, allora quest'isola rimarrà
per sempre ferma, mentre il resto del mondo andrà avanti. Lo
sai come si dice a Palermo? Dunami tempo, dissi u' surci a' nuci,
ca ti percio».
«Tu e i tuoi proverbi». Carlo ride. «Sei più palermitano di
certi palermitani di settima generazione. Che vuol dire?»
«"Dammi tempo, dice il topo alla noce. Dammi tempo che ti
buco". Io sono uno che non molla, Carlo. Lo sai. Anzi, a proposito
della fonderia, vorrei che tu andassi al cantiere di porta
San Giorgio perché i lavori per la nuova sede vanno a rilento.
Ora mi chiamano pazzo, ma vedrai quando tutti gli scafi saranno
in metallo e avranno un motore a vapore... allora avere
una fonderia che lavora solo per i tuoi piroscafi farà abbassare
i costi dei pezzi di ricambio, e di tanto». E ricorda, Vincenzo, la
macina per il cortice, e gli insulti che si erano tirati addosso i
Florio quando avevano preteso di commerciare la polvere di
china cambiando le regole.
«Pazzo, sì. Ma non dimenticare portarrobbe».
«Meglio prenderla a ridere». La sua è più una smorfia che
una risata. Certe cose non cambiano. «Specialmente se penso a
chi mi ha mosso questo tipo d'insulti e a cosa mi hanno
detto...»
«Credo che continueranno a chiamarti così finché vivrai».
Carlo è serio, ora. «Dovresti esserci abituato».
«Lo sono». Vincenzo cammina per la stanza, le mani allacciate
dietro la schiena. «Però non mi rassegno, non ci riesco. La
cosa folle è sentire gente come Filangeri che mi chiama "facchino"
nello stesso momento in cui manda il suo intermediario a
chiedermi soldi in prestito. È quest'arroganza, questa mancanza
di dignità, che mi fa infuriare». Vincenzo cerca la sua rabbia,
quella che da sempre si tiene accanto, e se la culla come se
fosse un neonato.
Carlo Filangeri, principe di Satriano, è in forti difficoltà economiche.
Investimenti sbagliati, dicono alcuni; lussi e stravizi,
dicono altri. Da tempo, i suoi creditori vorrebbero chiederne il
fallimento. È con l'acqua alla gola. Dovrà nuotare o affogare.
E Vincenzo ha in mano la corda che può trarlo in salvo.
Arriva la sera. Cenano insieme nella nuova dimora, rispettando
la tradizione: pasta con il sugo, pesce fritto. Verdure e patate
sono offerte ai patruneddi della casa, perché siano benevoli
e li accolgano con gioia. Giulia segue quelle operazioni con le
sopracciglia inarcate: lei, settentrionale, scettica per natura,
trova quantomeno ridicolo quel tentativo d'ingraziarsi degli
spiriti, ma tant'è.
A tarda sera, i due accompagnano i figli nelle loro stanze. Le
ragazze ne condividono una; Ignazio ha l'altra. A poca distanza,
la camera di Giuseppina. In fondo, con la finestra sul golfo,
quella di Giulia e Vincenzo.
Prendere sonno non è facile: tutti sono eccitati. Persino le cameriere
continuano ad andare in giro in punta di piedi e chiudono
le porte cercando di non far rumore. Angelina e Giuseppina
saltano sul letto: hanno otto e sei anni, sono ancora delle
bambine. Ignazio corre, si nasconde, e nulla può Mademoiselle
Brigitte per calmarlo. Ci vuole una sgridata di Vincenzo perché
s'infilino sotto le coperte, da dove giunge però una cascata
di risa soffocate.
Poi Vincenzo si affaccia alla stanza della madre: è seduta sul
bordo del letto a occhi chiusi, con il rosario in mano e la cuffia
ancora calcata in testa. «Non vi coricate, mamà?»
«Prima le preghiere».
Da qualche tempo, donna Giuseppina è diventata particolarmente
religiosa. Che sia un vero cambiamento, la vecchiaia
o la paura dell'ignoto dopo una vita avara di gioie, non è dato
sapere.
Vincenzo si china su di lei. «Vi piace questa casa?»
Lei fa cenno di sì, mormora una preghiera in un latino impastato.
Poi piega la testa di lato. «Questo posto aveva rubato
il cuore di Ignazio, e ora ha preso il tuo». Passa la mano sul
copriletto. «Vuoi trasferirti qui per sempre? Non mi dispiacerebbe.
L'aria è più aperta, qui. Mi ricorda Bagnara».
Della Calabria, ormai, sua madre parla poco. Non c'è più il
rimpianto astioso di un tempo: Bagnara è il luogo della memoria
in cui sono confinati sogni e desideri persi per sempre.
«No. Vivremo qui solo in primavera e in estate, poi staremo
a Palermo. Del resto, io dovrò tornarci spesso, perché ci sono
gli uffici. Anche se qui mi sono fatto sistemare uno studio, u'
travagghio là è».
«Ù saccio».
Vincenzo saluta la madre ed esce.
Giulia lo aspetta nella loro camera. La trova sola, con i capelli
sciolti e il sorriso dell'attesa. Lo abbraccia.
Bacia la moglie sulle labbra, con calore, con tenerezza.
«Non ho sonno. Faccio una passeggiata nel cortile», le dice.
«Ti aspetto sveglia», replica lei, e s'infila sotto le coperte.

Lungo il corridoio, Vincenzo sbircia nelle stanze dei figli,
finalmente assopiti; attraversa il salone, scende le scale.
Il cortile. Arriva al portone. Esce.
Tutto è calmo. Sopra di lui, il cielo stellato. Davanti, il golfo.
Oltre, le luci di Palermo.
Tocca l'acqua. È incredibilmente tiepida per essere aprile.
Cammina con le mani in tasca, la testa sgombra di pensieri.
Un'onda lambisce la scarpa.
Da quanto tempo non fa un bagno?
Che razza di pensieri fai? si dice. Come se fossi ancora un ragazzino!
La risata si ferma, si mescola al groppo in gola.
Ricorda la prima volta che era andato sott'acqua: a occhi
aperti, con il sale che gli bruciava le palpebre ed il silenzio nelle
orecchie. La sensazione dell'acqua gelida. Il desiderio di aria
che faceva a pugni con la voglia di restare giù, senza peso,
immerso nel verde.
La libertà. Dio mio. Che magnifica sensazione.
Cosa darebbe ora per sentirla, quella libertà.
Il desiderio diventa bisogno. Vincenzo rivuole quell'emozione,
anche se solo per pochi istanti.
Le mani corrono ai bottoni. Via il gilet, via i calzoni, via la
camicia, via anche le scarpe. Il vento è fresco, quasi non lo sente.
Si guarda il torace massiccio: ha superato da un po' i quarant'anni,
ha messo su un po' di pancia, e le braccia non hanno più
la forza della gioventù, ma ha tutti i suoi denti e non ha il fiatone
nel salire le scale.
Un piede dopo l'altro. Il mare si fa abbraccio, lo accoglie. La
pelle s'increspa mentre bagna lo stomaco.
Di colpo, suo zio Ignazio gli appare davanti. Da memoria si
fa presenza: quasi riesce a sentirne la voce, la presa forte e gentile
delle mani. Lo rivede, giovane, con il velo di barba e il sorriso
malinconico che aveva da quando Paolo era morto. Sente
la sua voce che dice: «Piano, Vice', non avere fretta: il mare è
come una madre. Ti accoglie sempre».
Il ricordo diventa vivo, colorato.
Malta. L'anno dopo la morte di suo padre. Ignazio lo aveva
portato con lui: aveva visto l'isola, conosciuto mercanti, annusato
spezie sconosciute.
Era stato allora che suo zio si era reso conto che il nipote non
sapeva nuotare - che vergogna, lui, figlio di marinai - e aveva
deciso d'insegnarglielo.
Avevano trovato una spiaggia, si erano tuffati: Vincenzo
nudo, lui con un cencio intorno ai fianchi. Avevano fatto il bagno
in un mare di un blu accecante. Rammentava le risate, le
braccia di Ignazio pronte ad accoglierlo; sentiva ancora l'acqua
salmastra che gli invadeva il naso e i colpi di tosse che erano
seguiti.
Così aveva imparato, a forza di bere e soffocarsi e ridere ed
incaponirsi. E, alla fine, c'era riuscito.
Però mai aveva fatto il bagno di notte. Mai.
Bene. È ora di provare anche questo.
Si tuffa. L'acqua entra fra i capelli, gli avvolge le braccia. È
vero, il mare accoglie.
Riemerge. Respira. Fuori è freddo, ma che importa? Si sente
libero, leggero e vorrebbe gridare, perché per un istante il suo
buio, quello che si porta dentro da una vita intera, è sparito. O,
per lo meno, è confinato ai margini della coscienza.
Quello è il momento della leggerezza, di una gioia sconosciuta
che gli esplode dentro, che lo fa ridere e piangere.
Se la felicità è questa, è strana, perché non pensava che potesse
essere così bella e insieme fare tanto male.
Va di nuovo sott'acqua, riemerge, grida: di felicità, di liberazione,
di vita. Sente di essere dove doveva arrivare, che tutto
quello che è accaduto nella sua vita lo ha portato lì, ed è giusto,
e non importano gli insulti e le invidie, perché è quello che ha
scelto di essere. È il suo cammino.
Fa alcune bracciate, poi si gira sul dorso. Ora può vedere la
tonnara dal mare, e le luci della casa che si riflettono nel golfo.
Tra di esse, una in particolare.
La stanza da letto, lì dove Giulia lo attende.
Casa Florio. Giulia. La sua casa. La sua vita.
Si distende a pelo d'acqua, sputa fuori un sorso di acqua salata.
Ride.
Da quanto tempo non si sentiva così libero? Si era mai sentito
così libero?

La luce di quell'ottobre è mite. Ha i riflessi del topazio, la pastosità
del rame. Si riflette sulle case di tufo dell'Arenella, si distende
sul mare che ha perso i colori brillanti dell'estate per assumere
quelli dell'autunno. Anche la sabbia sembra spenta, e
non ha più quel luccichio che costringe a socchiudere gli occhi.
Ignazio, che ha quasi sei anni, si appoggia allo stipite, incerto
se proseguire verso la spiaggia o tornare in cortile. Il mare lo
attira con parole sussurrate, con una voce che lui non capisce
sino in fondo. Sa soltanto che è molto più del chiacchiericcio di
Giuseppina e Angelina, le sue sorelle, che stanno ricamando
sotto il pergolato con la bambinaia e la mamma.
Fa un passo avanti. Il mare lo sta chiamando.
Giulia alza la testa, lo cerca. «Ignazio! Dove stai andando?»
grida, con un misto di rimprovero e tenerezza.
E lui, che a quella voce non sa resistere, torna indietro.
Giulia poggia il tombolo sulle ginocchia e lo abbraccia. «Hai
finito i compiti che ti ha assegnato il maestro?»
Lui fa cenno di sì. «Ho fatto anche un disegno. Una nave».
Ma certo. Cos'altro? si chiede Giulia. Gli ravvia i capelli e il
bambino avvicina la guancia alla sua mano.
Ignazio pensa che non esista donna più bella di sua madre.
Nemmeno madmuasel Brigitte, con la sua r strana e i suoi capelli
biondi.
Giulia sa che nessun uomo l'ha mai guardata e mai la guarderà
con gli stessi occhi pieni d'amore di suo figlio.
Un tintinnio, seguito dallo sbuffare di cavalli, li fa voltare
verso il portone. Il custode lo spalanca per far entrare una carrozza
scura, che si dirige all'angolo opposto al pergolato. La
vettura non si è nemmeno fermata che già Vincenzo è balzato
giù e cammina a passi nervosi verso l'ingresso.
Giulia gli va incontro. «Vice'», lo chiama, ma lui fa un gesto
secco per allontanarla, o forse solo per farla tacere. «Non ti
aspettavamo così presto», continua lei, mentre le figlie e la
bambinaia si alzano e mormorano un saluto a capo chino.
«Unn'è cosa, Giulia. Non ti ci mettere pure tu». Lui scompare
oltre la porta che conduce alle scale, lasciando dietro di sé
un rumore di tacchi sui gradini di pietra.
Ignazio osserva la madre stringersi le mani al petto e abbassare
la testa.
Quante volte ha visto scene simili? Quante volte ha provato
quella sorta di rabbia verso di lui, una rabbia persino più forte
del timore che quell'uomo gli incute? Suo padre ha le sopracciglia
perennemente aggrottate, il viso sempre serio. Con la
madre è spesso brusco, scostante. Perché? Ignazio non capisce.
Si avvicina alla madre, in silenzio, fissandola con tenerezza.
Giulia allora gli mormora: «Tuo padre è un uomo importante,
Ignazio. Non è una cattiva persona. È fatto così. È il suo
carattere».
«Però ti fa piangere». Allunga la manina, come se volesse
raccogliere la lacrima rimasta impigliata tra le ciglia della
madre.
Dall'alto arrivano prima la voce infuriata di Vincenzo e poi
uno sbattere di porte. Stranamente, Giulia sorride. «Ho versato
così tante lacrime per lui che una in più o in meno non fa
differenza. Io so chi è tuo padre, lo so davvero». Si stringe
nello scialle, guarda verso la torre quadrata. «Vado a vedere
che succede. Tu resta in giardino con le tue sorelle». E, mentre
arriva un altro scoppio d'ira di Vincenzo, Giulia sparisce con
un fruscio di stoffa, inghiottita dal buio del corridoio.

Ignazio si guarda attorno. Le sorelle e la bambinaia hanno
ripreso i loro ricami. Sente le voci dei genitori che si
allontanano.
E allora arriva di nuovo il sussurro del mare, portato da un
grecale leggero.
Il bambino sgattaiola verso il portone. Lo oltrepassa. Davanti,
il mare dell'Arenella.
Nessuno fa caso a lui.
Esita. Da qualche giorno, i genitori gli hanno proibito di andare
sugli scogli sotto la torre, e di arrampicarsi sul faraglione
poco distante. Sono troppo scivolosi, gli hanno detto. Eppure
lui ha trascorso l'estate a saltellarci su, e non è mai caduto.
In un paio di occasioni, ha persino fatto il bagno. D'imitare i
figli dei pescatori che si tuffano dalla Balata, il grande faraglione
oltre la punta della baia, però no, non ne aveva avuto il coraggio.
E comunque suo padre gli aveva promesso che, la
prossima estate, gli avrebbe insegnato a tuffarsi da là, perché
i Florio devono saper nuotare, che hanno acqua di mare e sangue
misti nelle vene.
Ignazio lascia l'appoggio del muro color ocra, attraversa la
spiaggia e s'inoltra fra le rocce. Da uno sperone nero, coperto
di alghe secche, spunta un granchio. Lui lo vede, allunga la
mano per prenderlo, ma l'animale è più veloce, si appiattisce,
scappa in una fessura.
«No!» esclama lui, e si china in avanti. La suola di cuoio scivola
sulla posidonia secca, il bambino si sbilancia, oscilla e finisce
in una pozzanghera di acqua stagnante.
Geme piano, Ignazio. Si guarda le mani: ha i palmi scorticati.
A fatica si rimette in piedi.
Le ferite pulsano e bruciano per il sale, ma non è questo a
preoccuparlo. Scarpe e vestiti sono sporchi. Sua madre si
arrabbierà.
Stupido granchio, pensa, stizzito. Come può rimediare a quel
disastro?
Con cautela, ora, si avvicina all'acqua. Sa che in quel punto
il mare è profondo, perché d'estate i ragazzini dell'Arenella si
buttano da lì, e riemergono con i sacchi pieni di ricci che poi
mangiano sulla spiaggia.
Si china e, con una mano a coppa, raccoglie un po' d'acqua
per ripulirsi le scarpe. Il sale sembra bruciare ancora di più.
Mordendosi il labbro per il dolore, Ignazio si sporge, e lo stomaco
gli si stringe, affida alla pelle un brivido di panico. Le onde
sono alte, lo riempiono di spruzzi. Lui allora si aggrappa alla
roccia, cerca un equilibrio, poi riprova a prendere l'acqua
con entrambe le mani, barcolla.
Con il cuore in gola, fissa il mare, che sembra diventato tutto
nero. Non ci sono pesci che guizzano, né la danza dell'ogghio
a mari, dell'attinia, e delle alghe abbarbicate agli scogli. Ci sono
solo onde sempre più alte che finiscono per inzupparlo.
La mamma mi sgriderà tanto tanto, si dice. E papà...
Meglio non pensarci.
Deve tornare indietro. Sente qualcosa dietro lo sterno, e non
sa dargli un nome.
Reggendosi allo scoglio, prova a voltarsi, a sollevare i piedi
che sembrano imprigionati nella pozzanghera.
È il vento che lo afferra, gli fa perdere l'equilibrio e lo tira giù.
L'impatto con l'acqua è gelido, gli svuota i polmoni come se
qualcuno si fosse seduto di colpo sul suo petto. Lui spalanca
gli occhi, tende le braccia verso l'alto, ma il mare si richiude
su di lui in un abbraccio di schiuma e vetro. Sente che qualcosa
gli afferra le gambe, lo tira verso il basso. Allora scalcia, colpisce
prima a vuoto l'acqua, poi uno scoglio sommerso. L'impatto
è così forte che una scarpa vola via.
Il terrore lo rende cieco. Apre la bocca per gridare, ma l'acqua
salata gli invade la trachea.
«Mamma!», urla con quanto fiato ha in gola, nell'istante in
cui un'onda lo riporta in aria, come un colpo di reni, per poi
risucchiarlo giù. «Mamma!» chiama, e inghiotte altra acqua
in mezzo ai colpi di tosse.
«Mamma!» invoca disperatamente, mentre tutto attorno a
lui diventa nero.

«E questo è successo. Capisci? Abbiamo presentato una pressa
a vapore all'Esposizione l'estate scorsa, la prima pressa idraulica
costruita in Sicilia, per Dio! E poi ci chiedono una fornitura
di pignate e cucchiara e noi non riusciamo a soddisfarla in un
mese. E perché? Perché manca il carbone, ce ne vuole di più,
ma qui non ce n'è e io devo farlo arrivare dalla Francia. E le
navi che dovrebbero trasportarlo non arrivano, mentre la fonderia
paga penali».
Nello studio di Vincenzo, nel cuore della torre, fascicoli
vengono spostati, carte passano da una mano all'altra. L'uomo
trova una cartella, la apre, afferra un foglio, lo rimette giù.
Giulia osserva quei movimenti convulsi. «Sapevi che gestire
una fonderia qui a Palermo non sarebbe stato facile», mormora.
«Persino Ben Ingham si è tirato indietro dall'affare». Gli
va vicino, gli mette una mano sul braccio.
«Niente è mai facile in questa città, ma ciò non significa che
non si possa fare nulla». Vincenzo si ferma. Il tocco di Giulia
ha il potere di calmarlo. Tira un respiro profondo. «Insieme
con Giachery, ho letto le penali che c'impone il contratto in caso
di mancata consegna. Non voglio pagarle. E qui avevo conservato
dei documenti che...»
Ma Giulia non lo ascolta più.
Aggrotta la fronte, la testa rivolta alla finestra. Le è sembrato
di sentire... Quasi corre ad affacciarsi. «Angela! Giuseppina!
Dov'è vostro fratello?»
Le due ragazzine e la bambinaia sollevano gli occhi. «Era
qui con noi...» risponde Mademoiselle Brigitte, che si alza, lo
cerca con lo sguardo. «Mais oui, girava da queste parti. Non è
con voi?»
Giulia sussulta. Forse si sbaglia... anzi sicuramente è così.
Tuttavia potrebbe giurare di aver sentito suo figlio che la
chiamava.
Si precipita fuori dalla stanza, giù per le scale. «Ignazio!»
chiama.
Nessuno risponde.
Si sarà nascosto?
«Ignazio!» ripete. Si aggira per il cortile, chiama ancora. La
preoccupazione cresce.
Vincenzo, rimasto nella stanza, si stringe nelle spalle. Giulia
è troppo apprensiva. All'età di suo figlio, lui scappava alla Cala,
tra i vicoli del porto, e nessuno stava in pena per lui. Ignazio
starà bighellonando accanto alle barche, tra lo scivolo e il marfaraggio;
oppure sarà sulla spiaggia a tirare sassi. Cosa può succedergli
di male?
Negli anni, ripenserà spesso a quel momento. Ma non sarà
in grado di dire cosa lo avesse spinto ad affacciarsi alle finestre
che davano sugli scogli. L'istinto? Il caso?
Così, tra la schiuma, contro gli scogli sotto il faraglione più
piccolo, vede prima una mano, poi una gamba. Un corpo che si
agita, che sbatte contro gli scogli, avvolto da alghe che sembrano
tirarlo giù.
Un'altra cosa che non ricorderà è se ha gridato oppure no.
Il pensiero, invece, rimarrà impresso nella sua mente per
sempre.
Non può succedere a lui. Non a mio figlio.
Giulia se lo vede correre davanti, attraversando il cortile,
mentre si strappa di dosso la giacca e il plastron. Quando capisce
che sta andando verso gli scogli, si copre la bocca con le
mani e lo insegue. Nel momento in cui arriva sul portone,
Vincenzo scalcia via le scarpe. Poi si slancia verso il mare e si tuffa.
Gli occhi imprigionano le immagini, le scolpiscono nella
mente come se fossero di bronzo. «Ignazio! Ignazio!» urla
lei. Si arrampica sugli scogli, si strappa l'orlo del vestito, scivola,
tende le braccia, chiama ancora il figlio. Scorge Vincenzo risalire,
prendere aria e poi sparire di nuovo nell'acqua scura. C'è
un corpo che si dibatte tra le alghe. O sono le onde a muoverlo?
È ancora vivo, vero?
Dietro di lei, Angela, Giuseppina e Brigitte piangono e si
stringono convulsamente l'una all'altra. La bambinaia singhiozza,
mescola francese e siciliano, strilla che non sa com'è
potuto succedere, ma Giulia non la ascolta. «Vincenzo!» grida.
«Ignazio!»
Ignazio riemerge per primo. Ha gli occhi chiusi, è livido, ma
è scosso da brividi e tossisce... Giulia sussulta, scoppia in lacrime.
Grazie a Dio, tossisce! Quindi è vivo!
Subito dopo è Vincenzo a riemergere. Trema di freddo e ha
graffi sulle braccia e sulle gambe, ma non se ne cura. Depone il
piccolo sulla spiaggia e scaccia Giulia che vorrebbe prenderlo
tra le braccia.
«Lascialo stare! Bisogna metterlo di lato! Deve sputare l'acqua!»
E gli colpisce la schiena con violenza.
Ignazio vibra sotto i colpi, geme, vomita acqua di mare e resti
di cibo. Spalanca gli occhi e per un istante vede solo il volto
terrorizzato della madre. «Mamma...» mormora, con la voce
arrochita dal salmastro e dalle urla. «Mamma...»
Giulia scoppia in un pianto dirotto. «Figlio mio...» Si strappa
di dosso lo scialle e glielo avvolge attorno, mentre lui continua
a tossire ed a tremare. Vincenzo lo solleva tra le braccia, si
dirige verso la torre.
«Voi! Cercate un dottore, muovetevi!» ordina alle figlie. Poi
sposta lo sguardo sulla bambinaia. La voce è un ringhio di collera.
«E tu, femmina inutile, sparisci. Entro stasera non voglio
vederti più. Mio figlio ha rischiato di morire. T'è scappato da
sotto gli occhi e, tu, niente! Per me non c'è niente di più prezioso
di stu' picciriddo. Vattinni!»
Sconvolta, ancora in lacrime, Brigitte arretra e scappa verso
la sua stanza.
Giulia è china su Ignazio e quasi non registra le parole di
Vincenzo.
Le sente Angelina, però. Sul suo viso non più di bambina e
non ancora di donna, si disegna una ruga di pena. «Amuninni»,
dice a Giuseppina, strattonandola. Poi le sibila di non picchiuliare
più perché tanto Ignazio sta bene, ha fatto u' capuzzello
e ora si buscherà la febbre. In quei rimproveri, c'è una rabbia
che neanche lei sa da dove viene. Mentre sente scricchiolare
sotto le scarpe la sabbia indurita dal sale, si chiude dentro il
cuore questo dispiacere, nasconde pensieri che non possono
venire alla luce del sole. Ma sa cosa significano quelle parole,
e ne fa memoria per gli anni a venire.

Quella notte, Giulia resta a dormire nella stanza di Ignazio. Il
medico l'ha rassicurata, ha detto che il bambino sta bene, che
al massimo prenderà un'infreddatura e avrà dolore per i lividi
e i graffi, ma nulla più. Gli ha dato uno sciroppo a base di miele
e liquirizia per la gola e ha raccomandato di mettergli pannicelli
caldi sul petto.
Lei no, non riesce a crederci. Non vuole lasciarlo. Che sia lì,
che sia vivo e che suo marito lo abbia strappato alla morte, tutto
questo ha per Giulia il sapore di un miracolo.
Suo marito Vincenzo l'ha salvato.
Sul viso dell'uomo, in quegli istanti, non ha scorto traccia di
paura o disperazione. Solo una volontà cruda, una determinazione
che ha qualcosa di sovrumano e che lei conosce bene.
Dopo averlo portato nella stanza, però, Vincenzo non si è
più avvicinato a Ignazio. È sparito nel suo ufficio nella torre.
È stata Giulia a restare con il bambino, a fargli bere del brodo
caldo e a cambiargli i vestiti.
A un certo punto, è arrivata la nonna Giuseppina, con gli
occhi rossi e le mani che ancora tremavano per lo spavento.
S'è stretta al petto il piccolo, baciandogli i capelli umidi,
chiamandolo con strane parole calabresi che Giulia non ha capito.
Sa soltanto che Ignazio è l'unico dei nipoti per cui la suocera
mostri un po' di affetto.
Ora, finalmente sereni, madre e figlio si addormentano.
Hanno la testa sullo stesso cuscino, le dita intrecciate. Ignazio
si agita, tossisce. Giulia se lo tiene stretto. Infine entrambi scivolano
in un sonno pesante e benedetto.

È notte fonda quando il bambino si sveglia di soprassalto.
Un rumore, un cigolio della porta: forse qualcuno è entrato
nella stanza. Si aggrappa al braccio della madre, socchiude le
palpebre, scruta nell'ombra.
Suo padre è lì.
Seduto sulla poltrona, ha il viso sfatto dalla tensione, i capelli
in disordine. Tiene le mani giunte davanti al viso e lo
guarda in un modo che riempie Ignazio di stupore. In quello
sguardo, lui legge sollievo, panico, stanchezza. E affetto.
Non gli ha mai riservato un'occhiata simile.
Suo padre ha avuto paura, lo capisce di colpo, e la sola idea
lo sconvolge. Paura per lui, perché - forse - gli vuole bene.
Vorrebbe tendergli la mano, dirgli di avvicinarsi, ma non ci
riesce. Il sonno e la stanchezza sono più forti. Si riaddormenta,
accompagnato da una sensazione dolce, di calore.
Nel buio, non vede, non può vedere, che gli occhi di suo padre
sono pieni di lacrime.

Nei giorni successivi all'incidente - così si ostina a chiamarlo
Giulia - Ignazio resta a letto: la febbre, dovuta più allo spavento
che al freddo, è arrivata. Il bambino trascorre i pomeriggi
nella sua camera, solo. Brigitte è partita in fretta e furia e le sorelle
hanno ripreso a studiare con la madre.
Con le gambe raccolte sotto il corpo, rannicchiato in un nido
di coperte, Ignazio sfoglia un volume che ha preso dagli scaffali
del padre. Non è un libro per bambini, ma lui non se ne
cura. L'importante è non pensare, non ricordare il terrore di
morire da solo, sotto litri d'acqua che gli invadevano i polmoni.
Quella - e lo sa, se lo dice - è la prima volta che ha conosciuto
la paura di morire. È una sensazione che si porterà dentro
per tutta la vita.
Allora si tuffa nel libro che ha davanti, legge sillabando,
guarda le illustrazioni, lascia che parole straniere si arrotolino
nella bocca, le impasta con la lingua.
Navi. Tante.
È così che Vincenzo lo trova, al ritorno dalla fonderia Oretea,
dopo aver trascorso un'intera giornata a ragionare con gli
operai e a garantire che carbone, ferro e stagno sarebbero arrivati
in tempo.
Apre la porta, resta sulla soglia. «Cosa fai?» chiede. «Soccu
stai taliànnu?»
Ignazio alza gli occhi e Vincenzo non può fare a meno di notare
quanto somigli a Giulia. Ma, nel contempo, c'è qualcosa
che gli ricorda lo zio di cui porta il nome, quell'Ignazio che
lo ha cresciuto, che è rimasto sempre un passo indietro a lui.
Una sorta di calma, un'espressione placida e decisa insieme.
Il bambino scivola fuori dalle coperte, accenna un inchino.
Senza una parola, gli tende il libro.
«Situazione coroidrografica doganale statistica della Sicilia di
Francesco Arancio». Vincenzo non riesce a reprimere una risata.
«Ti stai leggendo 'sto libro?» Ma nella domanda c'è sorpresa,
non derisione ed Ignazio lo sente.
«Mi piace guardare le carte geografiche ed i vapori», spiega,
indicando le pagine che il padre sta sfogliando. «Talìa»,
aggiunge, e gli indica una pagina. «C'è la Cala. Qui spiega come
i fiumi escono a mare, dopo le mura».
Vincenzo annuisce ed intanto guarda di sbieco quel figlio
che, timidamente, gli racconta cos'ha visto attraverso quel reticolo
di linee e parole fitte.
Gli è cresciuto davanti senza che se ne rendesse conto. Ed è
ora che cominci a prendersene cura lui, perché Giulia è pur
sempre una femmina e Ignazio non può stare sempre attaccato
alle gonne della madre.
«Dopodomani torniamo a Palermo», dice di colpo, e chiude
il libro. Glielo restituisce. «Qui comincia a far freddo».
Ma non è solo questo il motivo. Se è capace di leggere un
atlante, allora è in grado di studiare seriamente, e deve cominciare
subito, senza più perdere tempo.

Alle otto del mattino del 12 gennaio 1848, la quiete di una giornata
qualunque viene interrotta da quello che sembra un colpo
di cannone.
È un boato, che fa tremare i vetri e cacciare un urlo alle servette
di casa Florio a via dei Materassai.
Angelina, che ha dodici anni, abbraccia la sorella Giuseppina
che si è messa a strillare, mentre Ignazio rimane seduto al
centro del letto con il faccino sbigottito, ancora impastato di
sonno.
Alla seconda raffica, Ignazio salta giù dal letto, corre dalla
madre. «Mamma, mamma! Che succede?»
Giulia s'inginocchia, gli prende il viso tra le mani. «Di certo
sarà qualcosa per il compleanno del re, sai...»
Ma lei stessa non è convinta e Ignazio legge la sua paura, la
confusione. «Davvero?»
In quel momento, arrivano le sorelle. Parlano l'una sopra
l'altra: si sono affacciate alla finestra, dicono, e hanno visto
gente armata che corre per strada.
Un'altra scarica. Grida.
Si stringono addosso alla madre mentre le pareti tremano e
le serve urlano di terrore. Quando il rumore cessa, si odono altri
colpi, più sottili, secchi.
Spari.
No, non sono festeggiamenti. All'improvviso, Giulia ricorda
i manifesti affissi a via Toledo e poi malamente strappati
dai soldati napoletani. I manifesti in cui s'inneggiava alla
rivolta.
Ne aveva parlato con suo fratello Giovanni, venuto a trovarla
pochi giorni prima per portarle notizie della madre, costretta
a letto da un attacco di febbri. Lei gli aveva chiesto cosa ne
pensasse di quei manifesti comparsi durante la notte in tutta la
città. C'era da preoccuparsi?
«Questo è il fuoco che cova sotto la cenere. Ti ricordi le rivolte
del 1837, l'anno del colera? È da allora che la situazione
si è inasprita. Prima ci sono state deportazioni e condanne a
morte per i capi della rivolta. Poi il re Ferdinando ha dato l'ordine
che tutti gli amministratori delle città fossero napoletani,
e i siciliani questo non l'hanno digerito. Tu non puoi rendertene
conto perché fai una vita protetta» - e, nel dir così, aveva
allargato le braccia ad indicare il lusso della casa di via dei Materassai -
«ma là fuori ci sono donne che subiscono le ingiurie
dei soldati napoletani; se i mariti protestano, finiscono in carcere,
alla Vicaria. Per non parlare della doppia tassazione sul
grano. I Borbone non hanno a cuore la propria gente. È normale
che si cerchi di cambiare questa situazione, anche in maniera
violenta. Da ciò che so, a Milano non va in modo tanto diverso:
gli austriaci tengono la città al guinzaglio, e la gente li
odia».
«Ma qui non siamo a Milano. Palermo e la Sicilia non hanno
circoli di pensatori come quelli che ci sono a Milano. Voglio dire,
qui...» Giulia aveva mosso le mani in fretta, quasi per scacciare
quel pensiero che l'angosciava. «I nobili non immaginano
nemmeno di poter mettere in discussione i loro privilegi, o
di cedere una parte delle loro terre. Qui ciascuno cerca di proteggersi
come può, ma la povera gente resta tale perché non c'è
nessuno che cerchi di far aprire gli occhi ai contadini o agli
operai...»
«Questo lo credi tu». Giovanni si era chinato in avanti, un
occhio rivolto alla porta. Sapeva che Vincenzo non amava quel
tipo di discorsi, che li trovava inutili. «Anche a Palermo c'è chi
vuole cambiare le cose. Ci sono intellettuali, sia tra i nobili sia
tra i borghesi, che sperano di poter guidare la gente di questa
terra, che vogliono prendere in mano il proprio destino. Tuttavia
sono pochi, troppo pochi».
«Ma allora...» Giulia aveva spalancato gli occhi, più sorpresa
che impaurita.
Giovanni aveva sospirato. «Credimi, Giulia. Non so cosa
accadrà, ma le voci che si sentono in giro sono tante ed insistenti.
I proclami affissi in città, quelli che invitano il popolo ad armarsi,
sono solo l'ultimo dei segnali. Sì, i soldati della Guardia
Règia li strappano, li pestano nel fango e si fanno grandi risate.
Dicono che, se i palermitani si solleveranno, loro li accoglieranno
a schioppettate, che li impiccheranno agli alberi delle
fregate della marina, se le forche non basteranno. Ma stavolta
è diverso, lo si sente nell'aria. La gente guarda i militari e li sfida,
sputa per terra quando passano. Palermo è stanca di tasse e
soprusi. I Borbone hanno tirato troppo la corda».
Giulia si copre la bocca con le mani, perché adesso capisce
che Giovanni aveva ragione, e che il momento della rivolta è
arrivato. Ed è il 12 gennaio 1848, giorno del genetliaco reale...
«Chiudete le finestre!» grida. Poi guarda i figli e la sua paura
s'impenna. «Vestitevi!» ordina con voce tremante. «Vestitevi
e state pronti a partire».

Vincenzo è al lavoro già dall'alba, nell'ufficio che si affaccia su
piano San Giacomo. Uno stabile che ha comprato da poco, dove
ha posto la sede degli affari commerciali della Casa. Alla
prima scarica, alza la testa dalle carte. Davanti a lui, Giovanni
Caruso, il segretario. «E che è?»
Un altro scoppio.
«Non lo so». Caruso apre le braccia. «Forse i festeggiamenti
per il compleanno del re? Non è oggi?»
«Sì, ma...» Una detonazione, stavolta seguita da una raffica
di spari. «A colpi di fucile?»
Vincenzo va alla finestra. Nella piazza, una folla sta sciamando
in direzione di porta Carbone, verso il porto. Alcuni
uomini sono armati.
«C'erano dei manifesti sul Cassaro, alcuni giorni fa, che
parlavano di un'insurrezione e chiedevano alla gente di partecipare...»
riprende Caruso. «Ma via, non è possibile! Saranno i
soliti quattro pazzi che provano a...»
Una raffica di cannone. Una batteria, stavolta.
«Quattro pazzi, eh?» Vincenzo batte le mani aperte sulla
scrivania. Urla si sovrappongono ai colpi. «Queste sono le batterie
del Castello a Mare. Stanno sparando contro la città dal
mare!»
Caruso si avvicina alla finestra. Sì, quei rumori provengono
dalla Cala. Che stiano abbattendo le mura? «Minchia. Vero è».
Vincenzo afferra la giacca. Non c'è tempo da perdere. Se c'è
una rivolta, ci saranno anche disordini e saccheggi. Meglio
mettere tutto al sicuro. «Fate sprangare tutto e tornate a casa,
voi e gli impiegati. Io andrò all'aromateria. Vi manderò un
messaggio per indicarvi cosa fare».
«Ma, don Florio, dove andate da solo? Aspettate!»
Lui è già fuori. Corre all'aromateria ed entra di slancio. Gli
impiegati e i commessi si sono rintanati sotto i banconi, come
lumache nei gusci. Vincenzo si fa prestare un mantello per non
essere riconosciuto, poi esce, tuffandosi tra i vicoli. Deve raggiungere
la fonderia Oretea, ordinare agli operai di sbarrare i
cancelli e di mettere via gli attrezzi più importanti. Se i rivoltosi
o i soldati la prendessero di mira, andrebbe tutto in malora.
Arrivato a via Bambinai, però, è costretto a bloccarsi. E non
è l'unico.
Una barricata. Su di essa, uomini che sparano contro le truppe
dei Borbone. Lì accanto, ancora in parte leggibile benché
strappato, c'è un proclama.

SICILIANI, IL TEMPO DELLE PREGHIERE INUTILMENTE PASSÒ...
ALL'ARMI, FIGLI DELLA SICILIA:
LA FORZA DI TUTTI È ONNIPOSSENTE.
IL GIORNO 12 GENNAIO 1848 ALL'ALBA SEGNERÀ
L'EPOCA GLORIOSA DELLA NOSTRA UNIVERSALE
RIGENERAZIONE...

«Venite ad aiutarci se avete un'arma e volete difendere la vostra
terra!» urla un rivoltoso, agitando il fucile. «Oppure tornate
indietro, rifugiatevi in casa e...» Il suo richiamo si trasforma
in un urlo di dolore: un colpo lo ha ferito al braccio.
Vincenzo è costretto a tornare indietro a testa bassa e con il
cuore in gola. La fonderia Oretea - la sua fonderia, la sua sfida,
nata come una bottega, ma ormai avviata ad essere una vera e
propria fabbrica per la lavorazione del ferro - è poco distante
dalle mura, vicino a porta San Giorgio. Ora come ora, con la
battaglia in corso, è come se fosse a Malta. Quattro anni prima,
lui vi ha fatto costruire un nuovo impianto; vi sono stipati ferro
e carbone, ed è piena di materiale infiammabile. Non osa neppure
immaginare...
«Stanno assaltando il Palazzo Reale!»
«Hanno bruciato la caserma! Ci sono soldati morti!»
Le voci dei palermitani lo avvolgono, quasi lo schiaffeggiano.
È partito tutto da piazza della Fieravecchia, dicono, e lì ci
sono già i primi morti. «Bruceranno le case dei nobili! La repubblica
vogliono!»
«All'armi, Palermo!»
Segue il flusso della folla, ne ascolta le voci, raccoglie notizie
cui cerca di dare un senso compiuto. S'infila in via Pantelleria
e, correndo, giunge fino a via della Tavola Tonda. Da lì, arrivare
a casa è un fiat, il tempo di una preghiera.
Trova la madre seduta in poltrona, al centro della sala, con
l'immancabile rosario in mano. «Stai bene, figghiema?» esclama
Giuseppina, vedendolo.
«Sì, sì. Dove sono i picciriddi?»
«Cu' idda. Tu sta' attento a iddi, e a Ignazio in particolare, u
sangu meo».
Giulia ha vestito i figli con indumenti pesanti; lei stessa indossa
un abito da viaggio. Quando vede Vincenzo, la maschera
di apprensione si scioglie, lasciando il posto al sollievo. Gli
va incontro. «Santo cielo, che sta succedendo? Ero in pena per
te...»
L'uomo abbraccia Ignazio, il primo ad avvicinarsi. Poi è la
volta delle figlie che gli si stringono addosso, spaventate.
«La città si è sollevata contro i Borbone. Alcuni dicono che
la guarnigione abbia deposto le armi; altri che le truppe con il
generale De Majo si siano asserragliate a Palazzo Reale; altri
ancora che il re sia pronto alla resa. Non si capisce più niente...
Di certo, i soldati non si aspettavano una ribellione così organizzata
e compatta. No, non è roba di quattro ragazzini, stavolta...
Sono arrivati pure ribelli dalle campagne, probabilmente
c'è un'intera compagnia da Bagheria. Ho sentito accenti della
provincia, e tutti o quasi hanno un'arma». Si guarda i palmi.
Lui non ne possiede, né ha mai voluto imparare a usarne.
Ha sempre pensato di avere a disposizione l'arma più importante,
il denaro. Ed è quello che userà, se necessario. «Ci sono
già dei morti. I soldati si stanno ritirando nelle caserme, al palazzo
delle Finanze o al Noviziato. Si lotta strada per strada e i
palermitani hanno preso alcune porte della città».
«Lo immaginavo. Ho capito cosa stava succedendo quando
ho sentito gli spari». Lei si porta le mani alle labbra e mormora:
«Cosa facciamo?»
«Lasciamo la città. Raccogli denaro, argenteria, le cose più
preziose. Andiamo alla villa dei Quattro Pizzi. È fuori dalle
mura cittadine ed è più facile da difendere».
Giulia impartisce ordini, spalanca armadi e chiude bauli. Le
serve corrono per casa. Le figlie obbediscono senza fiatare,
specialmente Angelina, che raccoglie i preziosi scialli di pizzo
e li nasconde nel fondo di una borsa.
Ignazio la insegue - «Posso portare il cavallo di legno? E i
libri?» ripete, incessante - mentre la governante dà ordine di
chiudere le finestre e di sprangarle. In questa frenesia, l'unica
persona immobile è Giuseppina che, ancora seduta in poltrona,
mugugna: «Senza Dio, questo sono...»
Vincenzo scrive rapidamente vari messaggi e li affida ad un
garzone perché li porti ai suoi collaboratori, anzitutto a Carlo
Giachery. Dallo studio, preleva alcuni documenti, oltre a un
sacchetto di monete. Serviranno, già lo sa, per passare oltre
le barricate ed i posti di blocco.
«Le carrozze sono pronte», annuncia una serva.
Un rincorrersi di passi per le scale, di valigie e di ceste che
traballano. Giulia controlla che nulla vada perduto. Da ultimo,
prende i gioielli più preziosi che Vincenzo le ha regalato e li
nasconde in una tasca della sottogonna.
Il marito la aspetta al portone.
Lui sale nella prima vettura con la madre e la governante.
Giulia è in quella dietro, con i figli e i bagagli.
Avanzare è un supplizio: le strade sono ingolfate di carri,
carretti e vetture, che li costringono a rallentare e spesso a bloccarsi.
Per terra, cadaveri. Ogni fermata è una stretta allo stomaco,
per Giulia; non può far altro se non abbracciare le figlie che
si stringono a lei.
Ignazio invece sbircia attraverso le tendine, con uno sguardo
diventato improvvisamente quello di un adulto, benché lui
abbia solo nove anni. Nei suoi occhi, c'è più curiosità che timore.
Ma, soprattutto, si legge l'intenso desiderio di capire quello
che sta succedendo a lui, alla sua famiglia, alla sua città.
Abbassa le tendine e fissa la madre: è angosciata, certo, ma non
mormora preghiere e non si lascia andare al pianto. Anzi rimbrotta
le sorelle se si mettono a frignare. E anche suo padre,
quando è salito in carrozza con la nonna, era calmo e sul suo
volto non c'era la minima traccia di emozione.
Se i suoi genitori sono abbastanza forti da non dimostrare la
loro paura - si dice - allora sarà forte anche lui.
Vincenzo è in silenzio. Accanto a lui, la madre è immersa nel
suo lamentoso latinorum.
D'un tratto, la carrozza si arresta. Un coro di voci concitate
sembra aggredirla.
Vincenzo tende l'orecchio.
«Di ccà 'un passa nuddu, capisti?»
«Ma che novità è, questa? Ammuni, senti, levati e fammi iri, a
mia e a chiddi ca' darré».
Il cocchiere litiga, chiede di nuovo che le due carrozze possano
passare. Subito dopo, il rumore di una colluttazione.
Vincenzo spalanca lo sportello. E si ritrova una pistola in
faccia.
«Don Florio. Assabbinirìca». Un viso, giovane, velato da una
barba appena accennata. Abiti che parlano di una famiglia dignitosa.
Non è un pezzente, o almeno non sembra.
Vincenzo è rimasto immobile. Ha paura. «Assabbinirìca a
voi», riesce infine a dire. «Perché non ci lasciate andare?»
«Perché non si può. I nobili e i ricchi come voi sono necessari
a questa città».
Con lentezza, Vincenzo scende dalla vettura e si trova circondato
da un manipolo di uomini di tutte le età, che hanno
bloccato la strada verso monte Pellegrino. Sul selciato polveroso,
giacciono fagotti e bagagli; qualcuno ha abbandonato le
proprie cose pur di mettersi in salvo. «Perché non possiamo
passare? Chi lo ha ordinato?»
«Da Palermo non entra e non esce nessuno finché la città
non sarà completamente in mano nostra».
«Ah. E voi, di grazia, chi sareste?»
«Siciliani liberi che combattono per l'indipendenza della
nostra terra».
Dalla carrozza arrivano voci spaventate. Una mano si tende
fuori dall'abitacolo, una vocetta acuta protesta: «Mamma, no!»
Infine compare Giulia, che scende con compostezza e si affianca
a Vincenzo.
«Cosa volete?» Lo dice con forza, con un atteggiamento così
battagliero che il ribelle prova l'impulso di abbassare la
pistola.
«Tu torna in carrozza», le ordina Vincenzo.
Lei non gli bada. «A Palermo si combatte in strada. Vogliamo
portare i nostri figli al sicuro. Lasciateci passare, per favore».
«E i picciriddi della povera gente? Anche loro hanno diritto a
essere protetti. Siamo tutti figli di questa città, e dobbiamo stare
uniti. Suvvia, madama, túrnate a' vostra casa».
Giulia, indignata, sta per rispondere a tono. Vincenzo le
mette una mano sul braccio. «Non servirebbe, immagino,
una donazione alla vostra causa».
Il giovane ride di sdegno e rabbia. «Caciettu. Voialtri ricchi
pensate di potervene andare dove volete e di comandare a chi
volete, solo perché avete i picciuli». La canna della pistola si avvicina
al petto di Vincenzo. «Itivinni, vi dissi».
Uno scalpiccio di cavalli.
Tutti si voltano. Altri uomini armati stanno sopraggiungendo.
I volti sono stanchi, impolverati. Si fermano e uno dei cavalieri
si stacca dal gruppo. «Michele! Che succede qui?» chiede.
«È così che si tratta la gente, come banditi?»
«Don La Masa...» Il giovane che tiene sotto tiro Vincenzo
infila la pistola nella cintura. «Voleva scapparsene dalla città,
iddu».
«E tu minacci il padrone di Casa Florio?» Ha ampi favoriti,
occhi stretti sotto una fronte segnata da una forte stempiatura.
Tende la mano a Vincenzo. «Don Florio. Signora... Sono Giuseppe
La Masa, e sono un patriota. È un piacere conoscervi».
Vincenzo esita. Ha sentito parlare di La Masa, ne ha visto il
ritratto su diversi giornali che lo additano come ribelle e agitatore
di folle; sa che è uno dei più famosi - e ricercati - avversari
del regno borbonico.
È Giulia a rispondere per prima al saluto. «Signor La Masa...»
dice, e china il capo. «Ho sentito parlare di voi. Ho anche
avuto modo di leggere il vostro libro, qualche tempo fa. A dire
il vero, è più un proclama che un libro, ma è stato molto utile».
Vincenzo si volta a guardarla con gli occhi sgranati. Più che
stupito, è arrabbiato. Ha davvero letto quel libro, lei? Il libello
di un sovversivo? E come ha fatto quel libro ad arrivare a casa
sua? Dev'essere opera di Giovanni Portalupi, quell'incosciente.
Giulia risponde con un'occhiata feroce. Discuteranno dopo.
Imita la moglie, tende la mano. «Se siete un patriota, allora
potrete spiegarmi come mai ci viene impedito di raggiungere
la nostra casa all'Arenella».
«Ci ha offerto del denaro!» esclama Michele, con aria disgustata.
«Ha cercato di corromperci! Cosa può venire di buono
da uno che cerca di scappare?»
La Masa socchiude gli occhi, che divengono quasi due fessure.
E no, non è l'indignazione a risvegliare il suo interesse.
«Davvero?»
«Intendevo solo fare una donazione alla causa, signore».
«Ah». L'uomo guarda verso Palermo. Oltre la strada, la linea
della costa è segnata da scoppi di cannone e nuvole di fumo.
«Stanno facendo a pezzi la cinta muraria. Non servirà a
nulla». Torna a rivolgersi a Vincenzo. «Perché la città è con
noi. La gente non ne può più delle angherie di questi napoletani
che vengono qui a comandare, a prendersi le nostre ricchezze
e fare i padroni. E, se non v'interessa sapere come ci
schiacciano e quanta libertà ci tolgono, credo comunque che
sappiate come e quanto ci tartassano, dato che siete un commerciante».
Si rivolge a Giulia, la guarda con intensità. «Voi,
signora, lo sapete quante ragazze sono state disonorate dai soldati
di Ferdinando? Tante, non più grandi delle vostre figlie,
sottoposte alle voglie turpi di uomini senza pietà. Ci mandano
la soldataglia, il re ci tratta come una terra da colonizzare, non
come sudditi da governare». Parla con passione, con coraggio.
Indica di nuovo la città. «Abbiamo diritto a una vita migliore,
noi siciliani. Perché non è solo Palermo che sta insorgendo, ma
l'isola intera».
Quello che Vincenzo gli legge in viso lo mette in allarme.
Un'occhiata gli dice che no, nessuno ha abbassato le armi e
che gli uomini a cavallo hanno circondato anche la carrozza
dei suoi figli.
La Masa lo incalza, quasi gli parla addosso: «Voi, don Florio,
siete una mente illuminata, un imprenditore come pochi
altri in quest'isola. Volete collaborare con la nostra causa? Ci
aiuterete a costruire il nostro nuovo mondo? Con le vostre risorse,
la vostra intelligenza, potremo creare una nuova Sicilia.
Allora? Siete con noi?»

Il tramonto, a maggio, sa già d'estate. Eppure non indugia per
lasciarsi guardare, così come accade d'estate: il sole è un fuggiasco
che scappa dalla montagna per tuffarsi in mare. Subito
dopo, il mondo precipita nella notte.
In quella scheggia di tempo, Palermo si copre di una morbida
luce che rende ancor più evidente lo scempio della ribellione:
le mura cittadine, affacciate sul mare, sono state cannoneggiate
e distrutte ed i vicoli sono ingombri dei resti delle barricate
costruite per impedire ai soldati borbonici di avanzare. Le caserme,
come quella del Noviziato, sono state devastate. Porta
Felice è stata schermata da un enorme telo per bloccare la vista
del mare dal Cassaro e impedire così lo scambio di segnali tra
il Palazzo Reale e le navi borboniche al largo.
Ne sono successe di cose, in quei primi quattro mesi del 1848.
Solo, nello studio, con il braciere acceso e la finestra socchiusa,
Vincenzo può tirare il fiato dopo una giornata terribile.
Un rumore.
La porta si schiude. Giulia è davanti a lui, in vestaglia e pantofole.
«Vincenzo! È quasi mezzanotte».
Lui si massaggia le tempie. «Che c'è?»
Lei entra e si chiude la porta alle spalle. «Non hai mangiato.
Dormi pochissimo. Cosa sta succedendo?»
L'uomo scuote la testa. Alla soglia dei cinquant'anni, si sente
addosso il peso della responsabilità, lo avverte farsi così pesante
da piegargli le ginocchia. «Va' a letto, Giulia. Lascia stare,
non sono cose di femmine».
Ma lei non muove un passo. Lo fissa, con la bocca stretta in
una smorfia di riprovazione. «Lo pensavi anche quando ti ho
detto di aver letto il libro di La Masa. Essere femmine non significa
essere stupide, e quel libro mi ha aiutato a capire molte
cose, soprattutto perché lui e molti altri, come Rosolino Pilo o
Ruggero Settimo, cerchino di realizzare uno Stato indipendente
in Sicilia. Certo, che ci riescano è tutta un'altra storia... Puoi
non essere d'accordo con le loro idee, Vice', ma non puoi negare
che hanno la passione per portarle avanti. Quanto a me, non
sono tua madre, né una delle tue figlie. Parlami. Cosa ti preoccupa?
Ha che fare con il governo nuovo, vero?»
«Già». Vincenzo si mette a camminare per la stanza. «Oggi
ho fatto qualcosa di cui potrei pentirmi. Ho acquistato per conto
del comitato rivoluzionario una grossa partita di fucili in Inghilterra.
Che poi, proclamano il Regno di Sicilia, ma non hanno
trovato un re che voglia la corona: né il figlio di Carlo Alberto,
il duca di Genova, né altri, anche perché gli inglesi sono
contrari al fatto che la Sicilia si stacchi dai Borbone. A marzo,
hanno fatto un mezzo teatrino con le elezioni per il Parlamento,
raccogliendo i soliti quattro nobili e genti ca' sacchetta. Hanno
voluto applicare di nuovo la Costituzione del 1812... ma
non abbiamo un punto di riferimento. Non un sovrano, un capo,
nessuno. Capisci? Non esiste un re di Sicilia perché nessuno
vuole mettere piede in quest'isola. Cose da pazzi!» Si lascia
cadere sulla poltrona. «Non ci bastava la requisizione delle navi
o il prestito che mi hanno praticamente imposto».
«È una rivoluzione, Vice'. Tutto è confuso e bisogna essere
prudenti». Lei gli va vicino, gli accarezza il viso e subito Vincenzo
le prende la mano, le bacia il palmo, lui che raramente
si lascia andare a gesti di affetto. «Tutti devono fare dei
sacrifici».
«Lo so. Ma non sopporto che debbano fare la guerra con i
miei soldi: ci sono stato una vita intera a mettere su... questo».
Indica le pratiche sparse sul tavolo. «Da quand'è scoppiata la
rivolta, i commerci si sono dimezzati. Il banco di prestiti, la fonderia,
le navi... Il piroscafo della Società dei battelli a vapore, il
Palermo, lavorava a pieno regime; poi sono arrivati Ruggero
Settimo e il governo rivoluzionario a prenderselo per trasportare
le truppe. Sì, hai detto bene, quando parlavi di passione.
Settimo, per esempio, da presidente del governo siciliano, crede
fermamente in ciò che fa, ma è disposto a ragionare. Capisce
che la Sicilia non è pronta per un governo repubblicano,
che i nobili non lo accetterebbero mai, e allora cerca di mediare,
di trovare una soluzione... Ma dall'altra parte c'è quello
sputasentenze di Pasquale Calvi, la testa più dura dei repubblicani.
Non so più quanti danni mi hanno fatto con i loro proclami
e con la pretesa che noi borghesi dobbiamo sostenere la
rivoluzione. E ora...»
«Almeno ti hanno pagato?»
Un'alzata di occhi al cielo. «Oh, sì. Con gli argenti delle
chiese».
Suo malgrado, Giulia non riesce a trattenere una risata.
«Vuoi dire calici, pissidi e turiboli?»
«Già. E c'è poco da ridere: a meno che non li faccia fondere,
cosa che non posso fare, non ho come trasformarli in moneta».
«Se tua madre sapesse che vuoi fondere quelle cose, ti
scomunicherebbe».
Vincenzo, però, non sorride. Prende uno dei nastri della vestaglia
della moglie, lo attorciglia tra le dita. «Anche se, a Palermo,
il governo rivoluzionario sembra solido, troppi sono
quelli che tengono per il re ed i napoletani. Siamo sul ciglio di
un burrone, Giulia. Basta tanto così per cadere».
«Ma la gente è contenta. Il nuovo governo sta facendo del
suo meglio...»
Lui sbuffa. «Alla gente non importa chi la governa se il piatto
in tavola è vuoto. Vuoi sapere la verità? Sono i nobili ad avere
interesse che i napoletani non mettano più piede in Sicilia.
In questo modo, i loro privilegi rimangono intatti e loro possono
occupare i posti più importanti. Nel governo ci sono molti
membri di famiglie ricche, lo sai? Gente che ha studiato e viaggiato,
per carità, e che ha grandi ideali. Ma con gli ideali i poveri
cristi non ci mangiano. È a loro che il governo deve pensare,
sennò... E, siccome non ha i picciuli, allora si rivolge a me,
o a Chiaramonte Bordonaro, e pensa di coinvolgermi arruolandomi
nella Guardia Civile».
«Non risolverai questi problemi rimanendo sveglio tutta la
notte o saltando la cena». Giulia chiude i fascicoli sulla scrivania.
«I calici da messa possono aspettare. I prestiti ci saranno
anche domani». Si china sul marito, gli bacia la fronte. «Vieni
a dormire», gli sussurra.
Lui guarda le carte, poi sposta l'attenzione verso il seno della
moglie, bianco sotto la mussola. Tanti anni sono passati da
quando si sono conosciuti, ma lui non smette di volerla.
Scioglie i nastri della vestaglia. «Vengo».
Le loro voci si pèrdono, sommesse, nel silenzio della villa.

La torre dei Quattro Pizzi è davanti a lui, immersa in un'alba
color miele. La villa ha le finestre sprangate, il portone chiuso.
La borgata dell'Arenella sembra morta: nessuno per strada o
sulle barche.
Ignazio chiude il cannocchiale che un marinaio gli ha prestato
e inghiotte a vuoto. Avverte una paura nuova, diversa
da quella provata quando ha rischiato di morire. È dovuto crescere
in fretta, lui. Gli avvenimenti dell'ultimo anno hanno costretto
la sua famiglia a scappare prima dalla casa di via dei
Materassai e poi anche dalla villa dei Quattro Pizzi. A dieci anni,
ha capito come il destino possa toglierti tutto ciò che hai dato
per scontato fino a quel momento: certezze, agi, benessere.
Era stato un anno molto complicato, il 1848, quello l'aveva
capito. I Borbone erano stati scacciati, c'era un governo nuovo
in cui erano stati coinvolti anche suo padre ed alcuni dei loro conoscenti.
In tutto quel tempo, suo padre era stato persino più
nervoso e irascibile del solito. Ma il 1849 non sembrava un anno
molto più tranquillo. Ignazio aveva sentito dire che Taormina,
Catania, Siracusa e Noto si erano arrese all'inizio di aprile e
che adesso era toccato a Palermo. Quelle notizie lo avevano
confuso, ma nessuno si curava di spiegare certe cose a un
bambino.
La famiglia intera si era trasferita sull'Indépendant, il piroscafo
che Vincenzo aveva comprato qualche mese prima per
la sua nuova compagnia di navigazione, la Ignazio e Vincenzo
Florio, che affiancava la Società dei battelli a vapore: una nuova
impresa, di cui lui solo si sobbarcava gli oneri e incassava i
ricavi. Si erano rifugiati lì perché quello era un luogo sicuro.
Aveva sentito il padre spiegarlo alla madre per l'ennesima volta,
la notte precedente. Le cabine erano addossate le une alle
altre, le pareti sottili. «Te l'ho già detto di stare tranquilla,
che l'Indépendant è registrato come francese: non ho fatto cambiare
bandiera quando l'ho preso, ed è stato un bene.... Nessuno,
né i rivoltosi, né i napoletani, lo attaccherà, per paura di
scatenare le ire della Francia».
Nel silenzio della notte, Ignazio aveva sentito il fruscio della
stoffa dell'abito della madre. Dovevano essersi abbracciati perché,
di colpo, si era fatto silenzio. Un silenzio angoscioso, in cui
aveva sentito i battiti del proprio cuore mescolarsi con lo sciabordio
delle onde contro la murata.
Poi, un sussurro: «Stai attento, domani. Qualunque cosa accada,
pensa a salvarti la vita».
Quella specie di preghiera lo aveva turbato profondamente,
rivelando d'un colpo il timore che la madre era sempre riuscita
a nascondere così bene dietro i suoi occhi rassicuranti.
Quel domani si era fatto oggi. Adesso, una lancia sta portando
a terra il padre e, a mano a mano che lui si allontana,
Ignazio sente la paura crescere tra lo stomaco e il cuore.
I marinai dell'Indépendant si muovono in un silenzio rispettoso.
Sbirciano verso di lui, verso quel ragazzino serio i cui abiti
valgono quanto la loro paga di un anno. Lo guardano e si dicono
che non somiglia affatto al padre. Non ha il suo carattere
duro, né la sua irruenza.
Ignazio sente addosso la curiosità, l'invidia, lo stupore, ma
non reagisce. Si volta a guardare la madre, a prua. Sembra una
statua di gesso avvolta in un mantello. Ed è in quel momento
che lui nota le occhiaie scure, le rughe intorno alle labbra, la
fronte segnata. Non aveva mai visto nulla di tutto questo, prima.
Com'è possibile che sia tanto invecchiata? Quand'è successo?
Cosa fa la vita agli esseri umani, come riesce a incidere il
proprio passaggio sulla loro pelle?
Troppe domande per un bambino. Domande cui c'è un'unica
risposta, che lui però non arriva a darsi: il volto di sua madre,
in quel momento e ormai da qualche tempo, è il volto della
paura.
Con le sorti della rivoluzione ormai compromesse, una delegazione
di notabili palermitani aveva incontrato a Caltanissetta
il comandante delle truppe borboniche, Carlo Filangeri,
principe di Satriano, e gli aveva consegnato la resa della città.
Solo che.
Solo che il popolo non si era voluto arrendere. Era insorto,
innalzando barricate contro la guardia cittadina. «Nessuna
concessione ai Borbone, mai», aveva gridato. Nemmeno la fame
poteva vincere l'odio per i napoletani.
Solo che il popolo era stato abbandonato a se stesso. I capi
del governo erano fuggiti - anche Ruggero Settimo, anche Giùseppe
La Masa - e i nobili si erano chiusi nelle ville di campagna
e nei bagli, come se fossero indifferenti al destino della loro
città. Una città ormai allo sbando, affamata, esausta, distrutta
e in fiamme.
Ignazio queste cose non le sa, ma sua madre sì. E non ha mai
avuto tanta paura per il suo Vincenzo, che adesso è andato a
Palermo con la speranza che il re conceda - come promesso
da Filangeri - l'amnistia generale.
Va accanto a lei, le prende la mano. «Non vi preoccupate.
Papà torna presto».
Lo dice con il coraggio puro di un bambino.
Giulia rimane con gli occhi fissi sull'imbarcazione, stringe le
palpebre, osserva il piccolo scafo dirigersi verso il porticciolo
dell'Arenella, lì dove sorge la loro casa. «Lo spero, Ignazio»,
dice in un soffio. Gli stringe la mano e il bambino avverte
una forza di volontà che sa di speranza. «Anzi. Sarà così».
Lui l'abbraccia. «Sì, mamma».
«Il mio principe bambino», sorride Giulia, e lo stringe a sua
volta.
Ama quel figlio così riservato. Vincenzo è brusco, rude;
Ignazio è sereno, pacato. Ha preso molto da lei. La pazienza.
Gli occhi placidi. La generosità. Dal padre, invece, ha assorbito
la determinazione, e quell'intelligenza indomita che lo porta
prima a capire e poi a volere e infine a ottenere ciò che vuole.
Senza fretta, senza capricci. Non ne ha bisogno.
In quel momento, sbuca da sottocoperta il visetto di Giuseppina.
Ha i capelli tirati indietro in un tuppo stretto che mette in
evidenza il pallore del viso spigoloso; indossa anche lei un
mantello per proteggersi dall'umidità. Angelina è rimasta a
dormire in cabina, rannicchiata contro la parete.
«Ù papà partì?» chiede.
Giulia risponde di sì, le fa cenno di avvicinarsi. Chiude entrambi
i figli in un abbraccio. «Dobbiamo pregare perché il re
conceda la grazia a tuo padre ed a tutti gli altri».
Giuseppina guarda la madre da sotto in su. «Papà 'un fici
nenti chi l'autri 'un ficiru puru», protesta. Ha un cipiglio fiero,
sottolineato da un naso importante, simile a quello della madre.
Giulia le bacia la fronte. «Tesoro mio, lo so. Ma tuo padre,
come il barone Chiaramonte Bordonaro, il barone Riso e il barone
Turrisi, è ricco ed è stato...» Esita, cerca la parola adatta
per spiegare ciò che sta accadendo. «... costretto a finanziare il
governo rivoluzionario. Però il re ha bisogno di soldi. Non mi
stupirei se, per punirli della loro collaborazione, chiedesse loro
un indennizzo o, peggio, se espropriasse una parte dei loro beni
così da rifarsi delle perdite».
Mentre la sorella bofonchia una protesta, Ignazio riflette.
Ha sempre sentito i suoi genitori parlare di affari. Nella sua
mente comprende che lo Stato che tutti odiano, ma cui tutti
si sottomettono, non è loro amico. «'Un ci po' dire di no, vieru?»
chiede.
«Tuo padre si farebbe ammazzare piuttosto che farsi toccare
il nome. Non permetterebbe a nessuno di dire che i Florio
sono senza onore. Farà quello che deve».
Ma non lo farà senza lottare, pensa Giulia, con gli occhi fissi
su Palermo, che emerge da un mare di bruma. L'onore per
lui è il denaro, sono le fabbriche che possiede, le spezie, il vino
e i battelli. E non permetterà a nessuno di portargli via la sua
ricchezza.
Quando Ignazio scende sottocoperta, trova Angelina sveglia,
intenta a legarsi i capelli. Si siede sulle coperte della cuccetta.
«Papà è andato via».
Lei non risponde. Continua a fissare con le forcine la treccia
sulla sommità della testa. Il bambino si alza, le va accanto,
osserva gli oggetti sulla toletta da viaggio. Prende la spazzola di
ceramica dipinta, la fa dondolare tenendola dal manico di
ottone.
La sorella gliela strappa di mano. «Mia è!» sibila, carica di
rancore. «Tutto tu ti devi prendere sempre?»
Ignazio è sconcertato. «Picchí?» Arretra di un passo, le
braccia lungo il corpo.
«Pure perché chiedi?» Angelina sbatte la spazzola con violenza.
Il dorso di ceramica si crepa.
Lui scuote la testa, indietreggia ancora.
«Se non c'eri tu, capace che ci facevano tornare a terra, a casa
nostra. E invece, siccome to patri avi a taliàre a' ttia, avemu a stari
ccà». Sul volto di Angelina sono comparse chiazze rosse, segno
che dentro di lei sta montando la rabbia. «Non lo hai capito
ancora? Nuatri semu ccà non perché iddo si scanta pi' mia o pi' nostra
matri. Pi' ttia». Gli punta il dito sul petto.
Più che le parole, sono le mani strette di Angelina ad impressionarlo.
Le guarda e sente in quei pugni serrati un rancore che
non pensa di meritare, perché lui non ha chiesto nulla, e vorrebbe
tornare a Palermo come tutti loro.
Si porta le manine al petto, fa cenno di no. «Io pure voglio
tornare a casa». E, mentre lo dice, sente le lacrime pungergli le
palpebre. «Non è colpa mia. Ci sono i soldati, io non...»
«Ma statti zitto!» Angelina scatta in piedi, lo afferra, lo
scrolla. «Non capisci che tuo padre sarebbe disposto a farsi
ammazzare pur di proteggere te? Non gli interessa niente di
noi, sei tu, tu che conti. Tu, perché tu porterai il nome e lavorerai
con lui. Tu, picchí tu si masculo». Lo lascia andare, quasi lo
spinge contro la parete.
Ignazio si appoggia allo stipite per non cadere.
«Iò, Giuseppina... semu fimmine. Tu si' masculo». Ora è lei a
piangere. Lacrime piccole, rabbiose, che asciuga con il dorso
della mano. «Fino a quannu 'un nascisti tu, iddo 'un si maritò a nostra
matri. Accussì è. Idda si lu tinni, puru si 'un si vulia maritare.
Sulu dopo chi nascisti tu, iddu si la pigghiò comu mugghieri». Si avvicina
alla porta. «Vi' iddo 'un cuntamo nenti. Putissimo puru muoriri».
Ed esce.
Ignazio ora è solo. Si lascia cadere per terra, si siede con le
gambe raccolte contro il petto. Adesso molte cose gli sono più
chiare. Certe battute fatte dalla servitù. L'amarezza di sua madre,
e la sua tenacia. Gli sguardi duri di Angelina e quelli malinconici
di Giuseppina. La durezza di suo padre e l'atteggiamento
protettivo, persino geloso, della nonna Giuseppina.
Con queste sensazioni arriva una consapevolezza che dura
solo un istante.
È ancora troppo piccolo per comprendere cosa significhi veramente.
È una corrente fredda che lo fa vibrare, che gli causa
una stretta allo stomaco, ma che sparisce subito dopo, risucchiata
nel fondo limaccioso della coscienza.
La sua vita non gli appartiene.

Vincenzo Florio aspetta nello studio di via dei Materassai.
Nessuno sa che è rientrato solo poche ore prima.
È sbarcato in un punto non lontano dalla città. Giovanni Caruso,
il suo segretario, lo attendeva con una carrozza e una piccola
scorta. Erano entrati passando dalle campagne e corrompendo
le guardie.
Nelle strade e nei vicoli, le ferite aperte della devastazione:
palazzi danneggiati, portoni divelti, pezzi di mobilio usati come
legna da ardere, armi abbandonate, sangue. I palermitani
si erano sentiti traditi, convinti che nobili e commercianti avessero
venduto l'indipendenza dell'isola al re per aver salve le
loro ricchezze.
Il fatto era che avevano ragione.
Vincenzo rabbrividisce. Davanti a lui, Giovanni Caruso sonnecchia
su un divanetto. Gli è rimasto accanto, dimostrandogli
una dedizione che va oltre i doveri del lavoro.
Ha cinquant'anni, Vincenzo, e se li sente tutti. Aveva cercato
di non farsi coinvolgere troppo ma, per forza di cose, aveva
dovuto assumere un incarico nella Guardia Nazionale nel momento
in cui i capi della rivoluzione erano scappati e la città si
era ritrovata allo sbando. Non voleva, tuttavia gli era stato impossibile
fare altrimenti e aveva preso le distanze dall'operato
del governo rivoluzionario non appena aveva potuto. Non
aveva fatto nessun passo falso nella gestione della sua Casa.
Almeno finora.
Si muove per la stanza senza far rumore.
Sale al piano superiore, dove ancora vive la madre. Giuseppina
non è voluta partire. La scorge seduta nel salone, con la
corona del rosario in mano, assopita su una poltrona. Capelli
bianchi sfuggono alla cuffia. Le sue mani sono scarne, macchiate
dagli anni. Le ricorda forti, arrossate dalla liscivia o dall'acqua
gelida, coperte di farina. O sporche di sangue.
È una memoria vaga, quella, che si trasforma in una sensazione
di vuoto. Avrebbe potuto avere un fratello o una sorella...
Fa un passo indietro. Sul volto di Giuseppina, le rughe raccontano
una storia fatta di amarezza. Più di suo padre, sa che
le manca Ignazio. Prova pena e tenerezza per lei, per i suoi settant'anni
pieni di dolore.
Attraversa la teoria di stanze, oltrepassa il salone. Arriva alla
sua camera, si stende sul letto, cerca l'odore di Giulia. Non lo
trova. Le lenzuola sono state cambiate, profumano di sapone.
Chiude gli occhi mentre la sensazione di vuoto trascolora in
stanchezza, e poi ancora in preoccupazione.
E ora cosa accadrà? si chiede. Quanto sarà grande la generosità
del re, quanto sarà esteso il suo perdono?
Si gira nel letto a occhi chiusi. Un senso di frustrazione gli
avvelena la bocca.
Il principe di Satriano, pensa. Sì, lui mi toglierà dagli impicci. Me
lo deve.
Sei anni prima, Vincenzo aveva evitato a Carlo Filangeri,
principe di Satriano, la vergogna del fallimento grazie a un
prestito. Lo aveva fatto benché quell'uomo lo avesse definito
«un facchino». Anzi: gli aveva prestato denaro proprio per
quello, perché potesse ricordare che una persona da lui ritenuta
inferiore lo aveva salvato dalla rovina.
E poi, si era detto allora Vincenzo, avere conoscenze a corte è
sempre utile.
Tramite un intermediario, il principe gli aveva fatto sapere
che non avrebbe subìto conseguenze per la sua «vicinanza» ai
ribelli né per quell'incresciosa faccenda dei fucili comprati per
conto del governo rivoluzionario. Certo, doveva restituire gli
argenti sottratti alle chiese, ma la cosa probabilmente sarebbe
finita lì.
Eppure.
Da quella faccenda della rivoluzione, Vincenzo si era riproposto
una cosa: rammentare sempre che ai politici non bisognava
dar fiducia. Usarli, manipolarli, comprarli, se necessario,
perché ogni uomo ha un prezzo. Però mai, mai fidarsi ciecamente
di loro.
La tensione si allenta. La luce del sole lo avvisa che il giorno
è arrivato. Si alza, si cambia d'abito. Chiede a uno dei camerieri
di chiamare Caruso, perché possa rinfrescarsi e far colazione.
Quando il segretario lo raggiunge, Vincenzo gli indica il tavolo.
«Lì ci sono caffè e biscotti. Servitevi pure».
L'uomo mangia lentamente e spia il viso del padrone. Infine
dice: «Dovrebbe essere arrivato anche il messo reale. Era atteso
già nella serata di ieri».
«Penso di sì». Una pausa, stretta tra le parole e la tensione.
«E allora andiamo al Palazzo di Città».
Per non farsi riconoscere, i due uomini si avvolgono in vecchi
mantelli. Il silenzio dei vicoli, ora, è sostituito da un brusio che
cresce con l'avvicinarsi al Palazzo di Città. Intuiscono che qualcosa
è accaduto quando si rendono conto che le strade si stanno
riempiendo di gente. Oltre i Quattro Canti, là dove sorge la
forca, c'è una marea umana che grida. Allora cambiano strada,
s'infilano nel vicolo che costeggia la chiesa e il monastero di
Santa Caterina. Alla fine, però, sono costretti a farsi largo tra
la folla che puzza di sudore e di rabbia. «Entriamo, presto»,
sibila Vincenzo al segretario. «Che qui finisce male».
Dalle finestre spalancate del grande atrio, irrompono luce e
voci. In un camino, bruciano documenti, gettati nelle fiamme
da un commesso. In un angolo, accasciato su una sedia, il barone
Turrisi ansima tra le mani giunte.
Il barone Pietro Riso va incontro a Vincenzo, seguito da Gabriele
Chiaramonte Bordonaro, visibilmente sollevato. «Perdono
reale per tutti noi. Per gli altri, l'esilio. La gente è furiosa,
ma non capisce che poteva finire molto peggio. Nessuna condanna
a morte... però non dubito che il re troverà il modo di
punirci in qualche altro modo».
Caruso mormora un: «Dio sia lodato».
Vincenzo si limita ad assentire, poi chiede: «Chi ha il decreto
di esilio?»
Riso allarga le braccia. «Quelli che si sono esposti di più:
Ruggero Settimo, Rosolino Pilo, Giuseppe La Masa, il principe
di Butera... una quarantina di persone. È finita bene».
È in quel momento che un uomo irrompe nella stanza. Ha il
viso stravolto, la fronte stempiata accesa di rosso. «Voi!»
Punta un dito contro i due aristocratici e Florio. «Voi avete venduto
la nostra isola per un piatto di lenticchie».
«Don Pasquale, è finita. Dobbiamo salvare ciò che possiamo.
Capisco che i vostri ideali siano stati delusi, ma non potevamo
fare altrimenti...» Il barone Turrisi prova a placarlo.
«Per voi, io sono il signor Pasquale Calvi. La mia fede politica
ricusa i titoli nobiliari. E con voi, certo, non abbiamo speranza
che qualcosa possa cambiare». Li fissa, e nei suoi occhi
c'è un rancore incendiario. «Io e i miei compagni sognavamo
una Sicilia libera, una terra indipendente e confederata con gli
altri Stati italiani. Nessuno di voi ha creduto veramente a quest'ideale,
nessuno! Ci siamo battuti per niente. E ora, a causa
della vostra ignavia, pagheremo per tutti. Il mio nome è sulla
lista degli esiliati. Io, costretto a lasciare la mia patria! Con la
vostra paura, sì, avete condannato me ed altri figli di questa terra
ad un destino di esuli. Se aveste avuto coraggio, se aveste accettato
di armarvi e combattere, a quest'ora i napoletani non
sarebbero alle porte della città».
Vincenzo non lo lascia continuare. «Calvi, siete fuori tempo
per i proclami e la retorica. Ringraziate il cielo che non c'è una
croce sul vostro nome, o a quest'ora sareste già alla fortezza
dell'Ucciardone, e sarei stato io in persona a portarvi.
Sappiatelo».
Mors tua vita mea.
Pasquale Calvi fa un passo verso di lui. La disperazione che
prova è corrosiva come acido. «Proprio voi parlate! Quando io
e Ruggero Settimo vi abbiamo implorato di difendere la città,
vi siete tirato indietro, proprio come tutti gli altri, a cominciare
da quel cani di bancata che avete accanto, Chiaramonte Bordonaro.
E vi siete arresi a Filangeri. Vigliacchi!»
«Ci avete chiesto di farci ammazzare! Noi abbiamo una vita,
Calvi, e vogliamo continuare a viverla. Non capite che arrenderci
ha evitato un bagno di sangue?»
Ma l'altro non vuole capire. Gli occhi gli si riempiono di lacrime.
«Voi, Florio, non solo siete un pirocchio arrinisciuto:
avete un'anima nera. Siete un cani di mannara. Avreste dovuto difendere
la città, non calarvi le brache davanti alla prima minaccia,
in nome dei vostri interessi».
«Ma voi lo sapete a quanta gente do lavoro, io?» tuona Vincenzo,
avvicinandosi. «Lo sapete cos'è Casa Florio?»
Quello lo spinge via. «Che siate maledetto!» grida. «Dovete
andarvene in malora, voi e i vostri picciuli, voi e la vostra malarazza
ve li dovete piangere fino all'ultimo centesimo! Come
piangerò io, dovrete piangere voi!»
Il buio gli avvolge il cuore. Vincenzo se lo sente risalire intorno
alla testa, coprirgli gli occhi. «Chi fa, jeccate magaríe?» I
pugni si chiudono e aprono freneticamente. «Perché pure io
so mandare maledizioni. Solo che le mie arrivano subito».
«Basta! È finita, Calvi!» Il barone Turrisi afferra il braccio
dell'uomo. «Come avremmo potuto resistere dopo che Messina
e Catania erano cadute? Con quali armi, con quali scorte?
Cos'avevate in mente, un regno a metà? Una repubblica dentro
le mura sbriciolate di una città? Non c'era più niente da fare. Il
perdono del re è già molto».
Calvi lo guarda come se lo vedesse per la prima volta: con
orrore, con disprezzo. «Per voi, forse». Dalle finestre arrivano
grida, il tonfo di pietre scagliate contro le mura del palazzo.
«Li sentite, i palermitani? Non la vogliono, la resa!» Un sasso
cade sul pavimento, scheggia una maiolica. Pasquale Calvi
apre le braccia. Sul viso, una pena che è difficile da ignorare.
La pena di chi è innamorato della sua terra, ha creduto nella
possibilità di un futuro diverso e si è dato a un ideale senza risparmiarsi,
sacrificando la propria vita. La pena di chi è costretto
all'esilio. «Avete condannato la nostra terra alla schiavitù.
Spero che questo pensiero non vi faccia dormire la notte e
che, un giorno, i vostri figli vi si rivoltino contro, rimproverandovi
la vostra codardia». Esce di corsa, mentre la città sembra
vibrare di grida e spari.
Turrisi esita, vorrebbe affacciarsi. Torna indietro. «Meglio
andarsene. Torneremo quando gli animi si saranno placati».
Si salutano con un cenno del capo, sgusciando via tra gli impiegati
e i commessi. Le porte si chiudono alle loro spalle.
...
TONNO. ottobre 1852 - primavera 1854.

Nuddu si lassa e nuddu si pigghia si 'un s'assumigghia.
«Non ci si lascia e non ci si sceglie se non ci si somiglia».
PROVERBIO SICILIANO.

Mentre nel resto dell'Europa i movimenti per l'indipendenza si
riorganizzano faticosamente dopo la repressione dei moti del
1848, nel Regno delle Due Sicilie, Ferdinando II cerca di riportare
l'unità nel Paese. Ma lo fa con scelte assai impopolari:
impone alla Sicilia un debito pubblico altissimo e sospende a tempo
indeterminato la Costituzione promulgata dal Parlamento Siciliano
nel marzo 1848. Il popolo e le amministrazioni locali, stanchi
del lungo periodo d'instabilità, accettano queste imposizioni e anche
gli aristocratici prendono le distanze dai tentativi di ribellione,
che pure continuano a succedersi. Tuttavia si tratta di eventi
isolati, legati per lo più a contesti rurali, che non hanno vera risonanza
nelle città.
A poco servono le pressioni del governo inglese, mirate ad alleggerire
la pressione fiscale ed il clima da Stato di polizia. Il regno
borbonico diventa così l'archetipo del potere reazionario, segnato
da un profondo malessere sia nel suo interno sia nelle relazioni
internazionali. Il figlio di Ferdinando, Francesco II, salito al trono
nel 1859, si trova quindi circondato da un'aristocrazia spesso
retrograda e gelosa dei propri privilegi. Incapace di allontanarsi
dall'indirizzo politico paterno, Francesco di fatto impedisce che il
Mezzogiorno avanzi sulla strada dello sviluppo economico e
sociale.
Ma lo slancio patriottico degli esuli del 1848 non si estingue e
prosegue negli scritti e negli interventi di molti di essi, tra cui
Giuseppe La Masa, Ruggero Settimo e un giovane e combattivo
avvocato originario di Ribera, in provincia di Agrigento: Francesco
Crispi.
«La rete è stata lanciata, le maglie si sono distese. I tonni vi
entreranno in una notte di luna». Così scrive Erodoto
nel V sec. a.C. Così è stato per secoli. Fino a oggi.

I tonni: pacifici animali dalla pelle argentata, capaci di nuotare
per decine e decine di chilometri in banchi di centinaia di
esemplari. Masse enormi che muovono il mare, lo riempiono
di schizzi, onde, rumori. Dall'Atlantico, tornano nel Mediterraneo
per riprodursi e lo fanno in primavera, quando la temperatura
è mite. Le loro carni sono grasse, i corpi pronti per
l'accoppiamento.
Allora viene calata la tonnara.
Perché la tonnara non è solo un edificio, il marfaraggio.
È anche un apparato di reti a camere progressive: un metodo
inventato dagli arabi e tramandato agli spagnoli, che trova
la sua apoteosi in Sicilia.
La tonnara è un rito.
La tonnara è un luogo in cui famiglie intere hanno vissuto
per centinaia di anni: gli uomini sul mare, le donne negli stabilimenti.
D'inverno, si curano le navi e si rammendano le reti.
In primavera e in estate, ci si occupa della mattanza o di lavorare
il pescato.
Lo chiamano il «maiale del mare», questo bestione dallo
sguardo stolido, perché di lui non si butta via nulla: non le carni
rosse e morbide che vengono lavorate, messe sotto sale e vendute
in grandi barili. Non le ossa e la pelle che, essiccate e triturate,
sono usate come concime. Non il grasso, usato per l'illuminazione.
Non il seme, che diventa preziosa bottarga.
La tonnara vive perché esiste il tonno.
Sale e tonno camminano insieme da sempre, quasi che, sia
pure in forma diversa, il tonno non possa lasciare il mare.
Il luogotenente del Regno di Sicilia, Carlo Filangeri, principe di
Satriano, duca di Taormina per meriti militari dopo la riconquista
della Sicilia nel 1849, è seduto nel suo elegante ufficio
rivestito di boiserie e decorato con lo stemma della città di Palermo.
Oltre la finestra, un sole tiepido di fine ottobre si stende
sui tetti di Palermo e disegna ombre di pizzo tra i merli della
cattedrale.
Davanti a lui, invece, una serie di lettere: parole di fuoco,
frasi che grondano livore, un duello di carte tra Vincenzo Florio
e Pietro Rossi.
Due anni prima, nel 1850, era stato Filangeri in persona a
volere che Vincenzo Florio fosse nominato governatore negoziante
del Banco Règio dei «Reali Dominii al di là del Faro»,
cioè in Sicilia. Era convinto che Florio fosse pronto per andar
oltre l'ampio cerchio delle sue attività commerciali. Un uomo
come lui, con la sua scaltrezza, poteva rendersi utile anche
nell'amministrazione del regno.
Filangeri si massaggia i favoriti, liscia i ricci che scendono
quasi a metà della mandibola. È una brutta rogna, quella.
Pietro Rossi è il presidente del Banco Règio. Un uomo vicino
alla Corona, potente, stimato, meticoloso, inflessibile. Esige
la massima correttezza da chiunque. Ma un uomo così, tutto
d'un pezzo, non può avere in simpatia uno come Florio, che
fa e disfa di continuo, che mette mano a un'impresa e poi la
accantona per un'altra, che pensa solo ad arricchirsi.
«Che faccia il negoziante, quel portarrobbe arrinisciuto», aveva
detto un giorno Rossi a Filangeri. «Che continui a trafficare
con le sue barche e lasci la politica a chi vuole davvero servire
la cosa pubblica».
E, dopo neanche una settimana, aveva fornito le prove che
Vincenzo non aveva espletato il suo incarico di governatore
negoziante in maniera esemplare: era stato assente ingiustificato
alle riunioni e non aveva presenziato alle attività di registrazione.
Alla fine del messaggio, Rossi aveva suggerito che Florio
rassegnasse le dimissioni, per evitargli l'onta di una - a suo
parere ormai inevitabile - destituzione.
Filangeri però non avrebbe mai fatto una cosa del genere,
non senza aver avvisato Vincenzo. Così l'aveva convocato e
gli aveva spiegato come stavano le cose. E aveva confermato
i sospetti che l'altro nutriva da un po'.
«Io, a 'sta cosa inutile, la rovino», aveva sibilato Vincenzo.
«Mi sta diffamando davanti al ministro e al direttore delle Finanze
qui in Sicilia e davanti a voi».
«Suvvia, don Florio... Potreste partecipare di più alle attività
del Banco Règio. Presentarvi alle riunioni, per esempio. In
fondo, avete un gran numero di collaboratori e credo ci siano
persone fidate in grado di sostituirvi. Oppure rinunciate davvero
a quest'incarico che non vi porta né prestigio né soldi.
Perché volete complicarvi la vita?»
«Vi ringrazio per la sollecitudine, ma so io come gestire la
mia Casa, e le cose vanno avanti solo si ci stai d'in capo, se te le
curi tu», aveva risposto Vincenzo con aria torva. «Che uno come
Rossi venga a dirmi come devo comportarmi è un insulto
bello e buono. Io mi do da fare e decine di famiglie in città campano
grazie a me; invece, secondo lui, dovrei starmene seduto
ad aspettare che arrivino i comandanti a portarmi le fedi di pagamento
o le bolle di carico. A fare il passacarte, insomma.
Quanto al perché, capitemi. Certe faccende vanno gestite... da
dentro. Solo chi lavora qui, o ha amici in questo posto» - e
aveva allargato le braccia, indicando il palazzo in cui si trovavano -
«può taliàrisi megghiu a'sacchetta. Voi amico mio siete,
e vi ringrazio, ma a mia 'un m'interessano i picciuli di l'incarico:
m'interessa travagghiare». Lo aveva guardato da sotto in su.
Gli occhi erano stanchi, ma determinati. «Voi mi dovete aiutare,
principe».
Filangeri si era umettato le labbra e si era strofinato i palmi
sudati sulle cosce. Vincenzo non gli stava chiedendo un piacere;
gli aveva appena dato un ordine. «Non è cosa facile, don
Florio, lo sapete. Vi accusa e ha coinvolto il direttore. Devo
inoltrare la richiesta e...»
«Inoltratela», lo aveva interrotto lui. «Mandatela al direttore,
certo. Non voglio mettervi in difficoltà, me ne guarderei bene.
Vorrei però ricordarvi che io so essere riconoscente con gli
amici e spietato con i nemici. E voi sapete bene quanto può essere
grande la mia riconoscenza».
Filangeri non aveva replicato, limitandosi a fissarlo. Vincenzo
Florio era sempre stato la sua àncora di salvezza. Quando il
suo tenore di vita aveva superato i limiti, i debiti erano stati sul
punto di travolgerlo o l'ombra della bancarotta si era minacciosamente
allungata, Florio era stato lì, pronto ad aiutarlo. Certo,
anche lui gli aveva dato una mano, subito dopo la rivoluzione,
ma non era niente in confronto a tutte le volte che...
Non aveva avuto scelta. Aveva inoltrato la nota di Rossi al
direttore del dipartimento delle Finanze della Luogotenenza
Generale di Sicilia, aggiungendo però che una simile proposta
era a dir poco discutibile, che sarebbe stato meglio trovare
un'altra soluzione. Che non era il caso di essere così fiscali.
La richiesta di licenziamento era decaduta.
Ma Rossi non si era arreso. E neppure Vincenzo.
Comunque finirà questa storia, finirà male, sospira Filangeri. Si
alza, raccoglie le carte. Si risiede pesantemente. Parlerà lui con
il direttore delle Finanze. Quella faccenda è durata anche troppo;
rischia di paralizzare l'attività del Banco Règio. E aggiungerà
che non conviene a nessuno mettere i bastoni tra le ruote a
un uomo come Florio.

Lungo la strada del mare che conduce a Marsala, una carrozza
scortata da due uomini a cavallo caracolla sotto la sferza del
vento. Raggiunge il baglio dei Florio, oltrepassa il portone
per arrestarsi con un cigolio. I cavalli emettono nitriti di fatica.
Il cielo di novembre è una coperta senza colore. Anche il mare,
grigio, agitato, mugghia un dissenso difficile da interpretare.
Le Egadi sono macchie indistinte contro l'orizzonte. L'autunno
del 1852 è arrivato senza chiedere permesso, portando
con sé giorni intrisi di un gelo secco, che inaridisce la terra.
«Benvenuto». Giovanni Portalupi accoglie il cognato con
una stretta di mano.
«Grazie». Il saluto di Vincenzo è ruvido. «Che giornata
stupida. Solo nuvole e vento. Almeno piovesse!» Senza aggiungere
altro, oltrepassa Giovanni e si dirige verso la casa
padronale.
Dalla carrozza, scende un giovane. È alto, leggermente sovrappeso,
avvolto in un mantello che nasconde il corpo. Raggiunge
Portalupi. «Signore...» Gli stringe la mano. «Come
state?»
«Bene, grazie. Vostro padre?»
«Si difende, grazie al cielo. È rimasto a Palermo, nella sede
della Casa». Vincenzo Caruso, figlio di Giovanni, traffica con
la borsa, ne tira fuori delle lettere. «Da parte di vostra sorella.
Vi manda i suoi saluti».
«Grazie. Lei come sta?»
«Forte e gentile come sempre. Le ragazze la tengono occupata
e il giovane Ignazio completa l'opera».
Vincenzo, che nel frattempo si è fermato, li chiama con
impazienza.
Si scambiano un'occhiata. «Cattive notizie?» domanda Portalupi
in un soffio.
L'altro annuisce. «Non facciamolo attendere, dopo vi
racconterò».
Il dopo arriva nel pomeriggio inoltrato, quando hanno terminato
di controllare i registri, l'effettivo ammontare delle anticipazioni
e gli ordini di vendita.
Nella casa padronale, regna l'odore dolciastro del legno e
del vino. Un aroma che sa di miele e calore, appena acidulo,
che richiama le giornate d'autunno quando il mosto fermenta
e le botti vengono svuotate per metà così da poter essere rabboccate
con il vino nuovo.
I tre uomini si spostano nel salottino dov'è stata preparata la
cena.
«Non abbiamo le quote di mercato di Ingham, è vero, ma
siamo quasi alla pari con Woodhouse. E la produzione è in crescita
nonostante i dazi inglesi». Caruso si accomoda al tavolo,
poggia il tovagliolo sulle ginocchia.
«Grazie al cielo, esiste il mercato francese». Giovanni Portalupi
versa del vino. «Assaggiate questo catarratto: proviene
dalle ultime acquisizioni. Ne ho conservato una botte per i
pasti».
Vincenzo fa schioccare la lingua contro il palato. «Amabile.
Profumato».
«Vinificato nel fondo di Alcamo. Quella è un'ottima zona
per i bianchi». Giovanni poggia il viso sui pugni chiusi. «Ti
avevo garantito che avrei trovato solo il meglio e così è stato».
Lo dice facendo pesare l'orgoglio, ma senza polemica.
Il cognato gli regala un'occhiata in tralice. «E hai lavorato
bene, te lo concedo. Dopo l'esperienza con Raffaele, ero restio
a prendere persone di famiglia nell'azienda. Finalmente cominciano
ad arrivare i primi profitti».
Di Giulia loro non parlano. Non dopo quello che è accaduto.
Eppure Giulia ha portato la pace tra loro. È stata lei a spingere
il marito ad assumere il fratello, e a chiedere a Giovanni
d'impegnarsi nella gestione dello stabilimento per la produzione
del marsala.
«E dunque. Anticipazioni per circa 1300 botti per il prossimo
anno». Caruso continua a calcolare. «Operai assunti stabilmente?
Quanti?»
«Sempre settanta, più i ragazzini. Grazie alle presse a vapore
possiamo risparmiare sulle braccia. E comunque, Woodhouse,
che produce poche botti più di noi, impiega molti più
operai».
Un cameriere entra per servire il pasto, un denso brodo di
pesce, il cui aroma invade la stanza. Gli uomini ripongono carte
ed appunti, iniziano a mangiare.
«La loro produzione è più antiquata. È con Ingram che devi
paragonarti, con il sistema produttivo del baglio della Casa Bianca,
con i loro torni a vapore». Vincenzo si tampona le labbra con
il tovagliolo. «Ingham è un amico e un socio, ma non ha esitato a
mettere in giro voci ingiuriose sul nostro vino, segno che teme la
concorrenza. Lo so per certo dal nostro agente di Messina».
Giovanni Portalupi tira un sospiro pesante. «Ingham è una
fregata, Vincenzo. Noi siamo un brigantino».
«Sì, ma i brigantini sono più veloci e più rapidi. La nostra
produzione sarà inferiore ma, qualitativamente, lui non ci vede
nemmeno».
Il cognato accenna un sorriso, il primo dell'intera giornata.
Alla fine della cena, quando sono rilassati e sazi, Giovanni
Portalupi azzarda una domanda. «Allora? Come va la questione
con Pietro Rossi?»
«Male». Vincenzo getta il tovagliolo appallottolato sul tavolo.
«Un cornuto. Mi ha convocato per una riunione il giorno
dopo la mia partenza per Marsiglia, il mese scorso. Vuole spingermi
a dare le dimissioni a qualsiasi costo».
Giovanni chiude le mani a piramide. «Comunque tu hai effettuato
il servizio. O no?»
Caruso si schiarisce la voce, fa vagare lo sguardo.
Vincenzo giocherella con una mollica di pane, poi risponde:
«Hanno piazzato i giorni di servizio alla cassa nelle date di
partenza dei vapori o dei battelli. Non ho potuto andarci». È
una difesa che suona come un'ammissione a mezza voce.
«Hai anche collaboratori validi, però». Giovanni alza il bicchiere,
indica Caruso. L'altro lo ringrazia con una specie di
brindisi.
«Non è questo il problema. Se non avessi fiducia in te, non
ti avrei scelto».
«Proprio non riesci a farne a meno, eh? Di controllare tutto,
di avere un occhio su ogni cosa. È più forte di te». Giovanni
inarca le sopracciglia. Si riferisce agli affari, ma anche alla
sua vita, alla famiglia, e Vincenzo lo sa.
Scrolla le spalle. «Sono questo, io». Lo dice con semplicità,
come se non potesse farci nulla.
Giovanni Portalupi si versa dell'altro vino. Scuote la testa e
ride. «Tu sei pazzo».
«Non lo sono affatto. Devi far capire agli altri che non possono
mancarti di rispetto, e per riuscirci non devi avere soggezione.
Rossi con queste denunce è uno che pensa di farmi scantari.
Se annusano la tua paura hanno già vinto». Fa una pausa.
«E io paura non ne ho, e gliel'ho fatto capire oggi».
Caruso solleva un angolo della bocca e una smorfia gli ammorbidisce
il viso. «Vostro cognato ha scritto al principe di Satriano
chiedendo che Rossi gli paghi i compensi dovuti per
l'incarico, cosa che si rifiuta di fare».
«Gli ho anche fatto notare che non è un caso se le riunioni
del consiglio vengono fissate nei giorni di arrivo dei miei vapori»,
aggiunge Vincenzo. «Nulla che non corrisponda al vero,
insomma».
«Sì, ma immagino come lo avrai fatto notare», ridacchia
Giovanni.
Ridono tutti. Giovanni chiama il cameriere perché sparecchi;
subito dopo, Caruso si congeda. È stanco, ha bisogno di riposo,
dice. Giovanni lo segue. Sa che l'indomani dovrà essere
in piedi all'alba, secondo le abitudini di Vincenzo.
Nella sala da pranzo del baglio, Vincenzo resta solo, immerso
in un silenzio infranto dal vento che picchia contro le
finestre.
Pensa, Vincenzo.

Quand'è arrivato a Marsala la prima volta e ha visto quella
terra vergine davanti al mare. Ricorda la prima vinificazione,
la trepidazione con cui ha visto la nave che salpava alla volta
della Francia con il primo carico di marsala.
Allora, il legame con Raffaele era forte. Potevano dirsi amici,
oltre che cugini. Ora a malapena sa dove abita.
L'orgoglio diventa un misto di amarezza, solitudine e rancore.
Quindici anni fa, tutto era diverso.
Erano lì, nella stessa stanza. L'arredamento era semplice - giusto
un salotto e un tavolino - ed era giorno.
Raffaele era davanti a lui, in piedi. «Io... perché mi accusi di
non avere a cuore la cantina? Ci ho messo l'anima, come e più
di te, non mi sono risparmiato. Come fai a dirmi che non sto
facendo abbastanza?» Aveva aperto le braccia. Il viso, fino a
pochi istanti prima sereno, aveva un'espressione d'incredulità
ferita. La pelle tirata sugli zigomi era pallida. «Dove ho sbagliato,
Vincenzo? Dimmelo, perché credo davvero di aver fatto
di tutto, e questo... è il ringraziamento?»
Lui non aveva prestato molta attenzione alle sue proteste.
«Non si tratta di serietà, Raffaele. Quella non la metto in dubbio:
so che ti sei impegnato, ma non basta, non è quello che serve
a Casa Florio». Aveva cercato di essere gentile, sebbene
sentisse un mare acido che gli risaliva dallo stomaco. Perché
non si limitava ad accettare le sue decisioni e basta? Perché doveva
comportarsi da questuante?
Ma il cugino aveva continuato a insistere. Lo aveva fatto in
maniera accorata, quasi ottusa, come se Vincenzo gli stesse rubando
qualcosa, senza capire che invece lui considerava la
cantina una cosa sua e basta. Che non aveva nessun interesse
a condividerla e che, se lo aveva coinvolto nella gestione, era
stato solo per spingerlo a dare di più, cosa che Raffaele non
era stato capace di fare.
E questo aveva fatto aumentare il malessere. Aveva pazientato,
si era sforzato, ma invano. Alla fine era sbottato. «Basta,
non c'è più nulla da aggiungere. Ho deciso, Raffaele. Speravo
che tu avessi un atteggiamento diverso, più attivo, ecco: ti ho
sollecitato, te l'ho scritto più volte, ma tu niente, sembravi un
prete di campagna alle prese con una parrocchia di pecorai.
Ormai ho deciso, quindi basta discutere».
Allora sul volto di Raffaele era apparsa un'emozione nuova.
«Che vuoi dire?» aveva chiesto, mentre la collera cominciava
ad affiorare.
«Ti avevo detto di essere più intraprendente, ricordi? Non
lo negare. No, è inutile che mi dici che non capisci: a volte ti ho
pure rimproverato perché speravo che tu aprissi gli occhi, che
ti facessi venire gli artigli. Questo è un mondo in cui non ci si
può far mettere un piede davanti, e invece tu sempre cauto,
sempre a chiedere autorizzazioni...» La voce era salita di tono,
si era piegata, diventando contorta, rabbiosa. «Non sopporto
lamenti e suppliche. Rileverò io il tuo terzo di proprietà, e
con questa somma potrai fare quello che vuoi».
Ma Raffaele aveva cominciato a scuotere la testa. Il viso si
era imporporato e la voce era diventata acuta. «No, la verità
è un'altra». Si era aggrappato allo schienale della poltrona.
«Tu non vuoi parenti di cui ti puoi fidare, perché io» - si
era battuto il petto - «io non t'ho mai fregato. Tu vuoi servi.
Schiavi». Vincenzo lo aveva scrutato, notando che le guance
all'improvviso sembravano cascanti, come se Raffaele avesse
iniziato a sciogliersi. «Io ci credo a questa cantina. Ci ho messo
l'anima, la vita le ho dato, e ora tu me la stai togliendo... Non
me lo merito questo trattamento», aveva concluso, e si era
asciugato gli occhi lucidi.
Era stato quel gesto a farlo esplodere. «Ora non metterti a
chianciri com'un picciriddo. Siamo uomini che parlano di affari.
Tu mi hai gestito l'azienda e a me non è piaciuto come l'hai fatto.
Ora ti ricompro la quota e amen, tutto come prima».
Per alcuni istanti, la stanza si era come riempita dei respiri
pesanti di Raffaele. Poi l'uomo aveva alzato la testa. «Liquida
tu la mia quota, dammi la percentuale sul venduto, ma almeno
lasciami qui come intendente. Mi piace lavorare alla cantina, e
conosco gli operai». La voce si era fatta amara, bassa.
«Comunque avevano ragione a dirmi di non fidarmi di te. Sei come
tuo padre, né più né meno».
«Chi ti ha detto questo, di lavoro e di commerci non ne sa
niente. Io non mi posso permettere di stare dappresso alla prudenza
come hai fatto tu: Ingham e Woodhouse mi stanno di sopra,
sono pescecani, e basta un niente perché si ripiglino quello
che sono riuscito a rosicchiargli. E tu stai sempre a chiedere per
favore, scusate... Invece no, le cose vanno prese di mano, strappate
con le unghie e con i denti, senza pietà per nessuno. C'è
un momento in cui si deve stare attenti e un altro in cui si deve
rischiare, e tu, questi momenti, non li sai capire. Ci devo essere
sempre io alle spalle».
«Quindi io, che sono stato attento a non farti rischiare, ora
sono un pusillanime? Mi stai rimproverando perché sono stato
troppo affidabile? Anziché dirmi "grazie" perché non ti ho fatto
fare debiti a muzzo? Chista è 'a ricompensa!»
«Non hai le palle per questo mestiere, Raffaele. Lo hai capito?»
gli aveva gridato in faccia. «Sei un segretario, né più né
meno, e a me invece serve un socio. Non sei in grado di fare
quello che voglio, non ne sei capace. Rassègnati».
L'altro aveva fatto un passo indietro, come se fosse stato
schiaffeggiato. «Uno nelle cose ci mette l'anima, non solo i soldi.
Ci mette l'amore e la passione. Ma che ne sai, tu? Si' vero un
cani di mannara». Si era allentato la cravatta, scuotendo piano la
testa. «Dammi la mia quota, tutta. Subito. Non ci voglio avere
più niente a che fare con te».
Raffaele era sparito dalla sua vita, chiedendo soltanto ciò
che gli spettava. Anche in questo non aveva avuto coraggio.
Da alcuni conoscenti, Vincenzo aveva saputo che aveva ripreso
a commerciare come intermediario e a gestire dei vigneti.
Aveva scelto di restare a Marsala. Buon per lui.
Poi, dopo alcuni mesi, Vincenzo si era accorto di un vuoto
difficile da definire. Era una solitudine anomala. Perché su una
cosa Raffaele aveva detto il vero: devi poterti fidare delle persone
e lui, a suo modo, del cugino si fidava. Non era intraprendente,
certo, ma era affidabile. E di amici, a parte Carlo Giachery
e forse, in un modo strano, Ben Ingham, lui non ne aveva.
Si era reso conto di essere sempre più solo.
La zia Mattia e Paolo Barbaro erano morti già da tanti anni.
La madre gli aveva chiesto diverse volte di portarla sulla tomba
della cognata, ma lui aveva sempre rimandato. Non gli piacevano
i cimiteri. La sua famiglia, quella che proveniva da Bagnara,
era scomparsa. Niente più radici.
Che poi...

Solleva il bicchiere, fa un brindisi silenzioso. Gli esseri umani
finiscono per deluderlo. Sempre.
Le radici per lui sono le imprese. Il tronco è Casa Florio. Soldi
e prestigio sono decuplicati, ma ancora non gli basta, non è
sufficiente.
Però...
C'è una persona che è rimasta abbarbicata a lui. L'unica di
cui davvero si fidi. Nella buona e nella cattiva sorte, quando
non poteva che essere un'ombra per il mondo e una puttana
per la sua stessa famiglia. Quando l'ha respinta, lei, tenace,
ha resistito. Lo ha accolto quando non meritava perdono. Lei
non lo ha abbandonato. Mai.
Giulia.

Vincenzo rientra a via dei Materassai a ridosso della domenica,
in tempo per accompagnare la famiglia in chiesa e incontrare
alcuni commercianti che hanno affari con lui.
Alla sera, quando i registri sono chiusi e le stanze degli uffici
sono deserte, sale nell'appartamento. La madre sgrana il
rosario davanti al cufune, il braciere di rame; la finestra semiaperta
per far uscire i fumi della combustione porta il rumore di
una pioggia che riempie di fango i canali di scolo.
«State bene?» La bacia sulla fronte.
Lei annuisce. «E tu?» Gli passa la mano sul viso con un gesto
rimasto immutato dall'infanzia, quando doveva lavargli la
faccia nel catino. «Stanco sei. Tua moglie ti fa mangiare
abbastanza?»
«Ma sì. È che ho lavorato assai. E poi non cucina lei: abbiamo
le cameriere e la cuoca. Ricordate?»
Giuseppina fa un gesto di stizza. «Una moglie deve guardare
quello che fanno le serve, sennò l'imbrogliano. Non perdere
tempo a leggere libri, specie in quelle lingue forestiere che conosce
lei. Avanti, accompagnami in camera mia».
Vincenzo ignora la frecciata a Giulia, la aiuta ad alzarsi. Il
fisico maltrattato dal tempo non conserva traccia dell'antica
imponenza. Ma, in lei, Vincenzo continua a vedere la donna
severa che lo inseguiva tra i vicoli, e a rintracciare nello sguardo
la dolcezza adorante della sua infanzia.
Arrivano alla camera. La cassa del corredo è la corrióla portata
da Bagnara, la bacinella con la brocca è ancora quella degli
anni di matrimonio con Paolo. Sulla parete, un crocifisso di corallo.
Sul bordo del letto, uno scialle: un altro dei ricordi d'infanzia
di Vincenzo.
«Ce l'avete ancora?» esclama lui prendendolo in mano. È
più piccolo e molto più liso di quanto ricordasse.
«Di certe cose, non sono riuscita a privarmene, nonostante
i soldi che tu e... tuo zio avete portato a questa casa. Quando
si diventa vecchi, si vuole rallentare il tempo, ma il tempo
non si ferma. E allora ti tieni strette le cose. Se loro ci sono,
tu ci sei ancora. Non la vedi, non la vuoi vedere, la vita che
sgocciola via». Giuseppina si siede sulla sponda del letto,
stringe l'indumento al petto. C'è un rimpianto che le causa
una stretta allo stomaco. «Noi li chiamiamo ricordi, ma siamo
bugiardi», continua con un filo di voce. «Cose come questo
scialle o il tuo anello» - indica la fede di oro battuto appartenuta
ad Ignazio - «sono ancore per una vita che se ne va».
Quando Vincenzo arriva nella camera padronale, trova Giulia
che dorme. A differenza di Giuseppina, gli anni sono stati
generosi con lei. È rimasta bella, anche se negli ultimi tempi
le duole la schiena e fatica a digerire. Getta gli abiti sulla sedia.
Si rannicchia contro la schiena della moglie e lei nel sonno gli
stringe la mano, la porta sul cuore.

Il piroscafo beccheggia pigramente nel porto di Favignana.
Sotto il sole, le case del paese - piccole, poco più che capanne,
con i muri a secco e il tufo a vista - sembrano disegnate dalla
mano di un bambino.
Dalla nave si stacca una lancia, arriva al molo davanti al forte
di San Leonardo, l'antico bastione a guardia del porto. Ne
scendono alcuni uomini e un ragazzo. Sfiorano il paese, si dirigono
verso destra, là dove grandi capannoni si affacciano sul
mare. Le porte sono bocche spalancate, chiuse da cancelli simili
a denti che affondano nell'acqua.
Vincenzo cammina a passo svelto, godendosi il calore del
sole. Accanto a lui, Ignazio. Suo figlio di quattordici anni.
È la prima volta che lo porta con sé alla tonnara di Favignana.
L'ha presa in gestione da più di dieci anni ormai e ne ha
fatto il suo capolavoro. Non è stato facile: il canone della gestione
era e resta altissimo. Aveva dovuto creare una cordata
d'imprenditori, accollarsi l'onere dei rischi di un nuovo metodo
di conservazione. Oggi il tonno sott'olio è diffuso in tutto il
Mediterraneo.
Sorride tra sé. Ignazio lo guarda, lo interroga con gli occhi.
«Ricordavo una cosa», gli dice. «Ora vedrai».
Il ragazzo lo segue spesso in ufficio, talvolta anche alla cantina
di Marsala. Però mai, finora, il padre lo aveva portato
sull'isola.
Se è eccitato, Ignazio non lo dà a vedere. Cammina accanto
al padre, falcate lunghe ed elastiche, e tiene gli occhi stretti a
fessura per il riverbero. «È bello qui», dice. «L'aria è pulita, c'è
silenzio. Niente a che vedere con Palermo».
«Perché il vento gira bene. Vedrai cosa succede allo
stabilimento».
E infatti, non appena oltrepassano il forte di San Leonardo e
superano la curva che separa il paese dalla tonnara, vengono
investiti da un odore nauseante. Sa di marcio, di decomposizione.
Di morto. Alcuni, compreso Caruso, si coprono la faccia
con un fazzoletto. Non Vincenzo.
Ignazio lo guarda, soffoca la nausea. Respira a bocca aperta,
ignora il tanfo. Se lo fa suo padre, può farlo anche lui. Di Vincenzo
ha il fisico e i tratti del viso. Ora che è cresciuto la somiglianza
è evidente. Gli occhi, però, sono sempre quelli dolci di
Giulia.
«I resti della lavorazione rimangono al sole, si decompongono
e liberano quest'odore». Vincenzo gli indica un'ampia
area al di là dei capannoni. «Là, lo vedi? Quello è il bosco, il
cimitero dei tonni. Laggiù gli operai scaricano le carcasse, in attesa
che si essicchino».
Il ragazzo annuisce. «E le barche? Dove sono?»
«In mare». Caruso si avvicina. «Siamo a maggio. Tempo di
mattanza è».
Entrano nell'edificio. Nel cortile, oltre gli alberi che fanno
un po' d'ombra, si apre un corridoio di pietra. La spianata davanti
al mare è piena di reti, cordami e uomini che rammendano
le maglie danneggiate.
Mentre Caruso si avvia verso gli uffici seguito da un contabile,
Vincenzo prende sottobraccio il figlio. Attraversano il cortile,
arrivano fino alla trizzana, il ricovero dei muciari.
Ignazio accoglie quel gesto con timore e sorpresa. A sua memoria,
è la prima volta che il padre lo tiene così vicino.
In basso, lo sciabordio delle onde ha il suono del mare contro
le pareti di una caverna.
«Quando sono venuto qui la prima volta...» Vincenzo s'interrompe,
dissimula un sorriso. «... ero con Carlo Giachery.
Ricordo che qui tutto era cadente, sporco, un posto miserabile.
La sera non siamo nemmeno restati a dormire sull'isola; non
c'era un posto decente dove stare. Poi, il giorno dopo...» Un altro
sorriso. Si volta, guarda la costruzione alle sue spalle. «Ho
mandato un messaggero a Palermo perché arrivassero qui mastri
d'ascia e costruttori per rimettere a posto gli edifici. Nel
frattempo, ho iniziato a spiegare come avremmo prodotto il
tonno sott'olio. Io mi sono tolto la giacca, ho arrotolato i polsini...»
Ignazio lo osserva ripetere gli stessi gesti, sfilarsi gli indumenti
fino a rimanere in maniche di camicia. «Ho radunato
i capi delle famiglie e le loro mogli, perché vedessero che non
avevo paura di sporcarmi le mani». Gli stringe la spalla, lo
scrolla con affetto. «Chi lavora per te deve sentire di essere
parte di qualcosa». Si ferma. Il sole colpisce l'anello di Ignazio.
«Te l'ho raccontato molte volte: mio zio, quello di cui tu porti
il nome, mi costringeva a stare dietro il bancone dell'aromateria.
Era una cosa che detestavo. Oggi, però, capisco quant'è stato
importante».
«Per capire le persone».
«Sì. Per conoscerle. Perché, se qualcuno ti chiede qualcosa,
tu possa sapere cosa desidera veramente: vuole un'erba perché
ha semplicemente bisogno di star meglio o deve curare un vero
dolore? Se vuole il vino, desidera la qualità o il prestigio che
vi è dietro? Se vuole denaro, lo fa per il potere o perché è in
difficoltà?»

Ignazio comprende. E riflette. Lo fa ancora quando, solo,
raggiunge il paese, mentre il padre è a colloquio con alcuni
mandatari genovesi. Le strade piccole, strette, sono inondate
da un sole bianco; il tufo, impregnato dall'olio di tonno, non
si sgretola più; nella piazza, davanti alla chiesa Matrice, è comparso
il basolato. Suo padre ha mandato un maestro perché chi
vuole possa imparare a leggere e scrivere, così come fanno in
Inghilterra. Tutt'intorno al paese, cave simili a burroni affondano
nel terreno.
Favignana è uno scoglio di tufo, pensa Ignazio. Basta grattarne
un po' per trovare questo strato giallo e denso, punteggiato da
conchiglie. La terra è sassosa e i pochi giardini e orti sono stati
ricavati con tenacia sul fondo delle cave di tufo da cui affiora
un'acqua salmastra e torbida.
Poi, una volta che ci si abitua all'odore della lavorazione del
tonno, ti accorgi davvero del mare: è di un blu rabbioso, vitale,
feroce.
È dal mare che viene la ricchezza.
È un'isola di silenzio e di vento. E pensa, Ignazio, che a lui
piacerebbe vivere in un posto così: appartenergli, sentirsela
dentro come un pezzo di carne o un osso. Essere insieme padrone
e figlio di quell'isola.
Non lo sa che accadrà davvero.

La porta sbatte con violenza, rumore di passi concitati, grida.
Giulia alza la testa dal ricamo, inarca le sopracciglia. «Ma...
cosa?»
Giuseppina scrolla le spalle. «Direi che è mon père». Uno
sguardo tra loro. «Arrabbiato, pure».
Mettono da parte il lavoro, si dirigono verso le stanze da cui
arriva il chiasso.
Giuseppina è un giunco di sedici anni, con grandi occhi scuri.
È l'unico tratto di bellezza di un viso anonimo. Eppure è
dolce, paziente.
Via via che si avvicina, Giulia riconosce la voce di Vincenzo.
Poi entra in sala da pranzo e trova Angelina, con le braccia
conserte e la fronte aggrottata, seduta su una poltrona. Suo padre
torreggia su di lei.
«Che succede?»
Un'occhiata del marito la inchioda sulla porta.
«Che succede?» ripete lei. «Che c'è, Vincenzo?»
«Il mio signor padre mi accusa di non assecondare i suoi
progetti matrimoniali. Mi dice che dovrei essere adeguata e
mi rimprovera per non essere bella abbastanza. Come se
non mi aveste fatto voi!» La risposta di Angela è una freccia
intinta nel veleno.
Giulia si volta, guarda la figlia. «Non ti permettere di parlare
in questo modo», la rimprovera. È così, Angelina: pungente,
arrabbiata. Non è una ragazza che si lascia guardare, e ancor
meno lo è Giuseppina. Ma stavolta, ammette a malincuore
Giulia, non ha torto. La sorte, purtroppo, non è stata generosa
con le sue figlie per quanto riguarda i doni della bellezza e della
grazia.
Giuseppina si avvicina alla sorella, la stringe in un abbraccio
di forza e conforto.
«Ho avuto un incontro al circolo con Chiaramonte Bordonaro.
Gli ho lanciato l'idea di un'unione tra le nostre famiglie.
Angela ha ormai diciotto anni...» La vena sulla fronte di Vincenzo
pulsa, rapida. «Ma nulla: pare che le nostre figlie non siano...
interessanti. E che non facciano nulla per rendersi tali».
Angela lo fissa con le palpebre socchiuse. La somiglianza
con la nonna paterna è impressionante. «Né io né mia sorella
veniamo invitate alle feste. Perché? Perché non abbiamo mai
avuto modo d'incontrare nessuno al di fuori di queste quattro
mura, non conosciamo che pochissime ragazze della nostra età
e ci guardano come se fossimo cameriere con i vestiti delle padrone.
Si può quasi dire che non abbiamo amicizie. Invece nostro
fratello è portato in palmo di mano, viene invitato a tutti i
ritrovi, va a cavallo alla Favorita con i figli dei nobili. Ve lo portate
in giro, andate con lui agli incontri con gli altri commercianti,
lo presentate quasi che fosse figlio unico. E ora mi dite
che non riuscite a trovarmi marito? Vi siete mai chiesto di chi è
la colpa?»
«Ora càlmati, suruzza mia...» Giuseppina le carezza il volto,
prova a distrarla. «Non puoi parlare così a nostro padre...»
«Ah, sì, non posso... iddu è u' patrune! E noi che siamo, Peppina?
Che siamo? Nuddu miscatu cu' nenti? O non siamo pure
figlie sue? Invece, pi' iddo pare che esiste solo Ignazio, Ignazio,
Ignazio!» È un crescendo di rabbia, di gelosia, di tristezza.
Giulia vede gli occhi della figlia diventare lucidi di lacrime.
Vincenzo chiude la mano, la apre. Le si avvicina. «Cosa intendi
dire?»
«Ora basta!» Giulia non alza quasi mai la voce. E, quando
lo fa, zittisce tutti. Punta il dito contro le figlie. «Voi due. Nella
vostra stanza». Poi si rivolge al marito, con le mani sui fianchi.
«Nel tuo studio. Andiamo».
Cammina con foga, non aspetta di essere seguita.
Non è soltanto arrabbiata. C'è molto di più in quei passi, in
quel respiro accelerato. Quando la porta si chiude, Giulia si
volta. Grida: «Come hai potuto fare una cosa del genere senza
dirmi nulla?» La collera è prepotente, le imporpora il viso rigato
dal tempo. «Le nostre figlie offerte al miglior prezzo ai
tuoi soci?» incalza. «Cosa sono, sacchi di cortice?»
Vincenzo è confuso. «Sono in età da marito. Perché non
pensare a un matrimonio conveniente?»
Non è la prima volta che hanno questa discussione; tuttavia
la sensazione che Giulia prova oggi è diversa. Più forte. Acida.
È quella della carne che si lacera, di un taglio che, già lo sa, non
si rimarginerà senza dolore. «Sono ragazze a modo; non saranno
due Veneri, ma sono affettuose e gentili. Non è certo a causa
della loro educazione che non vengono invitate. Tutt'altro».
«Pure tu? Non fare tutte queste storie. Sono femmine, avranno
un'ottima dote, non c'è altro di cui discutere ed è questo chiddo
che taliànu i masculi, oggi». Vincenzo è stizzito. «Non possono
prendersi il primo che càpita, non con il nome che portano».
«Eppure tu sai che il nome e i soldi non sono abbastanza.
Anche adesso».
Non è un dubbio: è un'affermazione. E Vincenzo tace,
perché la moglie ha ragione.
Va alla scrivania, si siede. Nasconde il volto tra le mani
chiuse a pugno.
Dapprima era stato solo un sospetto. Se l'è portato dentro
per alcuni mesi, da quando aveva cominciato a far circolare
la voce che aveva due figlie da maritare.
Poi era arrivata la certezza. Era stato proprio Gabriele Chiaramonte
Bordonaro a sbattergliela in faccia poco prima, con la
sincerità sfrontata che lo contraddistingueva. «Don Vincenzo,
sapete che non ho peli sulla lingua a dirvi certe cose. À virità,
non me la sento di far maritare le vostre figlie a uno dei miei,
e non perché non siano ragazze graziose, o perché non vi stimi...
altrimenti non farei affari con voi. Anzi: con i soldi che
avete, sarebbe bello assai avervi come consuocero. Ma voi lo
sapete, non c'è bisogno che ve lo dica. Gli affari sono una cosa,
la famiglia è un'altra. E le vostre picciridde sono nate in circostanze...
particolari».
Da quel momento, aveva avuto la bocca impastata di bile.
Non provava una simile vergogna da anni. Si alza. Forse, si
dice mentre si aggira per la stanza e racconta la conversazione
alla moglie, deve tornare alla sua gioventù per sentire di nuovo
il morso dell'umiliazione con tutta quella ferocia. «Già, non
sono abbastanza», conclude. La voce, bassa, è intrisa di astio e
amarezza. «Le nostre figlie non sono abbastanza. Io, quello
che ho fatto, Casa Florio... non siamo abbastanza». E mentre
contempla Palermo, che giace sotto il sole di ottobre, non si accorge
che Giulia ha gli occhi lucidi.
«Un matrimonio con una famiglia nobile. Lo vuoi per te,
non per loro». Lei parla a voce bassa, ha paura che le sfugga
un singhiozzo. Tracce dell'antico dolore risalgono in superficie.
«Quello che non hai potuto fare tu. Vero?»
Vede il marito esitare. È un passo indietro dell'anima, svelato
dalle dita che si accartocciano sul palmo.
Lei, la gola stretta, ricorda. Angelina e Giuseppina, additate
come illegittime, battezzate di nascosto senza una festa, senza
nemmeno un brindisi, riconosciute dopo la nascita di Ignazio:
il figlio maschio, l'erede della Casa.
Non importa che ora abbiano una dote da far impallidire le
eredi di famiglie aristocratiche, che parlino francese, indossino
gioielli o che il loro velo da messa sia di pizzo: rimangono due
bastarde. E lei rimane una mantenuta. Certi ricordi sedimentano,
fermentano nella memoria, ma non spariscono mai del tutto,
e trovano sempre il modo di riemergere, e fare male.
Perché certi dolori non possono avere fine.
Ma tutto questo Vincenzo non l'immagina nemmeno: è incapace
di accettare che qualcosa gli sia rifiutato. La collera domina
il suo orizzonte, gli impedisce di vedere l'amarezza di
Giulia. «Cerca di capire. Allora io ero...» Si ferma, le chiede
aiuto.
Un aiuto che lei non è disposta a dare. Non più. «Tu facevi e
disfacevi, Vincenzo, senza chiedere mai niente a nessuno. Per
anni ho vissuto con i nostri figli senza nessun diritto, temendo
che da un momento all'altro mi mettessi alla porta per sposarti
con una nobildonna scelta da tua madre». Giulia sente la voce
arrochirsi, ma si fa forza. Perché deve dire ciò che va detto e
che si porta dentro da anni. «Avevi la tua vita, andavi dritto
per la tua strada...» Taglia l'aria con la mano, la voce trema.
«E invece no, ora devi starmi a sentire. Non accetterò che Angela
e Giuseppina subiscano quello che ho passato io, non voglio
che si sentano umiliate come me. Non sposeranno una
persona che le disprezza solo perché tu vuoi difendere i tuoi
interessi, gli interessi di Casa Florio».
Vincenzo si lascia cadere su una sedia. «Io ho sposato te,
Giulia». La scruta da sotto in su, in una muta richiesta di tregua.
«Perché hai avuto un maschio e dovevi legittimare l'erede.
Se fosse stata un'altra femmina, io sarei ancora a via della Zecca
Règia e tu probabilmente avresti una moglie di dieci anni più
giovane che ti avrebbe dato un erede legittimo per la Casa».
In quella frase, Giulia ha deposto la paura antica di non essere
mai stata abbastanza per lui. Di essere stata il suo rimpianto
più grande. Un fallimento.
Vincenzo si alza, le mette le mani sulle spalle. «No»,
ammette. Poi si fa più vicino, quasi a respirarle sul volto. «E
sì». La abbraccia, le parla contro l'orecchio. «Perché, se anche
l'avessi trovata, non è a lei che avrei permesso di parlarmi così
come mi parli tu».
La stringe forte. Giulia è sorpresa, quasi spaventata. S'irrigidisce
ma, dopo un istante, si appoggia sul suo petto, le dita a
cercare il battito sotto il panciotto. Lo sente agitato, nervoso.
«Voglio il meglio per la mia famiglia», mormora lui.
Lei solleva la testa. «Vuoi il meglio per la tua Casa, Vincenzo».
Non nasconde l'esasperazione. «E il meglio per te è un
genero titolato, che dia prestigio al nome dei Florio. Ma le ragazze
sono nate fuori dal matrimonio, e sono figlie tue. Nessun
nobile le vorrà mai». Colpisce per far male, Giulia. Per ricordare
al marito che ancora, per molti, lui è u' facchino. Ù nipute du'
bagnaroto. Gli afferra la mano sinistra: all'anulare ci sono la fede
e l'anello dello zio Ignazio. «Angelina dice il vero. Non vengono
invitate alle feste insieme con le ragazze della loro età e
stanno spesso in disparte ai balli. Hanno una buona educazione,
ma non basta».
«Avranno una ricca dote», ribatte lui, cocciuto, divincolando
la mano. «I soldi saranno il loro titolo nobiliare».
«No. Se vuoi un futuro per la tua Casa, non è a loro che devi
pensare, ma ad Ignazio. È lui che deve fare un buon matrimonio.
È su di lui che devi puntare».

Ci pensa a lungo, a quelle parole, quando rimane solo nello
studio.
Giulia ha ragione.
Osserva la libreria: dorsi di cuoio, linee dorate, scaffali, ante
di vetro. Tutto parla della sua vita: dalle letture in inglese ai
testi scientifici, passando per quelli d'ingegneria meccanica.
Perché per lui produrre significa costruire.
Allora la mia fatica è stata inutile? si chiede. Non è servito a niente?
Non è bastato lavorare, creare un impero economico con quel poco
che avevo in mano, sperimentare, spingersi a fare cose che nessuno
aveva mai provato in Sicilia?
No, non bastava.
«Lo stemma, vogliono. Il sangue nobile. La rispettabilità».
Pronuncia quell'ultima parola sillabandola e ride tra sé. Una
risata cattiva, che si spegne in un ringhio.
Non ricordava che l'umiliazione avesse un sapore così acre.
La furia prende la forma di un'onda. Vincenzo soffoca un
grido, spazza via dalla scrivania fogli, registri, persino il calamaio.
Il piano di noce del tavolo accoglie una manata di rabbia.
L'inchiostro dilaga sulla minuta di una lettera indirizzata a
Carlo Filangeri, principe di Satriano. Ma ormai rimane leggibile
solo un nome: Pietro Rossi.
La collera si somma alla collera. Vincenzo ha quasi la sensazione
che il destino gli stia ridendo in faccia. «Quel fangu d'a'
tierra!» esclama, e accartoccia il foglio. L'inchiostro gli macchia
le dita, sgocciola come sangue nero, mentre il respiro stenta a
rallentare.

Pietro Rossi, il presidente del Banco Règio. Che lo tortura
con pretese inutili. Che tenta di screditarlo in ogni modo. Che
vuole spingerlo alle dimissioni. Che non gli paga il compenso
per i suoi servigi di governatore negoziante. Che lui ha cercato
d'ignorare. Ma che ormai ha consumato tutta la sua pazienza.
Qualche giorno prima, Vincenzo si era presentato al Banco Règio:
era il suo turno di raccogliere il denaro portato dai piroscafi,
registrarlo, incassare le tratte e pagare le somme dovute.
Era passata un'ora. Poi un'altra. Nessuno si era presentato.
Poco prima di pranzo, aveva ceduto alla smania. Afferrati
soprabito e cappello, si era avviato per le scale.
E lì aveva incontrato Pietro Rossi. «Dove state andando?»
gli aveva chiesto quello. Nemmeno un saluto.
«A via dei Materassai. Sono qui da tre ore a perdere tempo
e non ho intenzione di perderne altro».
Rossi - alto, sottile, baffi rigidi - gli si era parato davanti.
«Nient'affatto. Vostro è l'incarico, vostro il dovere. Rimarrete
qui fino alle tre».
«Ho già perso una mattina per stare dietro alle vostre fisime,
Rossi. Non è venuto neppure un creditore. Voi, piuttosto:
mi dovete i certificati di servizio sin dal marzo dell'anno scorso.
Senza quelli, io non posso essere pagato».
Rossi aveva spalancato gli occhi e gli aveva riso in faccia.
«Voi volete essere pagato... per cosa?»
Un impiegato che stava salendo le scale aveva rallentato,
pronto a carpire ogni frase per trasformarla in pettegolezzo.
Vincenzo l'aveva fulminato con un'occhiata e quello si era allontanato.
«In quanto governatore del Banco Règio, mi spetta
il compenso di sei onze al mese per i servigi prestati e per l'assistenza
alle operazioni di registrazione», aveva detto, con il
tono di chi vuol spiegare una cosa semplice a un idiota. «Posso
ottenerli solo se avrete la compiacenza di firmare i documenti.
Vi è chiaro o devo farvi un disegno?»
Rossi, più in basso di due gradini, lo aveva raggiunto, gli
aveva parlato in faccia. «Scordatalo».
Una rasoiata cui Vincenzo era stato incapace di rispondere.
«Tu 'un si' cosa di fare u' governatore», aveva continuato
Rossi, in un sibilo. «Puoi avere tutti i soldi del mondo, ma
non sai cosa significa lavorare per lo Stato, per un'istituzione.
A te interessano solo gli affari e lo Stato ti torna utile solo se
non ti dà impiccio in quello che fai.... Non te ne faccio una colpa,
ma allora non ostinarti a fare quello che non puoi». Gli
aveva puntato il dito contro. «Spiego io una cosa a te: il mondo
non ruota intorno a via dei Materassai, ai tuoi piroscafi e ai
tuoi prestiti».
«Se lo faccio è perché lo posso fare». Vincenzo gli aveva allontanato
il dito. «E, tu, chi minchia sei per dirmi quello che
devo fare? Ti pare che non lo so che metti i turni apposta nei
giorni dell'arrivo dei vascelli, quando dovrei stare nei miei uffici?
O che convochi le riunioni quando sono a Marsala?»
«Sono anni che accampi questa scusa. La verità la sappiamo
bene entrambi». Rossi era salito di un altro gradino, mettendosi
di traverso, come per allontanarsi. «Tu hai chi ti protegge
grazie ai tuoi picciuli, ma io ho l'orgoglio e la coscienza di ciò
che faccio. Cose che tu manco sai dove stanno di casa».
«Io il mio servizio lo faccio e tu mi devi pagare».
Rossi lo aveva contemplato, placido. «No». E se n'era
andato.
Per la prima volta da anni, Vincenzo era rimasto in silenzio.
Aveva iniziato a scrivere quella lettera che ora giaceva accartocciata
tra le sue mani, ma non aveva trovato le parole per
finirla.

Perché le frasi esprimevano troppo o troppo poco, parlavano
d'indignazione e chiedevano riconoscimenti quando invece
la parola giusta sarebbe stata una sola: odio. Sì, odio: verso
quelli che continuavano a considerarlo un arricchito, un uomo
meschino, grezzo. Quasi ci godeva ad essere sgradevole, e confermare
i loro pregiudizi. Tanto non sarebbero mai cambiati.
E come poteva descrivere a un estraneo, quale in fondo era
Filangeri, cosa lo faceva stare male, oggi? Perché quel malessere
era tornato? Come poteva spiegargli che dentro aveva un
grumo di buio che lo spingeva ad andare avanti, ancora, sempre,
ad accumulare, ingrandirsi, trovare nuove imprese? Lui,
ricco di nascita, non avrebbe mai potuto capire.
Per quanto potesse amarla e considerarsi suo figlio, Palermo
lo trattava da estraneo. Lui aveva provato a farsi accettare,
l'aveva corteggiata con la ricchezza, aveva dato lavoro, aveva
portato benessere.
Forse era questo ciò che non gli si perdonava: il lavoro. Il
potere. Gli occhi aperti sul mondo quando invece Palermo i
suoi occhi li teneva ben chiusi.
Ed è così che lo trova Ignazio, con il pugno stretto contro la
bocca, il viso tirato e feroce. Bussa con cautela, rimane sulla
soglia.
«Posso entrare?»
Il padre fa cenno di sì. Il ragazzo avanza con cautela. Guarda
il pavimento sporco di inchiostro, ingombro di fogli. Si china
per raccoglierli, ma il padre non alza neppure gli occhi e fa
un gesto secco. «Lassa iri. Che lo raccolgano le cameriere».
Ignazio rimette in ordine le carte che ha in mano e le poggia
sul tavolo. Raggiunge la sedia davanti alla scrivania, si siede.
Osserva il padre in silenzio, a lungo, prima di parlare. «La
mamma vuole sapere se verrete a mangiare».
Vincenzo scrolla le spalle. Poi, d'un tratto, fissa Ignazio,
come se si fosse accorto solo in quel momento della sua presenza.
Ripensa alle parole di Giulia. «A te non te ne fanno mali parti»,
gli dice. «Pure se sei figlio mio, non ti sparlano». Il tono perde
la sfumatura rabbiosa, si fa più calmo, quasi gentile.
Ignazio ha ascoltato la lite, sa perché la madre si è infuriata.
E si è reso conto da tempo che i suoi coetanei lo trattano con
un rispetto e una deferenza che nessuno riserva alle sorelle,
soprattutto a Giuseppina. «Io sugnu masculo, papà», gli dice
con cautela. «A me nessuno dice niente».
E in quella frase c'è la verità, l'unica. Lui è maschio, è l'erede
di Casa Florio.
La bocca di Vincenzo si solleva in un sorriso a metà tra la
sfida e la rivalsa. Si alza, gli si siede davanti. «Una volta, quand'eri
un picciriddo, t'ho trovato con un atlante geografico più
grande di te. Eri lì, e leggevi i porti, e le barche che vi
attraccavano...»
Ignazio annuisce. Era successo subito dopo l'incidente all'Arenella,
quando aveva rischiato di annegare.
«Da allora, ho fatto in modo che tu studiassi, che imparassi
non solo il latino e le altre cose di preti, ma anche l'inglese ed il
francese. E che sapessi comportarti in società. Come il figlio di
un nobile t'ho fatto istruire, non come il figlio di un
commerciante».
Ignazio non riesce a trattenere un sorriso. Ricorda le lezioni
di equitazione, quelle di galateo insieme con le sorelle, ma soprattutto
le lezioni di ballo con il maestro di musica, e si rivede
a far volteggiare la madre, che rideva, felice. Giulia non aveva
mai imparato a ballare bene.
Ma suo padre lo strappa a quei ricordi, gli stringe una spalla.
«Io, queste cose che hai avuto tu, non ce le ho avute. Nessuna.
Ho studiato, certo: mio zio Ignazio m'ha fatto ammazzare
sui libri, tua nonna te lo può raccontare ancora. Ma ad andare
a cavallo e a ballare, no, non ho mai imparato, perché non
mi servivano per lavorare all'aromateria». Si guarda le mani
sporche d'inchiostro, si appoggia sulle ginocchia con i gomiti.
Sebbene abbia quasi cinquantacinque anni, Vincenzo ha ancora
mani forti, per quanto segnate dal lavoro. Eppure non è bastato,
si ripete. Ammazzarsi di fatica, dannarsi l'anima, non è bastato
per farsi accettare da chi ha il potere vero: quello politico, quello che
conta.
«Tu puoi arrivare dove io non sono arrivato».
Dice questa frase così piano che Ignazio teme di non aver
capito. Si china in avanti, e ora le teste di padre e figlio quasi
si sfiorano. «A te saper andare a cavallo e ballare servirà, così
come ti servirà viaggiare e vedere il mondo, che la Sicilia non ti
deve bastare. Sono cose che fanno i nobili, quelli che hanno lo
stemma sulla porta... ed è lì che tu devi arrivare, capisci? Loro
a te le porte le apriranno perché tu ti puoi accattare a iddi cu' tutti
i vestita e i palazzi. Tu i picciuli ce l'hai, non sei come me, che sono
partito con quello che mi aveva lasciato mio zio. Tu puoi far
dire a Palermo e ai palermitani che i Florio non sono secondi a
nessuno».
Ignazio è disorientato. «Ma pure Angelina e Giuseppina
hanno...»
«Lassali ire». Vincenzo sbotta: «Sunnu fimmine». Si alza, costringe
il figlio a fare altrettanto. «Lo sai come mi chiamavano?
Ù facchino. Io!» Ride e, in quella risata di rabbia e rancore,
Ignazio percepisce dieci, cento pugnalate che sanguinano ancora
e che spingono suo padre a comportarsi come una bestia
ferita. Quel pensiero gli stringe il cuore.
«Tutti, tutti quelli che mi hanno disprezzato sono venuti da
me con il cappello in mano, prima o poi». Gli prende la testa,
lo fissa negli occhi. «Tu ti devi prendere quello che a me non
hanno dato. Te lo devono dare e, se non te lo danno, prenditelo.
Perché il potere non è solo questione di avere a' sacchetta china,
no, è anche dimostrarlo agli altri che si sentono megghiu di
tia. I cristiani s'hanno a quartiare quando virinu a tia. Capisti?»
Ignazio è perplesso. Ha solo quindici anni e quelle parole lo
mettono a disagio, lo confondono. Il padre non gli ha mai parlato
così, non gli ha mai permesso di guardare oltre il muro
della sua fronte accigliata.
Perché mi state dicendo queste cose? vorrebbe chiedergli, e invece
balbetta un'altra domanda. «Ma... non è meglio essere rispettati?
Un cristiano chi si scanta non sarà mai fedele...»
«La gente è sincera con chi ha il potere, Igna', perché sa che
può andare a finirgli male. E i soldi sono una delle strade per
arrivare al potere. È per questo che te lo dico: tieniti stretto
quello che hai, ma non ti fidare mai, non ti fidare di nessuno.
I fatti tuoi tieniteli per te. Pensa solo a sarvariti u' to cappotto, e
con ogni mezzo».
Ignazio esita. Non vuole che la gente abbia paura di lui, come
accade con suo padre. Quando Vincenzo Florio entra in
una stanza, c'è chi lo guarda e lo teme e c'è chi lo guarda e
lo disprezza.
Lui, invece, vuol essere rispettato per ciò che è, e non per i
soldi che ha o le terre che possiede, e prova a dirlo al padre,
prova a spiegarlo, ma ciò che ottiene è una risata carica di
amarezza.
Vincenzo si alza e si avvia verso la porta. «Ah, i danni della
bella vita! Dici così perché tu non hai mai dovuto dimostrare
niente, figlio mio. Perché quello che ti ritrovi te l'ho costruito
io, e non lo sai, non te l'immagini, quanto mi è costato». Scuote
la testa, si guarda attorno. «Se queste mura potessero parlare,
te ne direbbero di cose... Ma ora basta, lasciamo perdere.
Andiamo a mangiare».
Con un senso di timore, Ignazio nota che i capelli del padre
si stanno imbiancando. Lo osserva allontanarsi, sparire oltre la
porta. Sfiora il piano della scrivania.
Non lo sai, non te l'immagini, quanto mi è costato.
Quella frase gli è rimasta in testa. Se la stringe tra i denti, la
lascia precipitare sul fondo dello stomaco.
Ignazio ignora com'era suo padre prima di lui. Ciò che è un
uomo prima di avere un figlio è spesso un mistero che un padre
decide di custodire nel profondo e di non rivelare mai, a
nessuno. Tra il prima e il dopo c'è un limite, netto e
invalicabile.
Ignazio non può sapere quanto un figlio cambi un uomo.

«Eccellenza, che dobbiamo fare?» esordisce Vincenzo davanti
a una tazza di caffè, portata da un servitore in livrea. «Voi sapete
cosa mi sta facendo patire Rossi, eppure non fate nulla».
Il ministro Vincenzo Cassisi, ampi favoriti su un volto angoloso,
scocca un'occhiata in tralice a Carlo Filangeri, quasi fosse
lui il responsabile di quella sortita, e si concede un sorrisetto
ironico.
Per risolvere la disputa con Rossi, Vincenzo ha deciso di andare
a Napoli e chiedere udienza al cavalier Cassisi, ministro
per gli Affari di Sicilia ormai da un decennio. Un'udienza ottenuta
rapidamente grazie a Filangeri.
Il ministro scrolla le spalle. «Cosa fate voi, don Florio. Se foste
più corretto nella gestione del vostro incarico...»
La risata di Vincenzo è aspra e carica di sarcasmo. «Io? Io...
cosa?»
«Eccellenza, stiamo parlando di uno dei più importanti uomini
d'affari del regno». Filangeri interviene a voce bassa,
studiandosi la punta degli stivali lucidi. «Chiedere che abbandoni
i suoi affari a ogni schioccar di dita...»
Vincenzo lo interrompe: «Questo è il problema, eccellenza.
Non ho solo l'incarico di governatore, non sono un perdigiorno
attorniato da intendenti che gli tolgono le castagne dal fuoco.
Lo capite, vero?» Vincenzo si china in avanti, quasi a sfiorare
il braccio del ministro. Cassisi si tira indietro, a disagio.
«Sono la persona che paga più tasse in tutto lo Stato, che garantisce
ricchezza con le sue importazioni, e che rifornisce l'esercito
di medicinali e zolfo. Voi, invece, mi mettete alle strette.
Mi avete persino confiscato gli argenti che il governo rivoluzionario
mi aveva assegnato come pagamento nel 1848...» Si
ferma, prende un respiro, beve un sorso di caffè.
Sui volti degli altri due uomini c'è un profondo sconcerto.
Ma nessuno parla.
«Il governo mi deve molto», conclude Vincenzo. «Voi due
mi dovete molto».
Il ministro si alza di scatto, cercando di allontanarsi da quell'uomo
così impudente. «Questa poi.... Non solo avete sovvenzionato
i ribelli, ma osate pure chiedere un pagamento, e in
questo tono! Rossi non ha torto a pretendere le vostre
dimissioni».
Vincenzo non batte ciglio. «Oso chiedere perché so di poterlo
fare». Si appoggia allo schienale della poltrona, con le dita
incrociate sul petto. «Senza Casa Florio, cosa sarebbe il regno
dei Borbone? Pensate soltanto alla mia flotta di vascelli,
ai servigi che rendo alla Corona e alle occasioni in cui ho fatto
da intermediario tra voi funzionari e le grandi banche, perché
il re era in difficoltà e avevate bisogno di un prestito. Orsù, ditemi:
cos'ha fatto Rossi per voi?»
Il ministro Cassisi fa un altro passo indietro.
A Filangeri sfugge una smorfia.
Cassisi torna a sedersi alla scrivania. Si schiarisce la gola,
ma non parla.
Vincenzo usa il silenzio come grimaldello, perché le parole
scivolino nella mente di quei due uomini, portandoli dove lui
vuole.
Alla fine, il ministro dice: «Quindi?»
«Tre cose chiedo». Vincenzo solleva le dita. «Anzitutto voglio
che Rossi mi lasci in pace. Poi che mi dia i certificati di servizio
e infine che mi paghi. Non perché io abbia bisogno di
quella miseria che prendo come governatore. Perché io sono
io e lui è soltanto un passacarte. Lui per me non esiste, io
per lui non devo esistere».
E così accade.

«Evviva gli sposi!»
«Auguri!»
L'orchestrina attacca le note di una danza, battiti di mani ne
coprono il suono.
Gli sposi camminano vicini: lo sposo, Luigi De Pace, figlio
di un ricco armatore palermitano e socio dei Florio, saluta,
accetta le battute, le ricambia; la sposa, Angelina, minuta, timida,
sembra serena. Indossa un abito di raso e un lungo velo di pizzo
che suo padre ha fatto confezionare a Valenciennes. Accanto
a lei, la sorella Giuseppina le aggiusta il velo e l'abbraccia.
Giulia osserva la figlia maggiore. È felice per lei, prova orgoglio,
ma anche un po' di malinconia. Angelina ha ciò che lei
non ha potuto avere: una vera cerimonia nuziale. Una festa.
Una dote. Per Vincenzo, lei ha rinunciato a tutto. E, anche dopo
essersi sposati, lui non le ha mai intestato nulla, nemmeno
uno spillo. Ma non importa. Ciò che conta, ora, è che sua figlia
sia felice.
«Com'è elegante!»
«Un velo da sposa degno di una regina!»
Giulia, compiaciuta e triste insieme, si è tenuta quel complimento
per sé.
Non era stato facile convincere Vincenzo ad accettare quel
matrimonio. Era stata la madre di Luigi a chiederle un incontro.
Dopo un tè consumato tra piccole facezie, la donna - massiccia,
sopracciglia folte e mani tozze - l'aveva guardata.
«Donna Giulia, permettete una domanda sincera?»
«Dite».
«Mio marito ha sentito che il vostro, don Vincenzo, sta cercando
di maritare le vostre figlie. È vero?»
Lei si era fatta subito cauta. «Sì».
L'altra aveva incrociato le mani sul ventre, guardandola con
la fronte leggermente aggrottata, studiando ogni possibile reazione.
«Noi avremmo un figlio che potrebbe fare al caso vostro:
Luigi. Bravo picciotto, rispettoso e serio, lavoratore. Ve la
camperebbe come una baronessa. Ne volete parlare con vostro
marito?»
Ne aveva parlato con il marito. A lungo, ma non troppo.
Vincenzo poteva essere testardo, ma era anche pragmatico:
i De Pace erano armatori e avevano una fitta rete commerciale.
Non erano ricchi come loro, né erano nobili, però avevano
quello spirito imprenditoriale aperto che lui stimava sopra
ogni cosa. Così, nel giro di poco tempo, era stato raggiunto
l'accordo per la dote ed erano state fissate le nozze.
Giulia annuisce tra sé. Angela, la sua Angelina, ha trovato
un uomo che si prenderà cura di lei. Luigi è poco meno che
trentenne, sembra buono, paziente. Le ha donato una parure
nuziale di oro e smeraldi.
Su quel matrimonio, per Giulia, c'è un'unica nube.
Qualche giorno prima, Angelina, con l'aiuto della cameriera,
si stava togliendo l'abito da sposa indossato per l'ultima
prova con la sarta. Giulia l'aveva guardata nello specchio, ne
aveva seguito i gesti con amore, come se volesse conservarli.
Sarebbero stati gli ultimi giorni in cui quella figlia tanto amata
e voluta era a casa con lei.
La ragazza aveva incrociato il suo sguardo. «Che avete, mamà?»
le aveva chiesto, vedendo gli occhi della madre lucidi di
pianto.
Giulia aveva mosso la mano, come a scacciare un pensiero.
«Niente. Sei bella, sei una donna e...» Inghiotte a vuoto. «Pensavo
a come mi sei cresciuta davanti, a com'eri quando sei nata,
una cosina che mi stava sempre attaccata. E ora ti mariti».
Angelina aveva afferrato la vestaglia e si era rivestita subito,
come se si vergognasse. «Io me lo ricordo, quel tempo. Stavo
sempre attaccata a voi perché mio padre non c'era e, quando
veniva, mi allontanava. Quasi non lo conoscevo». Aveva parlato
senza guardarla. «Per lui, io e Peppina siamo sempre state
un fastidio».
Giulia le era corsa accanto, l'aveva abbracciata. «Ma no, che
dici? Lo sai che tuo padre ha un brutto carattere. Ma vi è affezionato,
darebbe la vita per voi».
Angelina le aveva messo la mano sul braccio. «Mio padre è
affezionato ai soldi, mamà, e a voi, forse. Ma non a me ed a Giuseppina.
C'è una sola persona cara al suo cuore ed è Ignazio».
Nel suo tono, non c'era rammarico, ma semplice accettazione
di uno stato di fatto che, per quanto doloroso, non poteva essere
cambiato in nessun modo. «E, se devo dirla tutta», aveva
concluso, con un sospiro, «sono felice di sposarmi perché almeno
così potrò avere una famiglia e dei figli miei, che mi
ameranno per quella che sono».
A quel ricordo, il sorriso di Giulia si affievolisce. Angelina
ha accettato di sposarsi per lasciare quella casa, e lei lo ha capito.
Ha barattato l'amore con la speranza di una vita migliore.
Ma forse... Sbircia verso gli sposi. Luigi è premuroso, le porge
un calice di champagne, non le lascia la mano. Lei ride e
sembra davvero serena. Giulia spera che tra i due ci sia già
un po' di tenerezza. Non amore: quello - se verrà - arriverà
con il tempo. Saranno due buoni compagni di vita, si dice. O almeno
lo spera.
Si volta, cerca con lo sguardo il marito. È stato nervoso per
tutti i giorni che hanno preceduto la cerimonia. Lo trova a confabulare
in un angolo del cortile con altri uomini. Affari,
sicuramente.
Fa un cenno alla governante, perché inviti gli ospiti a entrare
nella villa, così da iniziare il banchetto di nozze.
Come sempre, tutto deve essere impeccabile.
Anche Ignazio, sedici anni e una massa di capelli scuri, osserva
la sorella e il cognato. Solleva il calice pieno per metà verso
Angela e lei risponde al sorriso mandandogli un bacio con la
punta delle dita.
Spera che sìa felice; e glielo augura con tutto il cuore. Angelina
è sempre stata gelosa di lui, si sono pizzuliati per anni, e
spesso lo ha accusato di essere il favorito del padre. È stata infelice
ed arrabbiata per molto, troppo tempo.
Che tu possa essere finalmente serena, le augura lui con lo
sguardo. Che tuo marito sia un buon socio per gli affari di Casa Florio,
così com'è stato suo padre.
Prende un altro sorso. Champagne francese, acquistato a
casse tramite la mediazione di Monsieur Deonne, l'uomo di fiducia
di suo padre in Francia. Nella sala e lungo la teoria di
stanze, cesti di gigli, rose e pomelie, il fiore che è quasi un simbolo
di Palermo, liberano un profumo così intenso da lasciare
storditi.
Nella sala dov'è stato allestito il buffet, l'argenteria splende
come dotata di vita propria. Ovunque, camerieri pronti a versare
il vino.
I Florio hanno speso molto per questa festa di nozze. «Che
se ne parli per mesi», aveva dichiarato Vincenzo, mentre Giulia
stilava la lista degli invitati a labbra strette. «Le feste dei
Florio devono entrare nella leggenda».
E Ignazio ha sentito ancora una volta l'astio di suo padre
fremere sotto quel tono trionfante.
Quasi non si accorge di Carlo Giachery che si è avvicinato
per salutarlo. «Ignazio! Complimenti davvero per la festa.
Tuo padre non ha badato a spese, una volta tanto!»
Gli stringe la mano. Quell'uomo dalla voce forte e dallo
sguardo acuto è stato una presenza costante nella sua vita,
ed è forse l'unica persona che può definirsi amico di suo padre.
Perché Vincenzo Florio ha soci in affari, non amici. E questo,
lui, Ignazio, lo ha imparato presto. «Sapete com'è fatto: tutto
alla perfezione oppure nulla».
Attraversano le stanze, chiacchierano degli ospiti e del nuovo
mulino per il sommacco che Vincenzo ha fatto costruire a
ridosso della tonnara. «Solo tuo padre poteva farmi mettere
un mulino accanto a una villa!» ride Giachery. «Per lui, Casa
Florio prima di tutto».
Il mulino - è vero - è una nota dissonante in quel golfo. Una
costruzione che nessuno voleva, a cominciare dagli abitanti
dell'Arenella per finire con Giulia, che detesta come la polvere
di sommacco finisca in casa.
Ma suo padre, con una caparbietà che rasentava la rabbia, lo
aveva fatto costruire.
È sempre carico di rabbia, suo padre. Anche ora.
Lo scruta. No, si corregge, pizzicandosi il labbro. È contrariato,
glielo legge in viso: la ruga tra gli occhi, la bocca che s'increspa
in una piega rigida... Angela si è sposata con la sua benedizione,
è vero, e Luigi è un buon partito. Ma non è il
migliore.
Suo padre ha ottenuto sempre tutto ciò che voleva, salvo ciò
che aveva desiderato di più. È a lui che spetta ottenere quei risultati
che il grande Vincenzo Florio non ha potuto né potrà
raggiungere.
Si allontana dalla finestra accanto cui è rimasto fino ad allora.
Prende un bicchiere di champagne e si avvia verso il mare,
sugli scogli. Cerca la solitudine ed il silenzio, lontano dagli invitati.
È un Florio, certo, ed è il fratello della sposa, ma vuole
conservare per sé un briciolo di libertà.
Quasi non sente i passi della sorella Giuseppina che lo sta
cercando. «Igna'...» lo chiama, sollevando il bordo del vestito
di seta ricamata perché non si sporchi. «La mamma ti cerca.
Vuole sapere che hai, e dice che tra poco si ballerà insieme
con gli sposi».
Il fratello non si volta e lei gli posa una mano sul braccio.
«Che è, stai male?»
Lui fa cenno di no con la testa. Un ricciolo ricade sulla fronte.
«Ma no, Peppina. È che...» Agita la mano in un gesto annoiato.
«Troppa confusione».
Ma Giuseppina non accetta quella risposta. Lo guarda con
intensità. Hanno quasi la stessa altezza, e occhi che si rispecchiano
e sanno leggersi.
«A volte immagino cosa sarebbe stata la nostra vita se fossimo
stati diversi», mormora lui. «Se non avessimo avuto tutto,
se avessimo potuto scegliere. E invece siamo stati costretti a
vivere così, sotto gli occhi di tutti». E indica la torre alle sue
spalle.
Giuseppina sospira, lascia andare l'abito. La stoffa rosa si
vela di polvere e di schizzi di acqua salmastra. «Non saremmo
stati i Florio», replica, anche lei a bassa voce. Poi si guarda le
mani ingioiellate. Alle orecchie porta i fioccagli di corallo che la
nonna le ha regalato qualche settimana fa, dicendole che glieli
aveva comprati suo nonno Paolo più di cinquant'anni prima.
Non sono preziosi, ma per lei hanno un grande valore.
«Saremmo stati più poveri. Forse i nostri genitori non si sarebbero
mai incontrati».
«Non so se sarebbe stato un male. Non per nostra madre e
nostro padre, capiscimi. Oggi, magari avremmo festeggiato un
matrimonio con una bicchierata alla buona e non con uno
champagne francese». Ignazio ruota il bicchiere tra le dita.
Poi, con lentezza, come se stesse celebrando un rito, versa il liquido
nel mare. «Nostro padre ha scelto cosa voleva fare, chi
voleva essere. Lo ha fatto a suo modo, con una forza che non
ha lasciato scampo a nessuno. E noi siamo stati costretti a seguire
la strada che lui ha tracciato. Lo abbiamo fatto tutti, a
partire da nostra madre».
Giuseppina non dice niente. Osserva il fratello che svuota il
bicchiere, ne studia il bel volto e ci trova una sorta di strana tristezza,
sì, come se lo sguardo di Ignazio si fosse posato su una
scena straziante e lui non potesse intervenire. E quella luce fatta
d'impotenza ha il sapore delle cose mai vissute. È una malinconia
che trasforma le parole non dette in sospiri.

Vincenzo non si ferma un istante e passa da ospite a ospite. È
una festa di nozze sontuosa, benedetta da un sole che ha colorato
quel 1º aprile 1854 con un velo dorato.
Saluta i Pojero, suoi nuovi soci nei trasporti marittimi,
Augusto Merle e la famiglia, Chiaramonte Bordonaro e Ingham,
che ha portato con sé il nipote, Joseph Whitaker. Con tutti
scambia una battuta, li ringrazia; brinda con il consuocero,
Salvatore De Pace. Parlano di navi, di affari, di appalti, di tasse.

Ma c'è un crocicchio di persone fermo in disparte. I camerie-
ri hanno avuto ordine di servirle per prime, e lui in persona è
andato a riceverle. Non si mescolano con gli altri, e hanno uno
sguardo opaco, di distacco. Non partecipano alle discussioni
che infervorano la tavolata se non quando sono chiamati in
causa.
Tutto, nei loro gesti e nelle risposte sfuggenti, persino la leggera
inclinazione della testa indicano un disagio. Studiano la
volta della sala dei Quattro Pizzi, soppesano gli arredi, ne valutano
il costo e non riescono a nascondere quel misto d'invidia,
ammirazione e fastidio che li anima, anche se celato da un
atteggiamento blasé. E Vincenzo, che è sempre stato abile a leggere
le persone, lo comprende perfettamente.
Oggi, rabbia e trionfo hanno lo stesso sapore.
Non se lo spiegano, si dice, osservandoli con la coda dell'occhio.
Non riescono a capire come sia arrivato fin qui. Ma come possono
capirlo? Sono aristocratici, loro. Hanno alle spalle secoli di privilegi.
Nobili di sangue che non disdegnano di mescolarsi a chi ha fatto
i soldi, come me; che provano a buttarsi nel commercio. Ma a guardarmi
in maniera diversa non ce la fanno. Non lo sanno che non c'è
un solo momento in cui io ho smesso di pensare al mio lavoro, al mare,
alle navi, ai tonni, al sommacco, allo zolfo, alla seta, alle spezie. A Casa
Florio.
Ordina un altro giro di champagne.
Avranno anche il titolo e lo stemma sul portone, ma non
hanno quello che lui possiede.
Non si ferma a pensare che pure lui non avrà mai ciò che
loro hanno. Non vuole. Per quel giorno, il buio acquattato
nel fondo dell'anima deve restare immobile, lontano.
È solo dopo un po' che il principe Giuseppe Lanza di Trabia
si avvicina. È un uomo ormai anziano. Ha gesti misurati, come
se dovesse limitare gli sforzi, una voce pacata. «Una festa di
nozze sfarzosa invero, don Vincenzo. Devo farvi i miei
complimenti».
«Per mia figlia e mio genero, solo il meglio». Alza il bicchiere,
brinda, mentre la coppia al centro della sala danza con mosse
impacciate, segno di un'intimità che ha appena iniziato a
crearsi. Subito dopo, alcuni invitati li imitano.
«Avete fatto un buon matrimonio». Il principe di Trabia fissa
il liquido nel calice. «Adeguato. Sarà un'unione felice».
Parole che sembrano gocce di veleno.
«Grazie».
Poi, di colpo, l'altro si schiarisce la voce. «Come procedono
gli affari con la vostra società di navigazione?»
«Bene». Vincenzo attende. Un uomo come il principe non
fa domande a caso.
«Siete stato previdente a organizzarvi da voi, a crearvi la
vostra compagnia di navigazione. Purtroppo, dopo la sfortunata
esperienza del Palermo...»
«La sfortuna c'entra poco, principe. Sono stati gli scontri
con i napoletani a causarne l'affondamento. Se il governo rivoluzionario
non l'avesse requisito... ma è successo. Pace, non ci
si può far nulla».
«Sì, ma di fatto voi siete l'unico con una flottiglia mista, di
legni e vapori». L'occhiata è eloquente. «Voi non siete uomo
da fermarvi alla prima difficoltà. Avete acquistato un vapore
a Glasgow, mi pare si chiami Corriere siciliano, giusto? Se ne dice
un gran bene, e a Napoli vi tengono d'occhio. Avete navi che
percorrono tutto il Mediterraneo e rispettano i tempi di consegna,
cosa che i piroscafi napoletani non sempre sono in grado
di fare. Insomma probabilmente siete l'unico che può ottenere
le convenzioni per il servizio postale».
Vincenzo si volta. Lentamente. «La privativa, intendete?»
Di colpo vorrebbe essere altrove, non in una sala gremita e vociante,
per poter parlare in libertà.
Il principe di Trabia fa appena un cenno. «Ne ho sentito
parlare a corte l'ultima volta che sono stato a Napoli. Non è solo
una diceria: il re non riesce più ad assicurare il servizio per
la nostra isola e quindi...» Tira fuori dal taschino l'orologio: un
oggetto raffinato, il piccolo capolavoro di un artigiano francese.
Lo osserva, accarezza il piatto smaltato. «Badate bene, ve lo
dico perché, come vi accennavo, ritengo che non siano in molti
a potersene occupare, qui in Sicilia. E soprattutto perché un simile
appalto non deve finire nelle mani dei napoletani. Sarebbe
una perdita incalcolabile per Palermo e la Sicilia intera; soldi
che rimarrebbero a Napoli e che invece potrebbero essere
impiegati qui nell'isola, per dare lavoro. Ma, soprattutto, ci
troveremmo a dover fare i conti con un servizio che finirebbe
per mettere l'isola in una posizione ancora più marginale.
Troppe e troppo negative sarebbero le conseguenze per noi siciliani.
Capite?»
«Perfettamente».
«Bene». Il principe di Trabia alza la testa, ammira la volta
dipinta. «Alla fine, ve lo siete creato, il vostro palazzo, don Vincenzo.
Non sarete un nobile, ma questa dimora è degna di un
re». Gli stringe il braccio. «Pensate a ciò che vi ho detto. Fate i
passi necessari».
Il principe di Trabia si allontana tra le coppie che ballano,
passando accanto a coloro che sono seduti contro le pareti.
Vincenzo, invece, si copre le labbra con la mano, si avvicina
alla finestra. La voce sulla privativa del servizio postale gira da
un po'. Ma quello sembrava: una chiacchiera.
E invece.
Osserva il principe raggiungere la carrozza, andare via. Riflette,
febbrile, mentre intorno a lui la musica incalza e i bicchieri
vengono innalzati in nuovi brindisi. Sopra di lui, la volta
dipinta del salone dei Quattro Pizzi raccoglie voci e umori.
L'esclusiva del servizio postale attraverso i suoi vascelli può
significare un rapporto diretto con la Corona in Sicilia. Per non
parlare dei soldi. Di molti soldi.
In una parola, quell'esclusiva significa potere.
...
SABBIA. maggio 1860 - aprile 1866.

Cent'anni d'amuri, un minutu di sdigno.
«Cent'anni d'amore, un minuto di collera».
AUGURIO SICILIANO.

I fermenti rivoluzionari siciliani covano sotto la cenere, rinfocolati
da una vivace attività pubblicistica clandestina e da alcuni
- falliti - tentativi di rivolta popolare. I nobili più avveduti e gli
intellettuali borghesi sono invece attratti dall'idea di coinvolgere
il re di Sardegna, Vittorio Emanuele II, nell'impresa di affrancare
l'isola dalla sudditanza borbonica. Sarà la determinazione di
Francesco Crispi a riunire questi elementi: illustra al generale
Giuseppe Garibaldi la possibilità di un'insurrezione «esterna»
che, sostenendo i ribelli siciliani, abbia come obiettivo ultimo
quello di unire l'Italia. E, per convincerlo, gli dimostra che, a Palermo,
l'insurrezione è ormai iniziata (si tratta della rivolta della
Gancia, orchestrata dallo stesso Crispi e durata dal 4 al 18 aprile
1860). Senza l'appoggio esplicito del re, Garibaldi e i suoi Mille,
combattenti volontari in camicia rossa, partono da Quarto il 5
maggio 1860, sbarcano a Marsala (11 maggio) e infine entrano
a Salemi (14 maggio), dove Garibaldi si proclama dittatore della
Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II. Il 28 maggio entrano a
Palermo, accolti da liberatori, e il 7 settembre giungono a Napoli.
L'incontro fra Garibaldi e Vittorio Emanuele II, a Teano, il 26
ottobre, segna l'inizio del Regno d'Italia.
Dopo l'unificazione, tuttavia, i funzionari del Regno di Sardegna
estendono all'Italia meridionale e all'isola il loro sistema legislativo,
economico, fiscale e commerciale senza nessun adattamento
e rifiutano ogni mediazione. Tra i nobili serpeggia il malcontento:
non sono riusciti a mantenere intatti i loro privilegi e
sono stati depredati della loro identità culturale. Il popolo continua
a soffrire per un'economia che versa in condizioni difficili e
che pare non avere possibilità di miglioramento.
E così la Sicilia torna ad essere una terra di conquista.

La costa occidentale della Sicilia è un alternarsi di scogli
e spiagge sabbiose. Un ecosistema vario, dalla morfologia
mutevole e dal paesaggio ricchissimo.
Solo nella zona del marsalese le spiagge diventano una presenza
costante: sabbia sottile, particolarmente farinosa, portata
dal mare attraverso il varco di San Teodoro dinanzi all'Isola Lunga,
un luogo di una bellezza commovente. È nella zona di Marsala
che si trova lo Stagnone, una delle aree lagunari più ricche
dell'isola. Porto dei fenici, rifugio dei greci, emporio dei romani.
Nello Stagnone, grazie alla presenza delle saline - un sistema
di vasche usate per la raffinazione del sale marino tramite
l'evaporazione dell'acqua -, il clima rimane quasi sempre costante
e la salinità non subisce alterazioni.
Non è un caso che le cantine del marsala nascano a poca distanza
da queste spiagge basse e sabbiose. Non è un caso che la
sabbia entri nei cortili, invada i magazzini, si accumuli sulle
botti.
Il mare, la componente calcarea della sabbia, la temperatura
costante sono ciò che hanno reso tale questo vino liquoroso,
nato per caso e diventato il sapore di un'epoca.
Perché la sabbia che si deposita sui coppi di terracotta che
coprono il sale è la stessa che mulina tra le bottiglie lasciate
a riposare nelle viscere delle cantine. È una sabbia che porta
in sé granelli di sale, che ha il profumo del mare.
È lei che regala quel sapore secco, quell'incertezza che confonde,
quel gusto appena accennato di mare a un vino che,
diversamente, sarebbe un vino dolce come tutti gli altri.

Ignazio e Vincenzo si guardano, muti, l'uno di fronte all'altro.
Il padre è seduto alla scrivania, il figlio è in piedi. Fuori è ancora
buio.
Lì vicino, Giulia.
«Potrebbe essere una buona idea, Ignazio», dice lei, conciliante.
«Partire per qualche settimana... Tua sorella Giuseppina
sarebbe lieta di ospitarti. E poi, ricordo che l'anno scorso sei
tornato entusiasta di Marsiglia».
Ma Ignazio fa cenno di no, a testa bassa. «Giuseppina e suo
marito sono molto generosi, maman. Ma non partirò: starò a Palermo
con voi e mio padre. È questo il mio dovere. Casa Florio
ha bisogno di me, ora più che mai».
Solo allora Vincenzo sembra scuotersi dalla sua immobilità.
Ha sessantun anni ed è molto appesantito dall'età. Le borse
sotto gli occhi, lascito di notti insonni, lo fanno sembrare più
anziano. «E sia. Rimarremo qui». Tende la mano a Giulia e
lei la prende, la chiude nelle sue.
Lei non può far altro che accettare. Una cosa ha capito a sue
spese: se un Florio decide una cosa, niente e nessuno potrà fargli
cambiare idea. Troppo è l'orgoglio, e ancor più grande è la
testardaggine.
Ignazio si congeda, li lascia soli. Vincenzo, sovrappensiero,
si sfrega la barba spruzzata di grigio.
La verità? Non ha il coraggio di ammettere di avere paura.
Oh, non per sé. Per suo figlio.
Il tempo si sta arrotolando su se stesso, precipita in un futuro
che nessuno sa comprendere. Una strana inquietudine vibra
nell'aria e la fa gonfiare, rendendo tutti sospettosi, incerti,
spaventati.
Era cominciato tutto meno di un mese prima, all'inizio di
aprile del 1860. Da troppo tempo gli animi erano esacerbati
dalla politica dei Borbone, fatta di soprusi, di tasse elevate,
di arresti arbitrari e di processi farsa. Tanti erano stati i segnali,
tante piccole scosse che sembravano presagire un cataclisma.
Prima, una rivolta a Boccadifalco; poi, due giorni dopo, la ribellione
della Gancia, il grande convento dei francescani nel
cuore di Palermo. I frati avevano addirittura dato rifugio ai rivoltosi,
ma poi un frate pavido aveva fatto la spia e i soldati
avevano accerchiato la chiesa e il convento, chiudendo ogni
via di fuga ai ribelli. In tredici erano stati fatti prigionieri,
più di venti erano morti. Le campane che i frati avevano suonato
per chiamare alla rivolta la città si erano trasformate in
campane a morto. Solo due uomini si erano salvati ed erano rimasti
nascosti per giorni in mezzo ai cadaveri della cripta.
Infine erano usciti attraverso una feritoia nel muro della chiesa,
aiutati dalle donne del quartiere che, per distrarre i soldati,
avevano inscenato una lite.
Era stata l'ultima di tante piccole ribellioni o l'avanguardia
di qualcosa di più grosso? Nessuno poteva dirlo. In città, c'era
chi metteva al sicuro i propri averi e mandava lontano la famiglia.
Altri, invece, si limitavano ad aspettare.
Un fatto era certo: dei Borbone, la gente non ne poteva più.
Vincenzo si alza, va accanto alla moglie. Non c'è bisogno
che dica cosa prova perché lei gli legge l'anima.
«Sarei stata più contenta se lui fosse partito», dice Giulia, la
voce tesa di preoccupazione.
«Lo so». Vincenzo scuote piano la testa. «Continuo a pensare
a quel picciotto, quello che hanno ammazzato dopo la rivolta.
Che mala fine ha fatto!»
Giulia gli stringe il braccio. «Sebastiano Camarrone, dici?
Quello che era sopravvissuto al plotone?»
Lui fa cenno di sì.
Era successo qualche giorno dopo il fallimento della ribellione.
Perché fosse chiaro a tutti cosa si rischiava a sfidare i
Borbone, i prigionieri - poco più che ragazzi e non ancora uomini -
erano stati fucilati in piazza, davanti ai parenti. Ma Sebastiano
Camarrone, miracolosamente, era sopravvissuto.
Ferito, certo, ma vivo.
A Vincenzo avevano raccontato che la madre aveva provato
ad avvicinarsi, che aveva chiesto a gran voce il perdono del re
per il figlio. Perché così diceva la legge: chi sopravvive al plotone,
deve aver salva la vita.
Invece gli avevano sparato in faccia.
Alla fine, i soldati avevano stipato a forza i cadaveri in quattro
bare. Le strade della città erano ancora macchiate dal sangue
gocciolato dal carretto usato per trasportarli alla fossa comune.
Nessuno aveva voluto lavare via quella striscia scura.
«Non ci posso pensare», sibila Vincenzo. «Era uno come
nostro figlio; intelligente, aveva pure studiato. E 'sti cornuti
lo hanno ucciso senza pena né pietà».
Vincenzo non è facile all'indignazione. Eppure questa volta
sente il disgusto far breccia nell'indifferenza.
«Sono stati dei cani». Giulia si copre il viso. «Continuo a
immaginare lo strazio di quella povera madre. Per questo
avrei voluto che Ignazio andasse via, perché non si può mai sapere
cosa succederà». Si gira, guarda verso la porta. «Noi abbiamo
fatto la nostra vita, ma lui...»
Il marito le passa un braccio intorno alle spalle, le bacia la
fronte. «Lo so. Ma ha deciso così».
Lei sbuffa. «Il fatto che Ignazio sia una testa dura come te
non mi rassicura».
Si scioglie dall'abbraccio di Giulia, va nella sua stanza per
finire di prepararsi. Fa chiamare il figlio, perché si sbrighi e
chiede allo stalliere che la loro vettura sia scortata da servitori
armati.

La carrozza che li porta a Palermo esce dalla villa dei Quattro
Pizzi all'alba. Ancora una volta, Vincenzo ha scelto di trasferirsi
lì anziché restare a via dei Materassai. La villa, con le sue
mura e l'accesso al mare, è più facile da difendere.
Il freddo si leva a spirali dal mare, s'infila sotto i paltò,
facendo rabbrividire i due uomini.
Vincenzo prende posto davanti al figlio. Lo osserva nella
penombra dell'abitacolo. Fronte alta, mascella volitiva, Ignazio
somiglia molto a suo padre Paolo. Ma non ha il suo carattere.
Oh, sì, è gentile, e charmant. È stato ammesso al Casino delle
dame e dei cavalieri, lui, unico tra tutti i Florio a essere accettato
nel circolo aristocratico più esclusivo della città. È un giovane
intelligente, ha savoir faire e una grazia naturale ereditati
da Giulia. Ma ciò che il padre ammira di più, in lui, è la sua
disarmante freddezza.
«Tua madre è preoccupata. E a ragione». Con due dita scosta
la tenda che copre il finestrino. «Tu eri piccolo quando è
scoppiata la rivolta, dodici anni fa, e io ci finii nel mezzo.
Sarebbe davvero meglio che tu andassi a Marsiglia. Mi sentirei
più sicuro sapendoti lontano da qui, dove potrebbe succedere
di tutto».
«Preferisco rimanere». Il volto di Ignazio è risoluto. «Avete
bisogno di un aiuto a gestire l'impresa e io conosco parecchia
gente da cui potrò avere notizie di prima mano su ciò che avverrà
nelle prossime ore».
«Lodevole». Il padre si distende contro lo schienale, incrocia
le mani sulle ginocchia accavallate. «Hai ventun anni e sai
già come comportarti. Pensavo che l'idea di andare un po' in
Francia ti sarebbe piaciuta, specie in questo momento, e invece...
E pensavo pure che là potevi trovarti qualche bella femmina
francese con cui ingannare il tempo in attesa che passi la
tempesta. Del resto, m'immagino che uno comu a' tia non sia rimasto
a taliàrisi negli occhi con le amiche delle tue sorelle».
Ignazio, di colpo, arrossisce. Suo padre non nota il fremito
delle labbra che si stringono, né il respiro trattenuto che gli fa
gonfiare il petto.
Solo lui sa quanto gli è costato respingere la proposta di andare
in Francia. Perché lui vorrebbe tornare là. Lo vorrebbe sopra
ogni cosa. Ma non può e non deve.
Per un istante, si lascia travolgere da quel ricordo doloroso,
tagliente come un pezzo di vetro di cui non si può fare a meno
di ammirare la bellezza, la luminosità, il riflesso. Riccioli biondi,
una mano inguantata, una testa che s'inclina per nascondere
le lacrime per una partenza. Poi lettere, tante.
Nessuno deve sapere cos'è accaduto a Marsiglia. Men che
meno suo padre.
Quel padre che, adesso più che mai, ha bisogno di lui. Quel
padre sempre più massiccio, sempre più stanco, sempre più
vecchio.
Ignazio non potrebbe mai venir meno ai suoi doveri, né deluderlo.
Non è quello che ci si aspetta dall'erede di Casa Florio.
Vincenzo nota il rossore del figlio, ma lo scambia per imbarazzo.
Ignazio è sempre stato molto riservato sulle sue amicizie
femminili. Gli dà una pacca sul ginocchio. «Ah, figghiu meo.
Ù sapia chi sì un masculazzo, tu». Le sopracciglia si inarcano in
segno di complicità.
A fatica, Ignazio annuisce.
«Vabbè, lassamu iri i fimmine e pinsamo a nuautri. Senti qua, ti
dico che dobbiamo fare».
Il figlio abbandona i ricordi in un angolo, com'è ormai abituato
a fare. Lo guarda, ascolta.
«Nel 1848 abbiamo subìto una pesante battuta d'arresto;
quasi non si commerciava più e le tasse che ci avevano messo
i napoletani stavano distruggendo l'economia. Oggi gli interessi
in gioco sono molto più complicati. E infatti è da un pezzo
che, tra le famiglie di nobili e commercianti, girano emissari
dei Savoia. Hanno provato a contattare anche me, io ho preferito
non incontrarli, non subito... Prima voglio capire che succede.
C'è troppo disordine e, con le truppe borboniche ammassate
a porta Carini, c'è poco da fare. Iddi, i Borbone, s'aspettano che i
garibaldini entrino di lì, ma nessuno lo ha detto davvero. La città
è sotto assedio. Dovremo tenere gli occhi ben aperti, capire da
che parte soffia il vento ed essere pronti ad approfittare delle
situazioni che si presenteranno. Non dipende più solo dai siciliani,
ormai. I Savoia vogliono prendersi la Sicilia e tutto il regno
e stavolta troveranno il modo di farlo perché avranno chi li aiuterà
qui. Hanno già la Toscana e l'Emilia. Ma qui non lo sanno
cosa li aspetta... Troppe incertezze, troppi interessi in gioco».
Ignazio torna a guardare fuori. «Faremo ciò che è necessario
per proteggere la nostra Casa».
E quella frase a Vincenzo basta.

Rimasta nella villa insieme con la servitù e la suocera, Giulia è
angosciata, irrequieta. Attraversa le stanze, un fazzoletto in
una mano e le chiavi nell'altra, arriva fino alla stanza di Giuseppina.
Davanti alla porta, sosta una domestica.
«Si è alzata?» chiede.
La servetta, giovane ma dal fisico robusto, abbandona il lavoro
di cucito. Il suo accento racconta delle Madoníe, la pelle
rossa di lunghe giornate trascorse al sole. «Sì, signora. Mangiò
senza fare storie ed ora è messa nella poltrona, al solito suo».
Giulia entra. Nella stanza c'è un profumo di rose fresche che
non riesce a mascherare del tutto il tanfo dolciastro della
vecchiaia.
Giuseppina è in poltrona. Canta una canzone a mezza bocca,
parole incomprensibili in calabrese stretto. Da alcune settimane,
alterna momenti di lucidità a giorni in cui il mondo si
capovolge, in cui i fantasmi di più di ottant'anni di vita tornano
a essere realtà.
Un occhio è vacuo, spento da un velo che nessun medico ha
saputo curare. Non esiste cura per la vecchiaia.
Giulia inghiotte un grumo di saliva e panico. La sensazione
di angoscia si moltiplica. Allunga la mano per farle una carezza,
la ritira. La pietà che prova è troppa, la paralizza. «Donna
Giuseppina... Gradireste uscire?»
A fatica, Giuseppina si alza, il corpo piegato dall'artrosi. La
serva le copre le spalle con lo scialle, mentre Giulia la prende
sottobraccio.
Camminano lungo i corridoi della villa. Come succede spesso,
da qualche tempo, Giulia inciampa nel pensiero che non
è la morte a cancellare ogni colpa e purificare la memoria, bensì
la malattia. In un certo senso, vedere la suocera invecchiare
l'ha ricompensata del male ricevuto, e le ha insegnato la compassione.
Non nutre più neanche un vago spirito di vendetta.
Si dice che esiste una misteriosa giustizia nell'ordine delle cose,
un equilibrio che segue regole sconosciute.
Scendono nel cortile, lì dove Vincenzo ha fatto sistemare alcune
poltrone ed un tavolo. Il mare è un sottofondo gentile.
Giulia scrive spesso alla figlia Giuseppina, che vive a Marsiglia
insieme con il marito, Francesco, figlio di Augusto
Merle, socio in affari di Vincenzo da lunghissimo tempo.
Anche questo, come quello di Angela, è un matrimonio sereno e
ricco. Angelina ha già tre figli; Giuseppina, invece, ha partorito
il secondo da poche settimane. Sebbene le lettere della figlia
tradiscano la nostalgia per Palermo e per la famiglia, Giulia
sa che è una sposa appagata.
Maggiore è il timore per Ignazio, che sembra così controllato,
cosi duro. Si chiede dove sia finito il suo «principe bambino»,
quel ragazzino curioso e pieno di entusiasmo per ogni cosa. È diventato
un giovane uomo dalla gentilezza disarmante e dall'anima
inflessibile, forse persino più del padre. Come se dovesse obbedire
a una regola che si è autoimposto, Ignazio è rigoroso anzitutto
con se stesso. Ed è questo che Giulia teme. L'inflessibilità.
La serva riprende a cucire. Giuseppina, invece, sonnecchia,
e ogni tanto produce strani suoni o pronuncia frasi spezzate.
Poi, d'un tratto, afferra la mano di Giulia. La penna schizza
sul foglio, produce uno sgorbio. «Tu lo devi dire a Ignazio che
ho sbagliato, che ho avuto una vita sola. Glielo devi dire tu, hai
capito?» Giulia non capisce di chi stia parlando, se del figlio o
di quello zio che lei non ha conosciuto. Poi vede le ciglia della
suocera imperlarsi di lacrime. «Io a lui volevo bene. Era lui che
dovevo sposare, ora lo so. Gli volevo bene e non gliel'ho mai
detto, ma lui era il fratello di mio marito. E ora voglio che lui lo
capisca, che uno si deve maritare bene non per i soldi, ma perché...»
La donna scoppia in singhiozzi, grida, si dibatte. Non
riescono a placarla. La cuffia che trattiene i capelli cade a terra,
le labbra si stirano sui denti.
Di slancio, Giulia l'abbraccia. «Lui lo sa», le dice all'orecchio
per calmarla. «Lo sa». Sente le lacrime pungerle le palpebre.
Le storie che le ha accennato Vincenzo, su quello strano
amore tra cognati, trovano conferma. Con dolcezza la fa alzare,
le asciuga le lacrime, la guida verso la sua camera. Lì la mette a
letto e ordina che le venga somministrato un calmante.
L'ultima cosa che pensa, mentre si chiude la porta alle spalle,
è che lei, almeno, sa di aver fatto la scelta giusta con Vincenzo.
Anche se ha dovuto attendere anni.

Lungo le mura, tra le strade che si affacciano sul Cassaro fino
al mare, nell'ombra delle piazze, oltre i bastioni sbrecciati dalle
cannonate, il tempo è immobile. Dal mare, arriva un profumo
di alghe secche; dalle montagne, quello delle zagare in fiore.
Sembra quasi che Palermo lasci che le cose le accadano addosso.
Che sia spettatrice di se stessa. E invece no, perché Palermo
è soltanto addormentata. Sotto la pelle di sabbia e pietra,
c'è un corpo che pulsa, una corrente di sangue e segreti.
Pensieri che vibrano da una parte all'altra.
E i pensieri, adesso, formano un nome: Garibaldi. Che ha dichiarato
di prendere, a nome di Vittorio Emanuele II, re d'Italia,
la dittatura in Sicilia, che ha chiamato il popolo dell'isola
alle armi, che ha già occupato Alcamo e Partinico...
Ma la ferita della Gancia brucia ancora. E in città si è sparsa
la notizia che Rosolino Pilo, accorso in aiuto di Garibaldi, è
morto combattendo a San Martino delle Scale, a neanche venti
chilometri da Palermo.
Vincenzo Florio non può sapere cosa succederà, ma s'infila
negli uffici del Banco Règio con una borsa e una decisione. Ha
lasciato Ignazio a via dei Materassai. Non vuole che sia
coinvolto.
Una rampa di scale.
In qualità di governatore negoziante, controlla, confronta
dati, acquisisce informazioni. Ordina che il denaro contante
- tutto - sia trasferito nella cassaforte e, con esso, le tratte cambiarie.
Non appena la crisi finirà, il denaro dovrà essere rimesso
in circolo o convertito nella nuova moneta del regno. Intanto,
è bene metterlo al sicuro.
Per i lingotti nelle casse della tesoreria, invece, c'è poco da
fare: presto - questione di ore - arriveranno i garibaldini a requisire
la scorta aurea, che è davvero consistente.
Solo il cielo sa che fine farà quell'oro.
È stato intelligente a non mollare la presa, a non dar retta a
Pietro Rossi che aveva cercato di farlo dimettere.
Anche ora, ora che ha il fiato sul collo, che tutto sta crollando,
sa di poter fare quello che sta facendo. Raccoglie le carte, le
ficca in una borsa: saranno il lasciapassare di Casa Florio per il
futuro.

Palermo respira scirocco e attesa.
Garibaldi è ormai a meno di dieci chilometri. La città lo attende
e lo teme, incerta se andare incontro alle Camicie Rosse e
ai picciotti, i contadini che si sono uniti a Garibaldi e che lo hanno
aiutato durante la battaglia di Calatafimi, oppure asserragliarsi
in una difesa che si prospetta inutile.
Le famiglie sono divise. La città è spaccata. Alcuni si sono
asserragliati nelle case, sprangando porte e finestre e, mentre
le donne sgranano rosari, gli uomini fremono dietro le imposte
chiuse. Molti giovani, invece, hanno imbracciato i fucili e si
sono preparati all'assalto.
È il 23 maggio quando i garibaldini arrivano alle porte della
città: non dal mare, ma dalle montagne. I palermitani vedono
la polvere degli scontri, ascoltano il boato dei cannoni e degli
spari. Dopo quattro giorni, Palermo cede: porta Termini, l'accesso
più vulnerabile alla città, è espugnata da un gruppo di
coraggiosi. I Borbone, allora, decidono di bombardare la città
dal mare, ma è troppo tardi: dopo uno scontro in via Maqueda,
la città è conquistata definitivamente.
Gli uomini in camicia rossa passano per la ruga di Porta
Termini, e dilagano in città. I giovani - ma non solo - si uniscono
a quella folla che parla un italiano gonfio di sfumature, di
suoni nuovi, di accenti diversi. Ci si scambia abbracci e sguardi
sospettosi, si sventolano bandiere e, nel contempo, si nascondono
i gioielli di famiglia. Le strade, ingombre di masserizie
ammassate per le barricate, vengono liberate, rivelando le
facciate dei palazzi.
Piemontesi, veneti, romani, emiliani scoprono la bellezza
sboccata e sensuale di una città che avevano conosciuto solo
attraverso le parole dei compagni esuli. La cattedrale con i suoi
pinnacoli arabeggianti e il Palazzo Reale con i mosaici del periodo
normanno sorgono accanto a sontuose dimore barocche,
con grandi balconi a petto d'anatra. Le casupole di marinai e
pescatori si alternano a palazzi imponenti come quello dei
principi di Butera.
Che strana città, si dicono, misera, lercia e regale al tempo
stesso. Non riescono a staccare gli occhi dai colori, da quelle
mura di ocra che sembravano riflettere la luce del sole; non
si capacitano di come il puzzo della fogna possa convivere
con l'aroma delle zagare e dei gelsomini che decorano i cortili
dei palazzi nobiliari.
Tuttavia, mentre i soldati si guardano attorno, mentre Garibaldi
dichiara che non è possibile fermarsi, che bisogna andare
avanti per redimere tutto il regno dei Borbone, altrove, in città,
altri uomini stringono patti e siglano accordi. Il governo provvisorio
ha sede in quello che adesso si chiama Palazzo Pretorio,
ma che è lo stesso Palazzo di Città in cui si erano riuniti
i rivoltosi del 1848.
Sono passati dodici anni, però alcuni ribelli di allora sono
tornati: più vecchi, forse più cinici, eppure non meno determinati.
Molti hanno conti in sospeso da regolare o nuovi patti da
stringere, e quel luogo così affollato non è certo l'ideale.
Meglio un altro posto, più riservato, lontano dalla folla e da orecchie
indiscrete.

Lungo la ruga di porta Termini, oltre il palazzo Ajutamicristo
e poco prima del chiostro della Magione, c'è un altro edificio.
Imponente, severo.
Davanti al portone e nel cortile, carrozze senza insegne, un
ribollire di voci e di persone.
Dentro, una stanza schermata da tende di broccato.
Uno dei capi della rivolta è lì, con Vincenzo e Ignazio Florio.
Due guardie sorvegliano la porta. Chi vi passa davanti, abbassa
la voce.
Padre e figlio sono immobili. Sul loro viso, non c'è la minima
traccia di emozione.
Ignazio guarda il padre, ne studia i gesti.
L'uomo sembra in quieta attesa.
«È chiaro che le informazioni che vi sto fornendo significano
la piena conoscenza del patrimonio del Banco Règio. Mi sto
esponendo molto nell'offrirvi questo materiale», dice Vincenzo,
senza la minima enfasi. Batte la mano sulla cartella che tiene
sulle ginocchia, la stessa che aveva con sé quando si era recato
al Banco Règio, pochi giorni prima.
Ogni parola è una goccia che spezza il silenzio.
«La vostra è un'offerta interessante. Il generale Garibaldi ne
sarà informato. Così come terrà conto della vostra collaborazione
nella realizzazione dei cannoni per le Camicie Rosse
da parte della vostra fonderia Oretea».
«Era mio dovere, in quanto siciliano. I miei operai, poi, dopò
aver saputo che si trattava dei cannoni da puntare contro i
Borbone, non hanno nemmeno badato a quanto tempo hanno
lavorato».
«Avete avuto l'accortezza di aspettare a vedere da che parte
tirava il vento».
«Cioè dalla parte giusta».
L'uomo fa una pausa. Tamburella le dita sul piano del tavolo.
La cadenza palermitana è forte, appena venata da un accento
straniero. «Comunque sia, avete posto la vostra impresa a
servizio della rivoluzione. Io per primo ne terrò conto»,
riprende. «Sono stato autorizzato a negoziare la consegna del
Banco Règio e le vostre informazioni riservate ci daranno il
quadro effettivo della situazione. Le vostre responsabilità sono
limitate a questo punto».
Vincenzo stringe gli occhi a fessura.
L'uomo si accende un sigaro, sventola piano il cerino per
spegnerlo. I baffi ingialliti dal tabacco fremono di piacere
nell'accogliere il tepore del fumo. Prende una boccata, scrolla la
cenere in un piattino. A poca distanza, una pistola: è la stessa
che ha usato per minacciare le guardie borboniche pochi giorni
prima, quando ha capeggiato una delle colonne di picciotti garibaldini
che hanno fatto irruzione in città. Fissa Vincenzo e ne
legge i pensieri. «Do ut des. Lo immaginavo», dice infine.
«Esattamente».
Una pausa. Ignazio osserva, ammirato, la perfetta immobilità
dei due uomini. Un duello senza aggressività.
«Cosa?» domanda l'uomo.
«L'autorizzazione a creare un istituto di credito per le esigenze
del commercio in Sicilia». Vincenzo incrocia le braccia
sul torace massiccio. «Se i Savoia s'impossessano del Banco
Règio, noi commercianti dobbiamo finanziarci in altro modo».
La cortina di fumo diventa una tenda oltre cui osservarsi,
una rete che imprigiona parole non dette.
«Voi, don Florio, siete una persona a dir poco curiosa.
Prima avete noleggiato i vostri vapori ai Borbone per pattugliare
la costa e ora siete qui a vendere le informazioni sul Banco Règio
ai Savoia». Muove le mani e la cenere del sigaro cade a terra,
si sparpaglia sulle maioliche. «Non vi fa difetto
l'opportunismo».
«Ora come ora, le mie navi sono state requisite dal vostro
dittatore Garibaldi e io non ne dispongo più. Quanto al resto,
capirete che la mia posizione non mi permetteva di rifiutare
nulla al sovrano. E voi, comunque, non avete cercato di contattarmi
prima, come avete fatto con altri, l'anno scorso».
Un altro silenzio, stavolta fatto di sorpresa e diffidenza.
«Ah, Palermo. Uno pensa che sappia mantenere i segreti, e
invece...»
«Bisogna sapere cosa chiedere ed a chi», chiosa Vincenzo.
I grandi baffi dell'uomo si muovono, svelano una smorfia di
scherno appena accennata. «Voi e la vostra Casa, signore, avete
la possibilità di rifiutare qualunque cosa a chiunque, se lo
voleste. Avete avuto la privativa della posta, e si può dire
che siate i monopolisti del trasporto per mare del regno, praticamente
senza pagare tasse grazie agli sconti che vi ha concesso
la Corona. Voi avreste potuto aiutare la rivolta di dodici anni
fa, eppure vi tiraste indietro, ricordate? Io c'ero, lo sappiamo
bene entrambi, non affannatevi a smentire. E sia, è acqua passata.
Oggi mi parlate di affari e io di affari vi rispondo. Credo
sia ciò che interessa ad entrambi».
Ignazio vede la mano del padre che si contrae, riconosce in
lui i segni di un nervosismo che sta montando. L'anello dello
zio Ignazio, quello da cui non si separa mai, manda un bagliore
che pare un segnale di allarme. «Non amo perdere tempo.
Voglio un sì o un no».
L'uomo liscia una piega inesistente sui pantaloni. «Avrete il
vostro istituto di credito in cambio delle informazioni sul Banco
Règio. L'unico problema potrebbe essere l'opposizione di
Garibaldi, ma non credo che ne farà. Per il resto...» Apre le
braccia. «La mia porta è sempre aperta per voi».
Vincenzo si alza, Ignazio lo affianca. «Vi dirò quello che interessa
a noi, allora. Aiutateci e avrete in noi degli alleati.
Garantitemi che la mia Casa commerciale non avrà conseguenze,
che le navi mi saranno restituite senza danno. Questo solo per
oggi. In futuro, parleremo del rinnovo delle convenzioni postali
con... quelli di Torino. Potete farlo?»
L'altro gli tende la mano. «Avete il mio appoggio, al di là di
quella faccenda», dice, e accenna con la testa alla borsa dei documenti.
«La Sicilia ha bisogno di spalle larghe come le vostre
per affrontare il futuro che la aspetta. Ve lo dico come segretario
di Stato».
Ignazio interviene per la prima volta. «Voi ci sarete di grande
aiuto, avvocato. Siete un uomo d'azione». Parla piano, con
calma. Non è una richiesta, la sua, ma una certezza. Una verità.
Ha la voce roca, simile a quella del padre, e il tono è privo di
sfumature. «I Florio non dimenticano chi li aiuta. Noi a Palermo
possiamo contare su ciò che nessuno, Borbone o Savoia, ha.
E voi sapete bene a cosa mi riferisco». Gli tende la mano.
L'uomo la stringe. E poi stringe la mano di Vincenzo.
Non possono ancora sapere che quell'uomo, Francesco Crispí,
ex rivoltoso, ex mazziniano, sospettato di un omicidio politico
e, in futuro, presidente del Consiglio, ministro degli Esteri
e ministro dell'Interno del Regno d'Italia, diventerà l'avvocato
di Casa Florio.

Sembra un giorno come tanti altri. I vapori arrivano alla Cala e
sbarcano spezie, stoffa, legname e sommacco; i carri pieni di
zolfo e di agrumi attendono di essere stivati, fermi sul molo.
Da lontano, arriva lo scampanio delle chiese che chiamano alla
messa, intervallato dallo stridio delle prime rondini. Oltre, il
rumore dei martelli e delle presse della fonderia Oretea.
Tra le strade, tra i muri di tufo e di pietra, scorre la gente di
Palermo, occhi di agata e mani di rame, capelli rossi e pelle
di latte. Gente meticcia, gente che accoglie.
Dopo Castellammare, lì dove si sta disegnando una città
nuova, tra orti e uliveti, sorgono le ville dei nuovi ricchi. Case
eleganti, che nascono sulle fondamenta dei vecchi palazzi per
acquisire vita nuova, circondate da giardini di piante esotiche,
importate dalle colonie inglesi e francesi.
Lì, Ignazio Florio creerà la reggia dell'Olivuzza, lì nasceranno
un altro Ignazio e un altro Vincenzo, lì ci sarà Villa Whitaker.
Ma non è ancora il tempo di raccontare queste storie. Né
di raccontare come, sempre in quel luogo, sorgeranno i villini
liberty che verranno poi spazzati via dalle ruspe per lasciare
spazio ai palazzi di cemento.
No, non è questo il momento.
Per ora Palermo è come ubriaca, ferma sulla soglia di un futuro
denso d'incognite, in attesa di sapere cosa vogliono da lei
i nuovi sovrani, arrivati come liberatori. Ma la città non si fida:
troppe sono le dominazioni che ha visto.
Palermo, schiava padrona, che pare vendersi a tutti, ma che
appartiene solo a se stessa. E, in questa città dove l'odore del
letame si mescola a quello dei gelsomini, arriva una notizia dolorosa,
inattesa.

Vincenzo e Ignazio sono alla sede della nuova Banca Nazionale.
Vincenzo è il presidente della filiale, Ignazio collabora
con lui. In quel momento, però, sta parlando con il padre delle
importazioni del marsala. Il marsala Florio è stato infatti premiato
con una medaglia all'Esposizione nazionale di Firenze,
nel 1861: è il vino da fine pasto più venduto in Italia ed è considerato
un articolo di lusso in Francia, dove ha vinto un'altra
medaglia.
Ignazio non è rimasto con le mani in mano quando il padre
gli ha affidato la gestione della cantina. «E quindi, papà, pensavo
di creare una riserva da accantonare per le prossime
Esposizioni universali. Avere una medaglia sull'etichetta è
già un valore...»
Ignazio non fa in tempo a terminare la frase, che arriva un
commesso trafelato e s'inchina davanti a Vincenzo. Ha la divisa
in disordine, la faccia vestita di stupore. «Don Florio, tenete.
Un messaggio della duchessa Spadafora».
Vincenzo afferra la busta; spessa, raffinata carta bianca su
cui una mano incerta ha scritto il suo nome. «La moglie di
Ben? Cosa mai potrà volere?» mormora.
Guarda di nuovo l'uomo che ansima. Esita. È come se la busta
fosse divenuta pesantissima. Come se lui già sapesse,
sentisse che quella carta gli porterà dolore.
Poi la apre. E legge.

Casa di Ben Ingham è stracolma di gente. Sulle scale, per strada,
schiacciata contro il portone. All'arrivo di Vincenzo, una
folla d'impiegati, di marinai, di armatori e di commercianti
si apre in due per farlo passare.
Ignazio osserva il padre che arriva alla soglia della camera
da letto con passi sempre più pesanti, più lenti. Scorge le spalle
che si abbassano, la testa che s'inclina. Gli mette una mano sulla
spalla.
Poi guarda anche lui.
Il corpo è stato vestito con abiti di manifattura inglese. Candelabri
sono stati posti ai piedi del letto e un pastore anglicano
sta mormorando delle preghiere. Poco distante, un piccolo
gruppo di fedeli prega in ginocchio. Ben è sempre stato molto
religioso.
La duchessa Spadafora è seduta su una poltrona accanto al
marito. Sembra che qualcuno l'abbia presa a schiaffi: il volto è
gonfio, stralunato. Continua a torturare la fede nuziale; il matrimonio
era arrivato anche per lei, ma contro il parere del nipote
prediletto di Ben.
A poca distanza, Joseph Whitaker, con la moglie Sophia e il
terzo dei loro dodici figli, il ventenne Willie, accolgono chi è
venuto a porgere le condoglianze. C'è anche Gabriele Chiaramonte
Bordonaro, con il cappello in mano, accanto ai figli della
duchessa.
Tutti guardano il letto.
Sembra impossibile.
Quando Alessandra Spadafora scorge Vincenzo, si alza.
Barcolla, e allora è lui ad andarle incontro, a stringerla in un
abbraccio. Sono orfani entrambi, ciascuno a suo modo.
«Com'è successo?» chiede, aiutandola a sedersi.
«Stanotte, un malessere improvviso. È diventato paonazzo,
non riusciva a respirare». La donna allunga la mano e accarezza
il viso di Ben. Pare di carta. Le rughe si sono distese, sembra
sereno. Poi lei indica una macchia scura all'altezza della tempia.
«Il medico ha detto che dev'essersi rotta una vena nella testa.
Lui... lui... Quando il medico è arrivato, era già...» Scoppia
in singhiozzi e stringe il braccio di Vincenzo.
Lui ha un nodo in gola.
Non riesce a guardare quel cadavere.
Non lui, si dice, e soffoca le lacrime.
Ben che lo loda per la sua scelta di sposare Giulia. Ben che lo
tratta sempre da avversario, mai da nemico. Ben che, insieme
con lo zio Ignazio, lo accompagna ad un piroscafo che sta salpando
per l'Inghilterra, Ben che gli mostra la campagna inglese.
Ben che gli presenta il suo sarto...
Fratello, amico, rivale, socio, mèntore.
A tutto questo, ora, Vincenzo deve dire addio. È sempre più
solo.

Davanti a Giulia, si estende un agrumeto, quello della bella villa
ai colli di San Lorenzo. È piovuto da poco. Le foglie lucide di
pioggia risplendono nel sole pomeridiano e dalla terra sale un
profumo umido che la rasserena.
Non è un bel periodo. Vincenzo è cupo, infuriato a causa
della situazione politica che si è creata dopo l'annessione della
Sicilia al regno dei Savoia, che si stanno comportando non da
sovrani, ma da padroni. Impongono le loro leggi, i loro funzionari,
non ascoltano chi ha più esperienza a trattare con i siciliani,
che sì, saranno pure malarazza e diffidenti, ma, se gli dai un
poco, ti mettono ai piedi il mondo. E loro invece no, preferiscono
arrivare ed imporre, senza ascoltare, senza capire.
Ignazio è distante, preso dagli affari. Lei non ha più nessuno
di cui prendersi cura: Angelina e Giuseppina hanno le loro famiglie;
la suocera è accudita da due serve, che l'assistono notte
e giorno.
Il morso della solitudine è forte.
Ma soprattutto la angoscia il fatto che Vincenzo sembra...
disinteressato a lei, a quello che vuole e che pensa. Il litigio
che hanno avuto poco prima ne è la dimostrazione. Al solo
pensiero sente il sangue ribollire. Come ha potuto zittirla in
quel modo? Perché le ha detto quelle cose orribili?
Raggiunge la balaustra che separa la veranda dal giardino,
guarda verso gli alberi. Tra le montagne, una lama di sole. Il
temporale ha ripulito l'aria dalla sabbia portata dallo scirocco
africano, quella maledetta sabbia che s'insinua ovunque.
Giulia non ama vivere lì. Una villa enorme, a due piani, con
una sala da ballo, una foresteria, le scuderie ed una tenuta agricola.
Vincenzo l'ha comprata più di vent'anni or sono, prima
di sposarla. Certo, è elegante, una dimora degna di un aristocratico.
E infatti è accanto alla villa del principe di Lampedusa
e alla palazzina di caccia dei Borbone, la Palazzina Cinese. E
un luogo ameno, pieno di agrumeti, con una strada alberata
che porta verso il mare e verso Mondello, che taglia in due
la tenuta della Favorita.
Vincenzo, e soprattutto Ignazio, ormai la preferisce ai Quattro
Pizzi nella stagione estiva. Ma lei, il suo cuore, la memoria
sono impigliati nelle reti che circondano la tonnara dell'Arenella.
Fa parte della sua vita, del suo modo di essere; se potesse,
farebbe i bagagli e lascerebbe soli i suoi due uomini per tornarsene
in quel luogo felice.
Si appoggia al parapetto di tufo sorretto da colonne. Dietro
di lei, discreto, fa la sua comparsa un servitore. «Donna Giulia,
volete una poltrona?» chiede.
«No, Vittorio, grazie».
L'uomo percepisce il suo bisogno di solitudine, si allontana.
La rabbia non scema, anzi. Si agita, si solidifica, si colora di
rancore.
Alle sue spalle, Giulia sente aprirsi la porta finestra. Rumore
di passi.
Poco dopo, la mano di Vincenzo compare accanto alla sua.
Rimangono in silenzio, troppo orgogliosi per rivolgersi parole
di scusa.
Dietro la porta a vetri che conduce all'agrumeto, Vincenzo attende.
Sa di aver esagerato, ma cosa diamine si è messa in testa
Giulia? Da quando in qua vuole parlare di politica e di economia
mettendosi alla pari con lui? È vero che lei ne sa più di
molti uomini, ma insomma: è pur sempre una donna.
Era iniziato tutto durante il pranzo. Lui e Ignazio stavano
discutendo della questione sorta durante il concitato periodo
dell'occupazione dei garibaldini, quando le navi di Casa Florio
erano state requisite dai Borbone.
«Si sono tenuti ben tre vapori di cinque che ne abbiamo. Gli
servivano per trasportare le truppe, dicevano. Ma ora, dopo un
anno, mi contestano il fatto che la distribuzione della posta è
stata interrotta, e vogliono persino che io paghi le multe per
il mancato servizio, come se fosse dipeso da me». Aveva posato
la forchetta con tanta energia che era finita a terra. «Non solo
mi hanno affondato un piroscafo: pure i picciuli vogliono!»
Mentre un cameriere solerte rimpiazzava la posata, Ignazio
si era forbito la bocca con il tovagliolo. «La convenzione fatta
con i Borbone era particolarmente favorevole, papà. Il problema,
ciò per cui si lamentano veramente, è il fatto che non sono
arrivati in tempo carte bollate e valori postali. Delle lettere interessa
poco a tutti».
«S'innissiro a scupare u' mari», aveva esclamato Vincenzo.
«Sono le Poste, siamo sotto un nuovo regno. Siamo noi ad aver
subìto danni. Con quale autorità comminano le multe, poi?»
«Avresti potuto noleggiare altre navi. Voglio dire, era un
tuo impegno, no?»
Più perplessi che sconcertati, i due si erano voltati a guardare
Giulia.
Lei aveva continuato: «Se uno firma un contratto...»
«Abbiamo pensato che non fosse il caso di mettere a rischio
le navi e gli equipaggi. Abbiamo fatto partire le navi a vela
delle ditte che lavorano con noi, ma non i vapori». Ignazio
aveva parlato con calma, gli occhi abbassati sul piatto ormai
vuoto.
«Troppi rischi. Palermo e la Sicilia sono state devastate dal
passaggio di Garibaldi. I piemontesi sono stati peggio dei Borbone,
almeno fino a questo momento. Non vogliono sentire ragioni,
arrivano e cambiano tutto, e impongono il loro modo di
fare», aveva aggiunto Vincenzo. «Non si può mettere un intero
piroscafo a rischio solo per consegnare i messaggi tra zu' Peppino
e donna Marianna. Capisco le carte bollate, ma il resto...»
«Sta di fatto che ti sei messo dalla parte del torto».
Era stato Ignazio a intervenire, bloccando la reazione del
padre. «Maman, vi spiegherò tutto per bene nei prossimi giorni.
La situazione è più articolata di quanto sembri a prima vista:
ci sono in ballo non solo i nostri interessi, ma anche quelli
della gente che lavora per noi. È per questo che abbiamo creato
la società dei piroscafi postali, l'anno scorso». Si era alzato.
«Con il vostro permesso, io tornerei di sopra a lavorare.
Papà?»
Vincenzo aveva indicato il piano superiore, dove lo attendevano
lunghi rapporti che provenivano dalla fonderia Oretea,
che adesso era al servizio dei piroscafi. «Vengo dopo».
Rimasti soli, Vincenzo e Giulia si erano scambiati un'occhiata
indispettita. «Nostro figlio riesce a zittirmi senza mancarmi
di rispetto. È una cosa che detesto».
«Ignazio ha molto più buon senso di te, se ancora non l'hai
capito». Lui aveva chiamato il cameriere perché gli servisse un
digestivo. Negli ultimi tempi, il cibo era diventato quasi una
sofferenza e la digestione una faccenda lunga e laboriosa.
«No. La verità è che tu non vuoi dar credito a quello che sta
succedendo. Tante volte hai detto che la Sicilia da sola non sarebbe
andata da nessun'altra parte, che dovevamo diventare
un protettorato inglese o che so io, e invece...»
«Perché, cosa credi che stiano facendo i piemontesi? Ci
stanno trasformando in una loro colonia, né più né meno. In
più, si sono presi il tesoro della Corona borbonica e se lo sono
portato in Piemonte perché dovevano pagare le spese della
campagna di annessione. Di annessione, capisci? Una farsa,
una cosa finta, organizzata tra Napoli e Torino. E questo è solo
l'inizio. Altroché!»
«Tu non accetti che qualcuno ti dica cosa fare. È sempre stato
così, non è vero? Con me, o con i tuoi figli o con gli affari, tu
devi fare sempre di testa tua. Perché invece non guardi a ciò
che può venire di buono dall'essere un'unica nazione, dalle Alpi
a Marsala? Non significa nulla, per te? E cosa mi dici di
quelli che hanno sacrificato la vita per questo ideale?»
Lui si era alzato di scatto, la pazienza che spariva dai suoi
occhi. Si era abbassato su di lei, rosso in volto, parlandole in faccia.
«Giulia, per me potremmo essere governati dallo zar di
Russia, e poco mi cambierebbe, mi capisci? Casa Florio non si
ferma a Messina. Ciò che m'interessa è che non tocchino il mio
mondo, e loro invece hanno intenzione di scassare la...» Si era
messo una mano sulla bocca per frenare gli improperi.
Non con lei, si era detto.
Si era raddrizzato e, in tono gelido, aveva proseguito: «Mi
hanno fatto sapere che dovrò modificare le mie navi per la consegna
della posta, per renderle più veloci sennò i miei appalti
- i miei, capisci - passeranno a imprese genovesi. Vogliono
questo e io glielo darò, ma loro devono pagarmi. Lo sanno
che io soltanto posso assicurare la copertura delle coste di
cui hanno bisogno. Non permetterò loro di togliermi quello
che ho conquistato. Se devo aver a che fare con quattro buffuni
impuntatati pieni di prosopopea, che parlano con quell'accento
canterino, lo farò. Pace. Ma, se devo proteggere ciò che ho creato,
non guarderò in faccia a nulla e nessuno. Casa Florio è mia.
Mia e di mio figlio. E questo tu, pure chi si' comu iddi, lo dovresti
aver capito da un pezzo».
Pallidissima, Giulia si era alzata e, senza guardarlo, era
uscita dalla sala.

E ora? si chiede Vincenzo.
Si avvicina a lei con cautela, la chiama. Lei s'irrigidisce.
Giulia è testarda. Con gli anni, il suo carattere si è ammorbidito,
è vero, ma c'è qualcosa in lei che non può essere spezzato
dal tempo. Perché è come la dracena che dà ombra al porticato
della villa: verde, luminosa, ma inflessibile.
Ed è vero, di Giulia non potrebbe fare a meno, né in questa
vita, né in mille altre a venire.
«Non farlo mai più». Giulia scandisce le parole, l'accento
milanese che riemerge, come le accade quand'è infuriata. «Non
osare trattarmi mai più da stupida».
«E tu non farmi uscire dalla grazia di Dio».
«Dopo trent'anni che stiamo insieme mi consideri ancora
una straniera. E tu? Ricòrdatelo chi sei, e da dove vieni. Figlio
di calabresi venuti a Palermo con le pezze sui calzoni, ricòrdatelo».
Gli grida contro, e gli punta un dito contro il petto:
«Ecco cosa non posso sopportare: che tu non capisca che tu e io
siamo uguali. Perché devi trattarmi così?»
È vero, sono uguali, lui lo sa. Ma non lo riconoscerà mai. Un
uomo non può chiedere scusa ad una femmina. Rimane in silenzio,
con la fronte corrucciata e negli occhi un misto di risentimento
e sopportazione: in trent'anni - sì, tanti ne sono passati -
lui non è stato capace di domarla. Questo è il suo modo di
chiedere scusa, non ne conosce altri.
Alza gli occhi verso il cielo. Le prende la mano; lei si divincola,
ma Vincenzo non la lascia.
Giulia lo allontana. «Dovevo mandarti via quando mio fratello
ti ha portato a casa mia. Da te ho ricevuto solo malavita».
«Non è vero».
«Sì, invece».
«Non è vero», le ripete, e le afferra i polsi. «Nessuno ti
avrebbe dato quello che ti ho dato io».
Lei scuote la testa, si libera dalla presa. «Non mi hai dato il
rispetto, Vice'. Quello mai. E, se io non mi fossi presa con le
unghie e con i denti le cose di cui avevo bisogno, tu mi avresti
ridotto al silenzio».
E poi se ne va, lasciandolo nel sole di bronzo che cala tra gli
alberi.

«Ravviva u' cufune, Maruzza, che la nottata è fredda».
La serva si muove con passi svelti, riempie il braciere di carbone.
Un filo di fumo si solleva, viene rapito dallo spiffero che
filtra dalla finestra. Il 1862 ha esordito con freddo e piogge.
Febbraio è impietoso.
Vincenzo ringrazia la serva, le indica la porta. Rimane solo.
Guarda la donna sotto le coperte. Il cuore di sua madre sta
cedendo, colpo dopo colpo. Anni di durezza, rabbia, rimpianti
e poco amore stanno portando a termine il loro lavoro.
Giulia si è allontanata poco prima, al termine dell'estrema
unzione che il parroco di San Domenico ha impartito a Giuseppina.
Gli ha detto di chiamarla se la situazione dovesse
peggiorare.
Come se non fosse già al limite.
Il respiro fatica a trovare strada attraverso il corpo, sembra
che perda progressivamente forza, trasformandosi in un borbottio.
Sul lenzuolo, la mano è un calco di cera e ossa.
Sua madre è viva. Ma ancora per poco. Da giorni alterna il
torpore a una veglia faticosa. Non dorme. Scivola in un'incoscienza
che, ogni volta, dura un po' di più.
Vincenzo avverte un affanno gravargli sul petto. Si chiede
perché si debba soffrire tanto, perché la morte non possa essere
pietosa e non si limiti a spezzare il filo, a portar via le
persone senza infliggere loro tante sofferenze. È come un parto,
un dolore simmetrico e opposto rispetto a quello della nascita:
soffrire a lungo per andare nelle braccia del Signore. O
chi per lui, si dice.
Si lascia andare contro la poltrona, appoggia la schiena,
chiude gli occhi. Ricorda il momento in cui lo zio Ignazio è
morto. Ora capisce quanto sia stato misericordioso il destino.
Si assopisce quasi senza accorgersene.
A svegliarlo è un fruscio di stoffe. «Mamma!» chiama, e
salta in piedi, le va accanto. Ignora il capogiro che quel gesto
brusco gli ha causato.
Giuseppina annaspa tra le coperte. Lui la solleva di peso, la
rimette seduta perché il respiro esca meglio. «Comu si'? Lo volete
un poco di brodo?»
Con la bocca socchiusa in una smorfia, lei fa segno di no. Dal
corpo arriva un sentore misto di talco, colonia, urina e sudore.
Un odore di vecchiaia così penetrante da cancellare quello dolce,
latteo, che lui rammenta: il vero profumo di sua madre.
Dovrà chiamare una cameriera per cambiarla, si dice. Ma
non subito, non ora. Vuole stare ancora un po' da solo con
lei. Le liscia la fronte, scosta dal viso i capelli sfuggiti alla treccia.
«Come state?»
«Tutti cosi mi fannu male, haiu dulura attipo cani arraggiati chi
mi muzzicano». Lacrime sporcano le ciglia.
Lui le asciuga. «Si arriniscite ad agghiuttere, vi do un poco di medicinale»,
le dice, e accenna alla fila di boccette e polveri che affollano
il comò.
Ma Giuseppina fa cenno di no. Guarda oltre il figlio, cerca la
luce del sole, non la trova. «Notte è?»
«Sì».
«E Ignazio? 'Gnazinu mio dunn'è?»
«Fuori. È uscito».
È inutile raccontarle che Ignazio, il suo nipote prediletto,
ormai si occupa degli affari della Casa e che è il gestore della cantina
di Marsala, dove trascorre molto tempo. In quel momento,
poi, è in riunione con alcuni parlamentari siciliani, tra cui il loro
nuovo avvocato, Francesco Crispi.
La madre indica la bottiglia d'acqua. Lui ne versa un po' in
un bicchiere, l'aiuta a bere. Solo un sorso per bagnare le labbra.
«Aahh. Grazie». Giuseppina chiude gli occhi, più spossata
che soddisfatta.
Vincenzo si trova a pensare quanto poco basti a quel punto
della vita per essere felici. Lenzuola pulite. Una stretta di mano.
Dell'acqua fresca.
«Assettati ccà», gli dice, e il figlio obbedisce. In quel momento,
è un bambino che ha il terrore di restare solo e che già sente
l'angoscia dell'assenza definitiva della madre. È una pena, la
sua, che si porta addosso sin da quando ha capito che suo padre,
Paolo, stava per morire.
Già è morto Ben; una perdita difficile da accettare.
E ora mi aspetta la perdita più difficile di tutte.
Certo, Giulia e Ignazio sono stati e saranno con lui, ma sua
madre è stata l'unica famiglia che Vincenzo ha avuto per tanto
tempo. E lui, per un istante, vorrebbe tornare indietro. Darebbe
tutto quello che ha pur di sentirsi di nuovo piccolo, cullato
tra le sue braccia.
Giuseppina sembra leggergli nella mente. «'Un mi lassari sula»,
chiede, la paura nella voce ormai ridotta ad un filo. E lui le
bacia la fronte, e la abbraccia. È lui a cullarla, a dirle all'orecchio
quello che non è mai riuscito, a perdonarla per gli errori
che, adesso se ne rende conto, ogni madre inevitabilmente
compie.
Giuseppina gli tocca il viso, ormai a tentoni. «Chissà come
fussi stato si to' patri campava. Si l'autru figghu mi nascía», gli dice.
Ma lui scrolla le spalle. Non lo sa, le mormora. Lui quasi
non se lo ricorda, Paolo.
Ma lei non lo ascolta. Guarda oltre la pediera del letto.
«Iddu sarà chi mi veni a pigghiari, u' sacciu. E u' Signuri u' sapi soccu
mi portu dintra, canusce i brutti pinseri chi fici. M'avi a pirdunari».
«Certo che il Signore lo sa che cosa vi portate dentro. Vossia
'un ci pinsassi», prova a rassicurarla.
La madre reclina la testa. La pelle si distende, riacquista colore.
«Sangu meo», mormora.
Il torpore si richiude su di lei come un'onda, la sommerge. Il
corpo è caldo, forse è in preda alla febbre. Il respiro rallenta ancora,
diventa poco più di un alito.
Si stende accanto a lei, chiude gli occhi.
Quando si ridesta, pochi istanti dopo, Giuseppina Saffiotti
Florio - sua madre - non c'è più.

È da poco passato il Natale del 1865 quando Ignazio attraversa
le stanze di via dei Materassai. Ha le scarpe sporche di fango
e polvere. Sul pavimento lucido, si riflettono le fiamme sicure
delle lampade a gas che ha fatto installare qualche tempo
prima.
Ha parlato con il padre dell'opportunità di acquistare una
nuova casa, perché quelle stanze ormai sono piccole e buie,
poco adatte a ciò che la loro famiglia rappresenta. Vincenzo l'ha
guardato da sotto in su, le sopracciglia aggrottate, la mano sospesa
su un foglio. «Allora cercala tu, e dimmi che trovi».
Suo padre si fida di lui.
È Ignazio, invece, che continua a temerlo. No, si corregge
aprendo la porta del salottino della madre. Non è paura. È diffidenza.
Una frattura antica, che gli affari e la confidenza costruita
nei lunghi anni di vicinanza non sono stati in grado di sanare.
La confidenza, già. Non quella dei sentimenti, delle parole
gettate a spezzare i silenzi che, con poco, dicono tutto. Quelle
sono riservate alla madre.
Ed è lei che trova, sistemata sulla poltrona di legno intagliato
con la sagoma di un leone scolpito sullo schienale. Sta lavorando
un pizzo al tombolo, ma è costretta a fermarsi spesso. La
vista non è più buona come un tempo, gli occhi si stancano in
fretta. Indossa un paio di occhiali a mezzaluna con la montatura
di corno, ma se li sfila spesso per massaggiarsi la base del
naso.
Ignazio si avvicina, lei gli tende la mano.
«Siediti», gli dice, e gli indica un pouf davanti al tavolone,
ingombro di fili e fuselli.
Ignazio guarda la madre lavorare in silenzio, osserva le dita
che intrecciano i fili color écru. Sua madre è sempre stata così:
discreta, silenziosa. Forte.
«Vi devo parlare, maman».
Giulia annuisce. Chiude il punto, poi alza la testa. Capelli
bianchi offuscano il colore scuro di un tempo. «Dimmi».
Ecco. Ora che è lì, con lei, esita. Sa che le parole dette non
possono tornare indietro, e non vorrebbe dirle, vorrebbe spostare
in avanti quel momento, allontanarlo il più possibile.
Ma non è da lui essere vigliacco. Se una cosa dev'essere fatta,
meglio farla subito.
«C'è una persona che ho conosciuto al Casino delle Dame,
mamma. Una fanciulla, mezza parente con i Trigona, nobiltà
da tre generazioni. Si chiama Giovanna». Fa una pausa, osserva
il bordo del prezioso tappeto Qazvin che ha acquistato suo
padre in Francia, qualche tempo prima. Le ultime parole sono
le più difficili da dire. «Potrebbe essere la moglie per me».
Rimane a testa bassa per un pugno di secondi. Quando la alza,
incontra gli occhi della madre, lucidi e tesi.
«Sei sicuro, figlio mio?»
No che non sono sicuro, vorrebbe rispondere lui, e invece fa
un cenno di assenso. «Una ragazza aggraziata, a modo. Viene
da una famiglia molto religiosa, non ricchissima, ma... ha un
titolo e sa muoversi in società. Sua madre, mischina, è grossa
assai, però lei, se la vedeste, è un fiore».
Giulia depone il lavoro. «So chi è. È Giovanna d'Ondes,
vero?»
«Sì».
Giulia gli afferra le mani, le stringe. «Allora te lo ripeto
un'altra volta, Ignazio mio, perché voglio che tu ci pensi bene.
Perché, lasciatelo dire, io ho scelto il disonore per anni pur di
restare accanto a tuo padre e non me ne sono mai pentita,
mai». Le ciglia si imperlano di lacrime, il volto sembra quasi
più giovane. Parla come se sapesse di me e di lei, pensa Ignazio,
e avverte un brivido di vergogna. «Se per te una persona è ragione
di vita, non c'è nulla che tu non possa affrontare. Ma, se
stare accanto a una persona è un obbligo o, peggio, un dovere
che senti di dover assolvere, allora no, non devi farlo. Perché ci
saranno i giorni in cui non riuscirete a parlarvi e litigherete, e
vi odierete a morte e, se non c'è qualcosa che ti lega qui», e gli
tocca il petto, «e qui», aggiunge, e gli sfiora la fronte, «se non
troverete qualcosa che vi unisce veramente, non avrete mai la
serenità. E non parlo del rispetto reciproco o della frenesia dei
baci, ma dell'affetto, della certezza di poter avere una mano da
stringere ogni notte dall'altra parte del letto».
Ignazio è rimasto muto, ma ha il fiatone, come se avesse corso.
Sente il corpo pesante, avverte con forza l'odore di rose e di
lavanda che viene dagli abiti della madre. Mai avrebbe immaginato
che lei potesse dirgli simili parole, così sincere.
Giulia gli poggia la mano sulla guancia. «Sei sicuro che lei
sia la persona giusta? E non parlo del fatto che dovrà essere la
padrona di questo», spiega, indicando le stanze attorno a loro.
«Dovrà essere la tua signora».
Ignazio si sottrae al contatto con la madre. «La persona più
adatta, tenuto conto di tanti fattori e del peso di un matrimonio
con un'esponente della nobiltà, è lei».
«Oh, diamine, non trattare il matrimonio come se fosse una
faccenda commerciale! Mi sembri tuo padre!» Giulia sbotta, si
alza. Cammina per la stanza con le mani sui fianchi. «A proposito.
Hai parlato prima con tuo padre? No, vero?»
«No».
«E meno male, che già sapevo come avrebbe risposto. Anzi
immagino che sarebbe andato a parlare direttamente con suo
padre e a quest'ora festeggeremmo già il fidanzamento». Sbuffa,
guarda il figlio che risponde alla sua con un'occhiata indecifrabile.
Gli si avvicina, si china verso di lui. «Ti prego di essere
sincero con te stesso, prima ancora che con me. Sarai non dico
felice, ma almeno sereno con questa ragazza? Perché non si
può vivere un matrimonio con il cuore e con la memoria da
un'altra parte. Alla fine, si fa torto a se stessi e ad altre due persone.
A quella che vuoi veramente ed a quella che è costretta a
stare con te».
Ignazio raggela.
Sua madre sa. Sa di lei, e di Marsiglia. Come può averlo saputo?
Non le lettere che lui ha sempre ricevuto a Marsala, no,
impossibile.
La risposta arriva veloce, lo spiazza.
Giuseppina. Anche sua sorella sapeva.
A quel punto, è costretto ad abbassare la testa. Troppa è la
pena che prova. Ignazio non può, non riesce a nascondere cosa
sente, non con la madre. «Non ci sono speranze, maman.
Quanto a me, ho delle responsabilità verso voi genitori e verso
la Casa e...»
«Al diavolo i soldi e noi genitori. Sai come mi chiamava tua
nonna Giuseppina quando sono diventata l'amante di tuo padre?»
Giulia è rossa in viso, si sta agitando e non le fa bene.
«Ne ho inghiottiti, di bocconi amari. Eppure lo rifarei mille e
mille volte. Per cui te lo dico per l'ultima volta e, se mi risponderai
di sì, sarò io stessa ad andare a casa dei d'Ondes per parlare
con la madre di Giovanna. Sei sicuro della tua scelta?»
Ignazio, inchiodato sulla poltrona, non sa cosa rispondere.
È come avere il paradiso a portata di mano, poter allungare
le dita e prendere la mela dell'albero del bene e del male.
Sua madre è con lui, lo aiuterebbe. Ma suo padre... ne soffrirebbe
troppo. Suo padre non potrebbe mai accettare che tutto
ciò per cui ha lavorato vada perduto per un capriccio. Ha fatto
tanto per lui e Ignazio sente di dovergli molto. Ora è il suo momento
di ricambiare.
Essere accettati dalla Palermo che conta. Avere accesso ai
salotti dell'aristocrazia. Diventare il più potente tra i potenti.
Oppure cedere a quel pensiero che, da anni, gli rosicchia il
cuore: quello di svegliarsi accanto alla donna che ama, ogni
giorno della sua vita. Così come è già accaduto.
Ma è successo nel passato. Ed è lì che deve restare.
Chiude gli occhi, serra forte le palpebre. L'ambizione, con
dita di fumo, imbavaglia il ricordo. Eppure un'immagine ancora
riesce a sfuggirgli. Un bacio dal sapore di lacrime e miele,
rubato in un giardino di una casa fuori Marsiglia.

È così, quindi. Si inizia soli, si finisce soli, pensa Giulia.
Sta camminando nella casa di via dei Materassai. Attraversa
il salone, va oltre le scale, arriva all'appartamento della suocera
che ora è stato rimesso a nuovo per ospitare lei e Vincenzo.
Sale ancora, arriva ai tetti, lì dove, anni prima, Vincenzo ha fatto
realizzare un terrazzo.
Palermo si stende davanti a lei, racchiusa tra le montagne ed
il mare.
Sono soli, adesso, lei e Vincenzo.
Ignazio si è sposato poco più di una settimana prima con
una ragazza dagli occhi di velluto e dal viso bianco come una
mandorla. La baronessa Giovanna d'Ondes è educata come si
conviene a una nobile, sia pure di recente ascesa, con il consueto
corredo di debiti al séguito.
Suo marito, alla fine, ha avuto il titolo che voleva, la moglie
nobile, il sangue blu. Per suo figlio, per Casa Florio.
Quanto alla ragazza, Giulia l'ha presa subito in simpatia.
Tutti la chiamano Giovannina, perché è delicata, minuta e aggraziata,
forse solo un po' troppo magra. Dovrà tirare fuori le
unghie se vorrà guadagnarsi il rispetto di suo figlio, come ha
fatto lei con Vincenzo, e ci riuscirà. Sotto quell'aria da Santuzza,
Giovannina nasconde una tempra d'acciaio, ne è sicura.
Spero che possa essere una buona nuora, pensa Giulia, e prega
in cuor suo che il figlio abbia fatto la scelta giusta. Che ciò che
provava per quell'altra persona appartenga davvero al passato.
Non sopporterebbe di sapere che è infelice.
Guarda oltre, verso il mare: la coppia è partita per un breve
viaggio di nozze sul Continente. Giovanna avrà modo di conoscere
meglio Ignazio. Cominceranno a crescere insieme.
Si volta. Sente passi dalle scale.
Suo marito è lì, dietro di lei.
«La serva mi ha detto che eri qui». Si lascia cadere di peso
su una sedia e Giulia prova una fitta di preoccupazione. È molto
stanco, Vincenzo. Tanto.
Lui si accorge di quella ruga di apprensione che le segna la
fronte ed allora la chiama a sé con un cenno. «Non mi ricordo
più com'è essere soli».
Giulia emette un suono a metà tra una risata e un sospiro di
amarezza. «Io sì. Eravamo sempre dentro una carrozza, o nascosti
da qualche parte, finché mio fratello non ci ha scoperto».
Il pensiero corre ai suoi genitori, morti già da diversi anni.
A sua madre, Antonia, che non aveva mai abbandonato del
tutto la sua maschera di rimprovero e di delusione, e a suo padre,
Tommaso Portalupi, che invece l'aveva perdonata. «Non
è stato facile restare con te, lo sai?»
Quasi non si rende conto di aver detto quella frase. Lo capisce
quando le arriva la risposta del marito. Poche parole sommesse,
quasi una confessione. «Però sei rimasta».
Allora Giulia guarda le loro mani unite. Dall'anulare di Vincenzo
manca l'anello dello zio Ignazio. Lo ha donato al figlio il
giorno del suo matrimonio, dopo averlo fatto rinforzare.
«Perché quest'anello appartiene a un altro Ignazio, quello
che per me è stato padre. È stato lui a creare la nostra Casa»,
gli ha detto, nel darglielo. «È giusto che ora lo abbia tu, e che lo
trasmetta ai tuoi figli».
Ha frenato la commozione, Vincenzo, quando suo figlio,
senza sorridere, lo ha preso dal palmo della mano e l'ha infilato
al dito, sopra la fede nuziale.
E ora Vincenzo guarda la moglie. La sua compagna di vita
nel bene e nel male.
«Sì», dice lei semplicemente. Si china, gli bacia i capelli ormai
grigi e lui le stringe il braccio, si lascia andare contro il suo
corpo. Pensa a tutte le loro liti, Giulia: ai figli illegittimi, all'impulso
di fuggire quand'era rimasta incinta la prima volta, ai
suoi rifiuti di sposarla, al disprezzo della madre, all'astio che
ha dovuto sopportare per anni, al disprezzo della società.
«Sono rimasta».
E non avrebbe mai voluto diversamente.
...
EPILOGO. settembre 1868.

Di ccà c'è 'a morti, di ddà c'è 'a sorti.
«Da una parte c'è la morte, dall'altra il destino».
PROVERBIO SICILIANO.

C'è un profumo intenso nell'aria. Un odore dolce, di
miele, di fiori e di frutta, di olive mature e di uva lasciata
a macerare al sole.
Sembra primavera.
E invece è un settembre dolcissimo.
Il palazzo è immerso nel verde di una immensa tenuta: la
villa dell'Olivuzza, quella che diventerà la reggia dei Florio.
Grandi linee gotiche si alzano dal pavimento, racchiudono
un portale ad arco, si schiudono in bifore schermate da tende
bianche. Api ronzano oltre il candore della stoffa. Il sole non
ha più la luce aspra dell'estate, ma è piacevole.
La stanza - al primo piano nell'ala destra, nel punto più
tranquillo della casa - è arredata lussuosamente. Le due finestre
si aprono sul giardino. Dal basso, dai locali di servizio, viene
il fruscio delle lavandaie che stanno battendo la biancheria.
Una di loro canta.
Poltrone di velluto, tappeti persiani, un tavolo da toletta di
mogano e un grande letto dalla testiera intagliata.
Vincenzo è sprofondato tra i cuscini. Sebbene il tempo sia
tiepido, indossa una giacca da camera e ha una coperta sulle
gambe. Un occhio semichiuso fissa il vuoto, una mano rimane
ferma sulla falda delle lenzuola. L'altra, invece, cerca ossessivamente
il bordo della stoffa, lo tira, lo tortura con le unghie.
Giulia lo guarda e si sente morire dentro.
Seduta nella poltrona accanto a lui, ha gli occhi asciutti. Non
riesce più a piangere, ma sa che le lacrime arriveranno. Oh, se
lo sa.
Non andartene, pensa. A un certo punto lo dice persino; un
sussurro che lui non può ascoltare.
No, non deve pensarci. Lui è ancora qui con me, grida dentro
di sé. Finché la morte non me lo strapperà dalle mani, io lo difenderò.
Sul volto scavato dalle rughe appare una fermezza che è figlia
della disperazione.
Cerca il cestino del lavoro, afferra ago e filo. Riprende a ricamare
la camicia da battesimo che ha promesso al figlio e alla
nuora. Da lì a poco nascerà il bambino - o sarà una femmina,
chi lo sa? Basta che sia sano -, dopo il piccolo Vincenzo, che ha
poco più di un anno.
Suo malgrado, sorride. Suo figlio si è comportato bene: ha
dato subito un erede alla casa e lo ha chiamato con il nome
del padre. Perché Casa Florio possa avere per sempre un Vincenzo
e un Ignazio.
E lui, il suo Vincenzo, l'amore di tutta una vita, lo ha visto.
Lo ha tenuto in braccio. Ha potuto farlo fino a maggio, subito
dopo il loro trasferimento in quella villa appartenuta alla principessa
di Butera, quando il suo corpo gli ha fatto quello scherzo
orribile.
Una sera di quattro mesi prima. Erano già a letto, in quella
stessa stanza. Lo aveva sentito rigirarsi, rivoltarsi nelle coperte.
«Non mi sento bene, Giulia», aveva detto di colpo, con una
voce impastata. E lei era saltata giù dal letto ed era andata alla
leva della luce elettrica, quella cosa nuova che Ignazio aveva
fatto installare non appena aveva comprato la villa.
Lo aveva visto subito, il viso stravolto. L'occhio che tendeva
verso il basso. La bocca storta.
Aveva capito.
Era corsa a chiamare la governante. Un medico era venuto,
aveva somministrato dei farmaci. La smorfia si era fermata, la
voce era rimasta roca.
Da quel momento, però, qualcosa in suo marito era
cambiato.
Aveva passato tutti gli affari a Ignazio. Lui non lo avrebbe
mai ammesso, ma il corpo non lo accompagnava più. A settant'anni
non ancora compiuti, lo aveva tradito. E lui non poteva
fidarsi di un traditore.
Dopo pochi giorni, poi, Vincenzo aveva chiamato il notaio
Quattrocchi per redigere il testamento.
«Perché?» gli aveva chiesto Giulia con una nota di ansia,
quando il notaio se n'era andato.
E lui, seduto nella poltrona dello studio, l'aveva guardata in
modo strano. Con irritazione. Con dolcezza. «Stavolta il Signore
mi ha aiutato. La prossima volta, non lo so. Non voglio
lasciare niente in disordine».
Lei si era chinata, gli aveva baciato la fronte. «Non lascerai
niente perché ti riprenderai. Hai solo bisogno di riposo, Vice'.
Sei diventato vecchio, come me, e abbiamo bisogno di fermarci,
ora».
«Sì...» Lui aveva increspato le labbra. «Fermarci». Poi aveva
aggiunto con voce bassa, amara: «Non pensavo che sarebbe
mai arrivato questo momento per me».
Si erano abbracciati.
Giulia aveva sentito la sua paura. Le era arrivata come un
pugno in pieno petto, l'aveva lasciata priva di forze, perché
le aveva mostrato con chiarezza come sarebbe stato il futuro:
qualcosa di troppo orribile da immaginare, figurarsi da
sopportare.
Vincenzo non aveva mai paura. Vincenzo era forte. Se solo
avesse voluto, avrebbe potuto sconfiggere la morte.
Invece, da qualche giorno, è peggiorato, forse per un altro
colpo che ha offeso le parti già attaccate. Parla a malapena,
mangia pochissimo. Nemmeno il pensiero del nipote in arrivo
riesce a scuoterlo. Semplicemente non ce la fa più. Anni di fatica,
di albe e di nottate, di tensione e rabbia stanno chiedendo
il loro risarcimento.
E lei, che lo ama come nessun'altra avrebbe mai potuto
amarlo, sa che ha smesso di lottare. Che è stanco, perché questa
per lui non è vita. Che ha scelto di andarsene. Vincenzo,
sempre così attivo, un mare in tempesta, non può vivere costretto
in un letto.
Ma Vincenzo non è incosciente. Tutt'altro.
Ricorda.
Due anni prima, quando suo figlio lo aveva portato a vedere
il palazzo, circondato da quel parco immenso pieno di palme,
dracene e rose, lui aveva avuto un brivido. Aveva chiesto al
cocchiere d'inoltrarsi per un sentiero seminascosto tra gli ulivi
che si apriva lungo la strada principale.
E, là, aveva trovato una casa diruta con un limone ormai
inselvatichito che tendeva i rami verso una finestra priva
d'infissi.
Era sceso, aveva fatto qualche passo verso la porta sconnessa.
«Sì, è questa», aveva detto, con la voce che gli tremava e la
gola stretta.
Ignazio, dietro di lui, lo aveva osservato con perplessità,
forse addirittura con timore. «Cosa, papà? Cos'è?»
Lui aveva deglutito a vuoto, si era voltato. Per un istante, tra
gli alberi, gli era sembrato di scorgere la sagoma di suo zio
Ignazio che tendeva la mano a un bambino.
«Qui. Qui è morto mio padre Paolo».
Ignazio aveva guardato quel rudere con aria sgomenta. Una
casa che doveva essere stata sempre modesta, ma che ormai
era una catapecchia, uno scheletro.
Vincenzo aveva sentito un brivido che era risalito dalla terra
fino alla pelle, più simile a un presagio che a un tremito.
Aveva saputo in quel momento che tutto stava per finire lì
dov'era iniziato. Che tutto nella vita faceva il suo giro. E che
quel giro sarebbe toccato anche a lui.
La risata che gli esce è un gorgoglio di saliva e rabbia. Sbatte
la mano sana sul lenzuolo. A questo si è ridotto: a essere un
pezzo di carne che viene lavato e pulito, a guardare l'espressione
di pena di Giulia, lei che non è mai stata in grado di nascondere
nulla. A leggere la compassione negli occhi della nuora
che, all'inizio, sembrava terrorizzata da lui.
Tutti erano terrorizzati da lui. Adesso, invece, è un uomo a
metà.
Alza l'occhio sano verso il soffitto, cerca il crocifisso di avorio.
L'altro occhio è cieco, non risponde. Inutile. «Cristo,
facciamola finita», sibila, ma la sua voce è incomprensibile, poco
più di un lamento impastato.
Giulia è subito accanto a lui. Il cestino da lavoro rotola a terra,
fili e aghi finiscono sul tappeto. «Stai male?» gli chiede.
«Vincenzo...»
A fatica, lui si volta.
Quanto l'ha amata?
Soltanto in quel momento capisce con assoluta chiarezza
che solo quella donna poteva restargli vicino. Che Giulia non
è stata una punizione o un ripiego, ma un dono. Senza la sua
pazienza, il suo amore, la sua dedizione, lui non sarebbe riuscito
a fare nulla.
Nulla, se non avesse visto in lei il suo medesimo fuoco.
Con uno sforzo immenso, trascina la mano sana vicino alla
sua. Le prende le dita piccole, coperte di rughe. «Ti ho dato abbastanza?»
le chiede a fatica. Si sforza di parlare chiaro, ma la
lingua sembra carne morta. «Ti ho dato quello che volevi? Hai
avuto tutto?»
Giulia capisce. Comprende le parole impastate che nessuno
sa intendere, capisce cosa significano.
Gli occhi le si velano di lacrime, perché sa pure che lui non
le dirà mai parole d'amore. Dovrà essere lei a farlo per
entrambi.
Si siede davanti a lui, come Vincenzo aveva fatto quand'era
nato Ignazio. Dice le parole che mai ha osato dirgli, mentre la
carne si lacera e il cuore le si spezza. «Sì, amore mio. Mi hai
amato abbastanza».
Poche ore dopo, arriva un garzone da via dei Materassai e grida
che sì, è nato un altro maschio. Ignazio junior lo chiameranno.
La discendenza, il futuro di Casa Florio sono assicurati.
Vincenzo capisce la notizia a malapena. Il sangue nel suo
cervello trova ostacoli, si accumula, torna indietro con poco ossigeno, ristagna tra i polmoni e il cuore.
È immerso in un sogno.
È all'Arenella, ai piedi della villa dei Quattro Pizzi. È giovane,
ha il corpo forte dei trent'anni, la vista limpida. Sembra
notte, ma all'improvviso il buio si fa luce, come se, nell'oscurità,
lui potesse vedere ciò che lo circonda.
Forse è un ricordo, la memoria di quel bagno notturno in
cui aveva sentito la vita intera passargli attraverso.
Si spoglia, si tuffa, nuota verso il largo. Ora c'è il sole che si
riflette sul mare con un'intensità che fa male agli occhi. Si sente
leggero, forte. Puro, come dopo un battesimo.
Lo sciabordio del mare è l'unico suono che avverte. Vede la
finestra della camera da letto di Giulia, e sa che lei lo sta aspettando.
Ma dietro di lui, al largo, c'è una piccola barca dal fondo
piatto, con una vela latina che sbatte controvento.
Uno schifazzo.
Sussulta. Al timone c'è suo padre, Paolo. E sulla murata,
pronto a prenderlo, c'è lo zio Ignazio, che gli fa cenno di raggiungerlo.
Ride, lo chiama.
Vincenzo si volta. A casa, Giulia lo attende. Non può farla
stare così male. Lo sente, sta soffrendo.
Eppure quella mano tesa è più forte, lo attira più di qualunque
altra cosa al mondo.
«Vieni, Vice'», lo chiama lo zio. Lui ride, è giovane come
all'epoca in cui sono andati a Malta insieme. «Vieni».
E allora lui sceglie.
A grandi bracciate, nuota verso la barca.
Giulia lo sa. Capirà.
Lo raggiungerà presto.
...
.
...
FINE.
...
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...
ALBERO GENEALOGICO DELLA FAMIGLIA FLORIO.
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Vincenzo Florio (? - 1725) sposa nel 1773 Rosa Bellantoni (? - 1783);
Francesco (? 1796) sposa nel ? Petronilla Spoliti (? 1796);
Paolo (1772 - 1807) sposa nel 1796 (?) Giuseppina Saffiotti (1778 - 1862);
Ignazio (1776 - 1828);
Mattia sposa nel 1784 ( ? );
Vittoria (1790 -) sposa nel 1815 (?) Pietro Spoliti;
Vincenzo (1799 - 1868) sposa nel 1840 Giulia Portalupi (1809);
Paolo Barbaro, Raffaele e Anna;
Angalina (1835) sposa nel 1754 Luigi De Pace;
Giuseppina (1837) sposa nel 1855 Francesco Merle (1836);
Ignazio (1838) sposa nel 1866 Giovanna d'Ondes Trigona (1848).
...
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...
RINGRAZIAMENTI.
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Ho sempre pensato ai romanzi come a dei figli. Bambini difficili,
talvolta capricciosi, che pretendono una dedizione assoluta.
Di sicuro, questo è stato un figlio molto esigente.
Come tutti i bambini, questo romanzo ha padrini e madrine.
Devo ringraziare anzitutto tre persone: Francesca Maccani,
donna fantastica, che ha letto e riletto questa storia con una
passione ed una dedizione fuori dal comune, facendomi notare
errori e incongruenze; Antonio Vena, l'amico prezioso che tutti
gli autori dovrebbero avere, per la sua capacità di vedere oltre
il testo; Chiara Messina, che ha tenuto a galla il mio umore anche
quando i momenti erano bui e non mi ha mai detto di no.
Lei non ha mai smesso di «accendere la luce».
Grazie immenso e infinito a Silvia Donzelli, la mia super
agente dall'occhio lungo e dalla pazienza epica con le mie crisi
d'ansia. Non so come avrei fatto senza di te.
Grazie a Corrado Melluso, amico e consigliere, verso cui ho
una stima infinita, che un giorno a Castellammare mi disse: «Tu
puoi. Certo che puoi». Grazie per questo e per tutto il resto.
Grazie a Gloria, che ha ascoltato sempre.
Grazie a Sara, che conosce questi libri da dentro.
Grazie ad Alessandro Accursio Tagano, Angelica e Maria
Carmela Sciacca, Antonello Saiz, Arturo Balostro, Teresa Stefanetti
e Stefania Cima, e soprattutto al mio caro, carissimo Fabrizio
Piazza: librai che non hanno mai smesso di incoraggiarmi,
oltre che amici preziosi.
Grazie a chi, in ordine sparso, mi ha aiutato nella stesura di
questo libro. Claudia Casano, per la fondamentale consulenza
sulla toponomastica di Palermo antica; Rosario Lentini, che mi
ha presentato i Florio nella loro complessità, e che mi ha regalato
uno sguardo oggettivo sulla storia di questa straordinaria
famiglia; Vito Corte per i suggerimenti in materia di architettura
e Ninni Ravazza per il prezioso lavoro che porta avanti
sul mondo delle tonnare.
Grazie alla mia famiglia, in particular modo a mio marito e
ai miei figli, che non hanno mai smesso di credere in ciò che
facevo e che mi hanno accompagnato nelle esplorazioni incoscienti
che ho fatto in giro per Palermo e non solo. Grazie a mia
madre ed alle mie sorelle che non hanno mai chiesto notizie.
Grazie a Teresina, lei sa perché.
Grazie a S.C., che, lo so, sta sorridendo.
Grazie alla Nord che ci ha creduto sin da subito e che mi ha
accolto in maniera straordinaria. Grazie a Viviana Vuscovich:
non avrei potuto chiedere mani migliori delle tue per portare
questo libro a spasso nel mondo. Mi ricorderò sempre la nostra
chiacchierata sotto un cielo misto di sole e pioggia.
Grazie a Giorgia, che ha la pazienza di Giobbe e che ha una
delicatezza fuori dal comune con un'autrice che dimentica
sempre tutto. E grazie a Barbara e a Giacomo, che mi sopportano,
sostengono e che ci sono sempre, e sanno spegnere i miei
attacchi di ansia. Siete voi che rendete la Nord una casa.
E, infine, grazie alla mia tagliatrice di diamanti, la mia magistra, Cristina Prasso. Grazie a colei che ha reso questo libro
ciò che avete tra le mani: grazie alla passione, all'impegno, alla
bellezza e all'amore che ci hai messo, grazie per le parole e per
la calma che sai darmi. Grazie per la pazienza. Grazie per aver
sentito la mia voce. La mia stima per te è infinita.
Un'ultima cosa, la più importante. La storia che avete letto è
la storia dei Florio e insieme della città di Palermo, un luogo
che amo moltissimo, così come amo Favignana.
I fatti storici che riguardano i Florio sono pienamente conoscibili e descritti da decine di libri e su questi eventi ho incardinato la trama. Laddove non arrivava la conoscenza, sono arrivate la fantasia e l'immaginazione funzionale: in una parola,
arriva il romanzo. Arriva la voglia di rendere giustizia ad una
famiglia di persone fuori dal comune che, nel bene e nel male,
ha segnato un'epoca.
Questa è la «mia» storia, nel senso che l'ho scritta così come
io l'ho immaginata, senza una facile agiografia, infilandomi
nelle pieghe del tempo, cercando di ricostruire non solo la vita
di una famiglia, ma anche lo spirito di una città e di un'epoca.
...
.
...
FINE.